Il caso Blue Whale, quasi 10 anni dopo

...o quando la disinformazione vince a piene mani

maicolengel butac 4 Set 2025
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Tanti anni fa qui su BUTAC parlammo una prima volta del fenomeno Blue Whale. Qualcuno tra i nostri più vecchi lettori probabilmente si ricorderà il nostro primo articolo del 2017, articolo a cui ne fecero seguito altri, visto quanto una certa stampa stava cavalcando il fenomeno. Per quelli che non hanno letto i nostri vecchi pezzi e conoscono il fenomeno solo sulla base di quanto riportato da media nazional-popolari credo sia utile fare un breve riassunto.

Cos’è il Blue Whale?

Fu presentata nel 2016 come una sfida online (o challenge) nata in Russia, sfida che avrebbe spinto i partecipanti a fare cinquanta prove autolesioniste che si concludevano con il suicidio del partecipante.

Perché ne parlammo?

Le indagini reali, negli anni in cui il fenomeno sembrava esplodere, non sono mai riuscite a confermare l’esistenza di un’organizzazione strutturata dietro alla “sfida”. I pochissimi casi di suicidio che venivano citati dai media rientravano nelle statistiche ordinarie e spesso non avevano alcun legame dimostrabile con la “sfida” che veniva narrata dai media. Il fenomeno era sostenuto principalmente da voci online, che condividevano immagini decontestualizzate e testi di dubbia provenienza. A seguire, i media nazional-popolari che cercarono di cavalcare il fenomeno fecero lo stesso, cadendo in narrazioni emotive prive di veri legami con la sfida che volevano raccontare.

Perché parlarne è complesso?

I rischi di parlare di un fenomeno come quello Blue Whale senza cognizione di causa e senza aver approfondito su siti dedicati in maniera seria alla materia erano (e sono) tanti. Da un lato si rischia di alimentare una leggenda metropolitana che può spingere giovani fragili a emulare comportamenti pericolosi, dall’altro si banalizza il tema serio del disagio adolescenziale e del suicidio.

Perché ho scelto di parlarne oggi?

Perché d’estate ascolto tanti podcast, in macchina mentre macino chilometri con la famiglia adoriamo ascoltare storie, a volte divulgazione, a volte true crime.

Quest’anno, durante una puntata di Bouquet of Madness (BOM), un podcast che seguo e apprezzo da anni, ho sentito citare la Blue Whale Challenge come fenomeno reale e assodato, senza alcuna spiegazione critica. BOM, che è diventato anche una miniserie su Prime Video (Cold Open – Sulla scena del crimine), è condotto con passione e competenza da Martina e Federica, ma come tutti anche loro possono incappare in errori.

In questo caso, la mancata contestualizzazione rischia di rafforzare un mito mediatico nato proprio dal cattivo giornalismo. Mio figlio, sentendolo, mi ha chiesto spiegazioni e ho potuto chiarire. Ma quanti ascoltatori, invece, rimarranno convinti che la Blue Whale sia sempre stata reale? Quando è stata proprio la narrazione superficiale dei media ad aver favorito all’epoca fenomeni imitativi, episodi di autolesionismo e cyberbullismo, mettendo a rischio i più vulnerabili anche in mancanza di prove reali del fenomeno?

Sia chiaro, Martina e Federica nell’episodio in cui ne parlano fanno riferimento a fatti attuali, ed è documentato che nelle chat del ragazzo scomparso di cui si parla venga citata la Blue Whale. È solo che, da fact-checker, mi sarebbe piaciuta maggiore contestualizzazione: sentirne parlare come fenomeno fin da sempre reale, senza riferimenti a chi negli anni ha provato a spiegare le cose con più attenzione, dispiace. È un po’ un darla vinta alle Iene, che sulla materia avevano girato due o tre puntate, e alla tanta stampa italiana che già nel 2016 cavalcava un fenomeno che erano loro stessi a creare coi loro articoli.

Concludendo

Sfrutto un po’ di cose che avevo già scritto in passato, riformulandole, visto che sono passati otto anni:

Che oggi ci sia o meno un “blue whale”, insegnare di più ai genitori come riconoscere i segnali di uno stato di disagio nei loro figli è importantissimo, ma non sta a noi o ai media commerciali farlo. Se per caso a qualche giornalista interessasse, qui c’è il vademecum dell’OMS con i suggerimenti per trattare il tema del suicidio.

maicolengel at butac punto it

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