Uno scienziato, un professore universitario, un divulgatore scientifico e un giornalista si trovarono un giorno a passare assieme attraverso il Rashomon, la porta a sud che dava accesso all’antica capitale di Kyoto. Prima che i loro cammini si potessero dividere nuovamente, vennero sorpresi da un violento acquazzone. Trovato un comune riparo sotto la tettoia del vicino tempio, per trascorrere il tempo mentre aspettavano i quattro decisero di mettere alla prova la propria visione della scienza.

– Il mio dato è certo – iniziò lo scienziato – perché io conosco il mio metodo e i margini di incertezza delle mie misure. Il mio campo sono le analisi, chi meglio di me può giudicare la correttezza del mio stesso operato? Potete forse mettere in dubbio la mia onestà, ma se riconoscete la mia capacità, allora dovreste fidarvi anche dei miei numeri.

– Il tuo dato ti apparirà anche certo – rispose il professore – e non metto in dubbio la tua onestà. Ci sono però molti altri che hanno fatto le tue stesse analisi, arrivando a risultati differenti. Potrebbe esserci qualcosa di sbagliato nel tuo metodo, potrebbe esserci qualche variabile che non hai tenuto in considerazione. Dai retta a me, rifai i conti da capo, facendo come gli altri. Io conosco bene la letteratura e i tuoi numeri sono un controsenso. Se avete fiducia nella mia autorità dovreste tutti convenire con me.

– Rispetto la tua autorità – continuò il divulgatore scientifico – ma il fatto che esista questa eccezione rappresenta un’opportunità, non per forza un’imperfezione da cancellare. Se qualcuno volesse confrontarsi con lo scienziato, perché non lasciarglielo fare? Può essere che lo scienziato sbagli, ma potresti essere tu a commettere una leggerezza, se ti fidi troppo della tua letteratura. Abbi fiducia: sono un osservatore neutrale.

– Lo scienziato dice che i suoi numeri sono corretti – intervenne il giornalista – e tutti conveniamo che sia una persona di indubbia onestà, quindi dobbiamo credere alla sua testimonianza. Anzi, dovremmo fare in modo che questa informazione arrivi a tutti, in modo che possano farsi finalmente un’opinione in merito. Se poi qualcuno avesse una testimonianza diversa da dare, anche quella dovrà essere diffusa, con pari valore. Non sarebbe corretto zittire una voce perché non conforme con il coro.

– Pari valore?? – tuonò il professore – Non tutte le opinioni hanno pari valore! Io ho studiato trent’anni per guadagnarmi il rispetto della comunità scientifica di cui faccio parte. La mia opinione sulla mia materia è sicuramente più autorevole di quella di chi ha fatto le misure ma che non conosce a fondo la scienza che c’è dietro! Non possiamo iniziare a diffondere ogni sciocchezza, altrimenti diventerà impossibile capire qual è la verità. Come…

– Professore – lo interruppe il divulgatore – è anche vero che ci sono altri suoi pari, forse non altrettanto autorevoli, che sono d’accordo con lo scienziato. Finché c’è un margine, una possibilità che lo scienziato abbia ragione e la scienza già scritta torto, non vale forse la pena di approfondire ulteriormente? La nostra comprensione del mondo non è forse in continua evoluzione?

– Questo tentativo di zittire lo scienziato ha la connotazione di un vero e proprio conflitto nel mondo della scienza – notò il giornalista – non riesco a spiegarmi altrimenti l’accanimento del professore, dall’alto della sua posizione, per così dire, “approvata” nei confronti del povero scienziato, la cui unica colpa è di aver seguito fedelmente il metodo e aver ottenuto un risultato. Ha forse paura di perdere la sua autorevolezza? Ha paura di non avere ragione? Il confronto dovrebbe avvenire senza farsi scudo con i titoli.

– Non è nemmeno questione di autorevolezza – disse quindi lo scienziato – i miei sono numeri, non mentono. Invece di discutere se accettarli o meno, perché non provate a capire quale sia la spiegazione del fenomeno? Sono felice che ne parliate tra di voi, ma state perdendo il punto chiave: non bisogna decidere se accettarli o meno, bisogna capire come interpretarli.

– Per fare questo è necessario diffonderli, prima che finiscano dimenticati o cancellati, volontariamente o involontariamente che sia, dalla mentalità scientifica uniformata, così poco avvezza a cambiare opinione – proseguì il giornalista – questo dopotutto è il mio ruolo: la gente ha diritto di conoscere i numeri, di farsi la propria opinione in merito, di valutare se sia un risultato preoccupante, magnifico o ininfluente per la propria vita. Chi altro potrebbe decidere? Quale altra autorità dovrebbe arrogarsi questo diritto?

– Il concetto principale, il cuore della ricerca è il dato, il numero ottenuto – disse allora lo scienziato – tutto il resto è frutto di successive manipolazioni. Una cosa è certa, il mio dato non può essere trascinato a destra e a manca, bistrattato da una parte ed esaltato dall’altra. Se volete dare al popolo la facoltà di informarsi dovete risalire prima alla spiegazione del fenomeno. Se poi questa spiegazione rovescia quanto si pensava fosse corretto fino ad oggi, è giusto che sia resa nota.

– Un risultato da solo è un costrutto strumentale – sentenziò il professore – a dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato che la gente creda deve essere una solida statistica prodotta da fonti credibili. Chi è preparato ha il compito di indirizzare la massa nella giusta direzione e la massa ha il compito di dare ascolto a chi ne sa di più.

– Diffondere informazioni è sicuramente importante – intervenne il divulgatore – ma la gente deve anche avere dei mezzi, degli strumenti per capire di cosa si stia parlando, così come chi diffonde il messaggio deve essere richiesto di averlo capito a fondo. Il linguaggio dello scienziato non è quello della gente comune, serve un filtro che renda questo tipo di informazione accessibile alle masse, anche solo per evitare fraintendimenti. Come possiamo diffondere un messaggio a un popolo se parla una lingua differente?

Abbassarono tutti lo sguardo, assorti nei propri pensieri. Prima che qualcun’altro prendesse nuovamente la parola, la pioggia cessò di colpo, così come era arrivata. I quattro ripresero così il loro cammino, in silenzio, cercando di non incrociare nuovamente l’uno gli sguardi degli altri.

Elia Marin