Amazon e i lavoratori in tenda

maicolengel butac 13 Dic 2016
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Premessa, uso Amazon, molto più di quanto non vorrei, non per folle amore per il marchio ma per l’efficienza del sistema. Amazon fa quello che i normali negozianti (e lo dico facendo parte della categoria) si sono scordati di fare: coccola il cliente, seppur solo via web, tra offerte molto chiare, spedizioni veloci e servizio post vendita di solito di ottimo livello.

Ma veniamo alla notizia in esame:

Regno Unito, lavoratori Amazon dormono in tenda per non rischiare il licenziamento

Intanto, per chiarezza, ci tengo a sottolineare che le tende trovate sono solo tre su oltre un migliaio di dipendenti. Una delle tre tende è stata trovata abbandonata e piena di rifiuti.

Another tent appears to have been abandoned, with rubbish, discarded sleeping bags and cans of cider among the items strewn around nearby.

Ma andiamo oltre, la fonte del servizio è un pezzo pubblicato dal Courier, testata inglese che come altre si lamenta da tempo delle tasse non pagate in UK dal colosso americano.

I tre soggetti (di cui Courier non fa ovviamente il nome) dormono in tenda per risparmiare sul trasporto, in pratica vivono lontano e non hanno voglia di spendere i soldi necessari, uno ad esempio vive a 1 ora e 20 minuti dallo stabilimento; i trasporti pubblici inglesi costano e se si eccettuano le metropolitane nelle città in cui ci sono, gli altri mezzi pubblici sono affidabili più o meno come da noi, cioè poco. Ritardi e quant’altro, specie nei trasporti ferroviari, sono una prassi abbastanza comune.

Tutto il pezzo del Courier si basa su queste due tende, su un politico della zona che insiste che Amazon cominci a pagare le tasse locali, e una foto con due signore che protestano contro la multinazionale. Che un articolo con questi presupposti trovi spazio sulla stampa italiana è chiaro segno che anche da noi ci sono persone che vorrebbero che cambiassero le regole di tassazione per Amazon (e quindi per tutte le multinazionali con sedi all’estero). Ovviamente come spesso accade ben ci si guarda dallo spiegare che come Amazon ci sono migliaia di aziende che fatturano alla stessa maniera e che pagano tasse nel Paese in cui hanno la sede. Ma in questo momento va demonizzata Amazon e quindi si cita solo lei, e questo è squallido, specie per quelli che si definiscono giornalisti.

Io non posso dirvi con certezza come siano le condizioni all’interno dell’azienda, quando ho avuto contatti coi dipendenti di Amazon Italia ho sempre provato a indagare sul loro stato d’animo, su come Amazon li trattasse e le risposte sono state quasi sempre positive, ma non posso mettere la mano sul fuoco delle loro affermazioni. Non è che mi piace farmi i fatti degli altri, ma se uso un servizio e ne sono contento mi fa piacere sentire se chi mi sta fornendo quel servizio tratta bene il tramite con cui quel servizio è offerto. Faccio lo stesso anche quando mi approccio al servizio clienti Esselunga, o quando parlo con i ragazzi che mi consegnano la spesa, è deformazione professionale.

Detto ciò, l’attacco ad Amazon basato su due tende (di due supposti pendolari che non han trovato casa in zona e così hanno scelto di risparmiare tempo e denaro) è ridicolo, ricorda molto l’attacco diretto proprio qualche giorno fa alla Ferrero, quando The Sun sosteneva la tesi dello schiavismo minorile da parte di una controllata dall’azienda italiana in Romania. In realtà la storia era tutta una montatura, fatta ad arte per attaccare un’azienda poco amata da alcuni in UK, e l’attacco è stato ripreso tale e quale (senza nessuna verifica dei fatti) da testate come Il Fatto Alimentare qui in Italia.

È decisamente un brutto momento per il “giornalismo d’inchiesta”.
maicolengel at butac punto it
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