Ciclone, tifone e uragano
Facciamo chiarezza sui termini corretti e cerchiamo di capire insieme perché, quando si parla di meteo, è importante usare quelli giusti

Nei giorni scorsi alcune parti del nostro Paese hanno subìto il violento impatto di condizioni meteo decisamente estreme. Mi riferisco ai danni subiti da Sicilia, Calabria e Sardegna in seguito al passaggio del ciclone Harry.
Perché ne parliamo su BUTAC? Perché un attento lettore, a ridosso dell’evento meteo, ci aveva subito inviato una segnalazione che abbiamo ritenuto importante da trattare, perlomeno per avere coscienza del solito giornalismo un tanto al chilo in cui viviamo immersi.
20 gennaio 2026, titola RaiNews:
La furia del tifone Harry su Calabria, Sardegna e Sicilia: nuova allerta, centinaia di evacuati
Poche righe dopo:
Crolli e mareggiate per il ciclone Harry, ancora scuole chiuse in tanti comuni
Ma era un tifone o un ciclone? O forse era un uragano? Chissà. La segnalazione che ci è stata inviata parla proprio di questo, ovvero della scarsa conoscenza dei fenomeni atmosferici. Si confonde un uragano con un tornado, un violento temporale con una tromba d’aria e così via.
Il termine uragano si applica ai cicloni tropicali che si formano nell’Atlantico e nel Pacifico nord-orientale. Il termine tifone, utilizzato erroneamente dal TG3 e ripreso da RaiNews, indica invece i cicloni tropicali del Pacifico nord-occidentale. Nell’Oceano Indiano e nel Pacifico sud-occidentale si parla semplicemente di cicloni tropicali. Quello che ha colpito Sicilia, Sardegna e Calabria invece era un ciclone extratropicale mediterraneo, cioè una vasta area di bassa pressione come quelle che passano regolarmente alle nostre latitudini. Forte, anomalo per intensità, alimentato da un Mediterraneo troppo caldo, ma non tropicale.
La segnalazione che ci era stata inviata (grazie Matteo) era documentata alla perfezione e forse fin troppo tecnica per il nostro solito modo di spiegare le cose, un po’ terra terra. Sperando di non aver fatto a nostra volta errori.
Ricordiamocelo, il meteoterrorismo nasce anche dall’uso errato dei termini per parlare di meteorologia e clima. Le “bombe d’acqua”, ad esempio, non esistono, ma sono un ottimo indicatore della qualità dei contenuti di chi sceglie di utilizzare questo termine: ogni volta che un giornale lo usa, infatti, sapete che sta tentando di parlare alle vostre pance e non alla vostra testa. Si tratta di testate che andrebbero abbandonate al loro destino.
redazione at butac punto it
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