Lo spettro in una scatola: il caso della Barbie autistica
Dall’iperreattività sensoriale alla collaborazione con l’ASAN: un’analisi tra rappresentazione necessaria e logiche di profitto

Gomiti e polsi articolati per simulare lo stimming, cuffie antirumore, occhi leggermente inclinati che evitano il contatto visivo diretto.
Sono solo alcune delle caratteristiche della bambola più divisiva del web. Ormai lo saprete tutti: pochi giorni fa la nota azienda di giocattoli Mattel ha lanciato sul mercato la sua prima bambola autistica, inserendola all’interno della sua collezione più inclusiva, quella delle Barbie Fashionistas.
Una linea nata nel 2016, il cui obiettivo è far uscire l’iconico personaggio dallo stereotipo della perfezione per trasformarlo (almeno sulla carta) in uno specchio della realtà. Un’operazione commerciale già in passato non priva di critiche, che ha portato l’azienda a inserire nel proprio catalogo bambole caratterizzate da corporature “non conformi”, con una vastissima gamma di tonalità di pelle (vitiligine inclusa), ma anche con apparecchi acustici, sedie a rotelle o protesi agli arti.
La nuova Barbie neurodivergente ha però polarizzato internet più di ogni altra.
Chi pensa che questa sia un’operazione positiva di rappresentazione e inclusione evidenzia come il gesto dia visibilità all’autismo femminile – sottodiagnosticato e per anni ignorato dalla società e dalla scienza (in Italia il rapporto è di circa 4 a 1 a favore dei maschi) – e loda l’azienda americana per la collaborazione con l’ASAN (organizzazione americana per i diritti delle persone autistiche).
È proprio confrontandosi con l’ASAN, infatti, che Mattel ha progettato la Barbie, decidendo quali accessori e caratteristiche includere nel giocattolo e scegliendo alcune tra quelle più comuni descritte dal DSM-5 del 2013.
Un esempio che ho visto citare meno in questi giorni? Il vestito lilla indossato dalla bambola. L’organizzazione ha giocato un ruolo fondamentale nel suo design, suggerendo al brand un abito ampio che riducesse il contatto tessuto-pelle per rappresentare l’iperreattività sensoriale, diffusissima nelle persone nello spettro. Si stima che circa il 90% ne faccia esperienza. (Francamente? Apprezzo molto lo studio che c’è stato, ma per essere una bambola della linea Fashionista, è un outfit orribile. Va bene la funzionalità, ma unire l’accessibilità allo stile non dovrebbe mai essere un optional).
Una parte del pubblico però sembra ritenerlo un esperimento non riuscito. La sensazione è che, con buona pace del manuale diagnostico, si siano scelti aspetti stereotipati della condizione, minandone il potenziale.
Il fatto è che l’autismo viene raccontato poco e male, e quasi mai dai diretti interessati. Per anni siamo stati bombardati dal falso mito delle vaccinazioni, confusi da chi erroneamente lo definisce una malattia, assuefatti dal pregiudizio per cui riguarderebbe solo i maschi (per non parlare della terribile e falsissima teoria delle “mamme frigorifero”).
Una Barbie può davvero rappresentare il DSA o è solo marketing travestito da inclusione? Quando si tratta di disabilità fisiche, “mostrare” una bambola accessoriata con apparecchi acustici o protesi è innegabilmente più facile. Ma per lo spettro autistico, con le sue mille sfumature, non si rischia, anche involontariamente, di incappare in una rappresentazione errata? Il dubbio rimane lecito.
In particolare, più di un dito è stato puntato contro lo “sguardo un po’ obliquo” della nuova abitante di BarbieLand. Immanuel Casto – al secolo Manuel Cuni, cantautore, autore, scrittore e attivista – tramite i suoi social ha sottolineato come questo dettaglio non sia da sottovalutare:
“Sarebbe bastato farla guardare verso il basso, con il peso sbilanciato leggermente in avanti e sulle punte dei piedi. A quel punto, se appoggiata su un ripiano a un’altezza inferiore a quella dell’osservatore, la bambola sarebbe risultata effettivamente peculiare e non ci sarebbe stato modo di guardarla negli occhi. Non so se non ci abbiano pensato o se il risultato estetico non sarebbe stato altrettanto gradevole. E, in tal caso, grazie al ca***: parte dello stigma derivante dall’avere posture e comportamenti (stereotipicamente) autistici dipende proprio dal fatto che questi vengono giudicati goffi e privi di grazia, specialmente nelle donne. Se la ragione è questa, allora non hanno avuto nemmeno il coraggio di fare quello che dicono di aver fatto.”
Ma l’attivista non è stato l’unico ad esprimere perplessità. Molti hanno suggerito che l’operazione in sé assomigli più ad un tentativo di glemurizzare e rendere vendibile l’autismo, più che al desiderio che “ogni bambina si possa riconoscere in Barbie” espresso da Mattel.
Ma bisogna essere molto chiari su questo punto: ogni Barbie è, potenzialmente, autistica.
Questa, nello specifico, rappresenta un tentativo, più o meno timido, di far collidere elementi più “evidenti” della neurodivergenza in un oggetto inanimato. Potremmo addirittura dire che, in fondo, questa bambola è autistica a modo suo, esattamente come ogni persona nello spettro.
Il disappunto nasce anche da un altro fattore. È evidente che, quando si fa una cosa per la prima volta, non sarà mai perfetta. Il problema è che per anni la neurodivergenza è stata vista come un “difetto” da nascondere. Per molte persone il percorso per ottenere la diagnosi è stato complesso, costoso e non sempre positivo; e spesso, anche dopo la certificazione, gli altri non hanno avuto la capacità, o la voglia, di capire cosa si cela dietro a un funzionamento cognitivo differente.
Oggi, la rappresentazione costa quattordici euro e novanta.
Personalmente capisco la gioia di vedere cuffie anti-rumore rosa sulla testa di un’icona. Il punto è che questa gioia dovrebbe essere accompagnata dalla consapevolezza che siamo dentro un meccanismo che monetizza tutto, persino il nostro modo di processare il mondo.
Il mercato ha finalmente capito che le persone neurodivergenti esistono, o ha solo capito che rappresentano un nuovo segmento di consumatori da soddisfare?
Forse la vera rivoluzione non sarà una bambola con lo sguardo obliquo, ma un mondo in cui quello sguardo non debba più essere nascosto.
Il fatto che ne stiamo discutendo è già qualcosa.
Beatrice D’Ascenzi
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Immagine in evidenza di Julee Juu su Unsplash