“Soldi alla scuola, non alla guerra”

Uno slogan che è comparso nelle proteste degli scorsi giorni; abbiamo fatto un fact-checking anche a lui

maicolengel butac 22 Ott 2026
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Sia nei cartelli delle proteste dei giorni scorsi sia nei messaggi online di alcuni influencer abbiamo trovato ripetuto un concetto, sacrosanto, trattato purtroppo in maniera molto semplicistica da tanti.

Li abbiamo visti tutti gli striscioni che dicevano:

Soldi alla scuola, non alla guerra

E tanti hanno applaudito quel messaggio, anzi, alcuni ci hanno pure scritto post col cuore in mano dove giustificavano la protesta per un mondo migliore e più pacifico. La frase sui finanziamenti alla guerra, declinata in più modi, è apparsa ovunque si sia manifestato in Italia, al punto che io mi ero convinto che ci fossero state manovre di bilancio recenti che avessero dirottato al Ministero della Difesa soldi che dovevano andare alla scuola.

La scuola è sottofinanziata, e così anche la sanità, entrambe sono da anni sofferenti e meriterebbero più soldi, se ci mettiamo anche a toglierne la situazione diventa grave. Ho quindi deciso di fare quello che so fare: verificare i fatti.

La richiesta esplicita, ad esempio nelle parole degli studenti romani: i 13 miliardi stanziati dal governo per il riarmo vadano alla scuola. Un sondaggio di Skuola.net su 1.500 studenti mette al primo posto tra i motivi della protesta (34%) proprio “più investimenti nell’istruzione e meno alle armi”.

I cartelli parlano di “armi” e “riarmo”, cioè della spesa militare italiana, quasi nessuno fa riferimento alla guerra in Ucraina. Ma a quello ci pensano le legioni di filorussi (alcuni a mio avviso pure inconsapevolmente complici della propaganda del Cremlino).

I soldi per l’Ucraina

I soldi che l’Italia invia in Ucraina non vengono dai fondi destinati alla scuola. L’Italia aiuta l’Ucraina in tre diverse maniere, nessuna delle quali tocca il bilancio della scuola o della sanità. Dalla cessione di armi, non prodotte per questo conflitto ma già presenti nei magazzini della Difesa e cedute gratis con decreti interministeriali, al fondo European Peace Facility (l’Italia vi partecipa col 12,8%: in tre anni circa 1,5 miliardi, a carico del Ministero degli Esteri; il fondo a sua volta rimborsa in parte gli Stati per le armi cedute) e infine attraverso il prestito UE da 90 miliardi, finanziato con debito comune europeo. Oggi non costa nulla al bilancio italiano; se un giorno non venisse rimborsato, peserebbe sul bilancio UE e quindi anche su di noi, per circa il 13%.

Quindi i soldi che vanno all’Ucraina non sono denari che sarebbero andati alla scuola. Va aggiunto (e sottolineato, secondo me) che nel confronto europeo l’Italia è tra i Paesi che danno meno. Il capitolo “Ucraina” nel bilancio italiano vale qualche centinaio di milioni l’anno in contanti (EPF), più materiale ceduto senza esborso. Il Ministero dell’Istruzione ha un bilancio di 58 miliardi l’anno, e non c’è nessun travaso.

Il riarmo

Ma se non sono soldi per l’Ucraina saranno quelli per il riarmo: l’Italia, come dicevano gli studenti romani, nel 2026 ha messo 13 miliardi in programmi di armamento (erano 8,3 nel 2022), perché non darli alla scuola? E qui viene un problema serio, perché sulla carta il concetto è assolutamente condivisibile, anche io vorrei vedere più soldi alla scuola. E 13 miliardi sono tanti soldi. Che però non sono stati tolti alla scuola. Quello che si tratta di capire è se sarebbero potuti andare alla scuola invece che alla difesa del Paese. Quindi si parte col cercare da dove arrivano quei soldi, solo così possiamo tracciarne il percorso e capire se potevano essere deviati.

Una parte di quei denari arriva dal bilancio ordinario della Difesa, che cresce di circa un miliardo l’anno. Nel 2026 è arrivato a 32,4 miliardi, nel 2022 erano 25,9. Gli acquisti di armi sono passati da 8,3 a 13,2 miliardi: quindi c’è stato un +60% in quattro anni. Sono numeri veri, e non nego che siano grandi.

L’aumento di questi anni è passato dal bilancio ordinario. Quei soldi sì, in teoria, si potevano mettere altrove. Ma non sono stati tolti alla scuola: sono il frutto di un impegno preso con la NATO nel 2014, il famoso 2% del PIL, che il Parlamento ha confermato a larghissima maggioranza nel marzo 2022, ben prima di questo governo (Analisi Difesa). Lo hanno votato quasi tutti, compresi molti di quelli che oggi applaudono lo slogan degli studenti.

Il grosso dell’aumento in arrivo, invece, passerà da un’altra porta: la “clausola di salvaguardia nazionale”. Detta in parole semplici, l’Europa ci permette di fare più debito del solito, ma solo se quei soldi li spendiamo in difesa o in energia. Per il 2027 e il 2028 l’Italia ha chiesto 14,4 miliardi l’anno, metà per ciascuna voce (Il Post). Che tradotto per gli influencer in cerca di facile viralità grazie al qualunquismo e per i giovani in piazza significa: quei soldi, comunque andasse, non esistevano per la scuola. Se il governo rinunciasse alla clausola, non finirebbero nelle aule. Semplicemente non ci sarebbero.

Scuola e sanità stanno bene?

Ed eccoci al punto forse più importante di quest’articolo, che verrà come sempre frainteso da chi ragiona di pancia. Fino a qui abbiamo fatto quello che chiama fact-checking, la specialità del sito che state visitando. Abbiamo verificato se i soldi che vanno a Kiev e al riarmo sono stati tolti a scuola e sanità. La risposta è chiara: no. E quelli in arrivo con la clausola non potrebbero andarci nemmeno volendo. Chiunque a questo ragionamento risponda con un se o un ma non ha proprio compreso il punto.

Però è importante non perdere di vista l’altro punto della questione: il fatto che quei soldi non possano andare a scuola e sanità non significa che le stesse stiano bene. Anzi.

Il Fondo sanitario nazionale è passato da 125,4 miliardi nel 2022 a 142,9 nel 2026. Sembra tanto. Ma in rapporto al PIL è sceso dal 6,27% al 6,14%. La Fondazione GIMBE calcola che, se fosse rimasto alla quota del 2022, la sanità avrebbe avuto 18,8 miliardi in più in quattro anni (ANSA). Li chiamano tagli invisibili. Non sono tagli veri, sono aumenti che non tengono il passo, un po’ come gli stipendi che non tengono il passo con l’inflazione.

La scuola sta ancora peggio: l’Italia difatti spende per l’istruzione il 4% del PIL, la media europea è 4,8% (Istat via Orizzonte Scuola). Siamo tra gli ultimi in Europa da anni, ben prima della guerra. La manovra 2026 ha dato alla scuola, all’università e alla ricerca 686 milioni: il 3% del totale.

Scuola e sanità erano e restano sottofinanziate, dimostrando l’incapacità di questo governo a migliorarne la situazione (non che il governo precedente avesse fatto alcunché di buono, o quello ancora prima).

Concludendo

Gli studenti hanno ragione a chiedere più soldi, come hanno ragione i medici e gli infermieri. Hanno torto se pensano che qualcuno glieli abbia tolti per darli alla guerra, e questo è uno dei mille tasselli che contribuiscono alla disinformazione che fa comodo proprio a chi sta combattendo una guerra, anche se solo ibrida.

La domanda giusta che andrebbe fatta dagli studenti al governo sarebbe un’altra: perché avete trovato il modo di spendere di più per la difesa, fuori dai vincoli europei, e non avete cercato con la stessa energia un modo per la scuola (e la sanità)? Questa sarebbe una domanda scomoda. Una domanda da ripetere all’infinito ai nostri politici, Meloni in testa.

Lo slogan Soldi alla scuola non alla guerra, invece, è comodo, specie per chi vi vuole incazzati e opposti alla guerra. A chi giova questa retorica credo sia evidente.

maicolengel at butac punto it

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