Coldiretti contro il “cibo sintetico”

Qualche considerazione su un volantino diffuso da Coldiretti, molto utile allo scopo di polarizzare il pubblico ma poco a formarsi opinioni basate sui fatti

L’immagine che vedete qua sopra è stata scaricata dal sito di Coldiretti, un’associazione di categoria che opera nella rappresentanza e assistenza agli operatori agricoli e agricoltura in Italia, e che a qujanto pare fa disinformazione sul tema del “cibo sintetico”. Coldiretti realizza una vera e propria invettiva alla produzione, uso e commercializzazione di una non meglio precisata forma di cibo, chiamata “cibo sintetico”, che dovrebbe far riferimento agli alimenti prodotti in bioreattori, in particolare alla cosiddetta “carne sintetica”.

Le ragioni di tale disinformazione e tali invettive non sono esplicitate da Coldiretti. Chiariamo i termini di disinformazione.

Le immagini

La prima forma di disinformazione del volantino e della campagna riguarda l’uso delle immagini. In quella a destra compaiono le immagini di una sorta di reattore con sversamenti in ambiente e di due operatori, una ricercatrice preoccupata che mostra dei fumi uscire da una beuta o matraccio conico, e un personaggio con maschera e tuta con simbolo di operazioni nucleari. Nella foto a destra viene anche riportato il simbolo del teschio con le ossa, che richiama la morte, e un pittogramma delle vecchie frasi di rischio per sostanze “tossiche” o “molto tossiche” (confrontare il D. Lgs. 81/08), tuttavia, nessuna tipologia dei cosiddetti “cibi sintetici” presenta tali rischi in misura maggiore rispetto a quelli chiamati – erroneamente – “cibi naturali”, che si vedono nella figura a sinistra.

In proposito di quelli chiamati “cibi naturali”, si rammenta che una pluralità di prodotti, anche usati in agricoltura biologica, presentano le frasi di rischio, e peraltro alcuni cibi realmente naturali (ossia ottenuti da piante spontanee, non coltivate) presentano le stesse frasi di rischio.

Sotto alle figure è presente un elenco di frasi. È mio interesse chiarirne l’insussistenza dei confronti di ogni riga e anche l’infondatezza scientifica di alcune frasi in sé.

Persone Vs bioreattore

Il primo confronto riporta, dalla parte del cibo naturale: “È fatto dalle persone per le persone usando bene tecnologia e innovazione”, e per il cibo sintetico: “È prodotto in un bioreattore da cellule impazzite”.

Va chiarito subito che le due frasi non sono reali termini di un confronto. In primis, anche il cibo sintetico può benissimo esser prodotto “dalle persone per le persone usando bene tecnologia e innovazione”. Anzi, tale condizione è molto più probabile per il cibo sintetico che non per quello naturale (in questa nota vengono mantenuti tali definizioni, che verranno chiarite alla fine). I cibi da agricoltura e allevamento cosiddetti “classici”, infatti, provengono da processi spesso poco o mal controllati. Le finalità dei produttori agricoli e degli allevatori sono quelle di ottenere un valore aggiunto dalla propria attività, e purtroppo di casi di produzione agricola e allevamento fatti decisamente male ce ne sono tanti.

In secondo luogo non esistono prove, al momento, di bioreattori mal condotti. Infine, l’aspetto più critico del confronto è quello di attribuire alle cellule dei bioreattori l’aggettivo di “impazzite”, il cui termine viene spesso riferito, a scala di popolazione, a qualcosa o qualcuno di incontrollabile e imprevedibile. Questo è quanto mai più falso Coldiretti abbia potuto affermare. I bioreattori sono sistemi di produzione utilizzati da diversi decenni per una pluralità di composti, ivi inclusi alcuni farmaci salvavita, e presentano standard di sicurezza elevatissimi. A titolo di esempio abbiamo l’insulina, la cui produzione in bioreattori porta a un risultato di reazione ben più sicuro della stessa prodotta in animali (maiali o bovini). Gli organismi (quasi sempre microrganismi, ma non esclusivamente), tessuti o cellule all’interno dei bioreattori sono finemente controllati e con una attività metabolica più che prevedibile.

Su questo punto, come già prima, Coldiretti ha utilizzato impropriamente le parole e il confronto per provocare una reazione di paura nel lettore.

I rischi per l’ambiente

Nella seconda linea viene indicato per cibo naturale: “Tutela l’ambiente e lo straordinario paesaggio rurale”, per il cibo sintetico; “È dannoso per l’ambiente, consuma più energia e inquina di più”.

Anche in questo caso gli assunti del confronto sono infondati per varie ragioni. L’agricoltura e l’allevamento hanno un impatto ambientale. Tale impatto, in funzione delle metodologie di stima (quasi sempre la metodologia della stima del ciclo di vita, altrimenti chiamata “LCA”, da Life Cycle Assessment) è anche quantificato per una pluralità di prodotti. In particolare, la sottrazione di terreni naturali per usi agricoli è stata – e in molti ambienti è ancora – uno dei processi che più ha contribuito alla degradazione dell’ambiente. Inoltre, in ambienti con elevata incidenza della superficie agricola coltivata sul totale, l’agricoltura e l’allevamento hanno comportato una forte degradazione del paesaggio rurale, soprattutto in zone con basso grado di diversificazione colturale come accade spesso purtroppo in Italia.

Indubbiamente, il modo di gestire un areale dal punto di vista agronomico può comportare impatti di diversa entità e naturale. Ciò che è importante tenere in considerazione è che di tale quantificazione degli impatti del settore agricolo esiste una grande varietà di dati (che si auspica aumentino) e tale varietà consente di stimare in maniera abbastanza affidabile l’impatto a scala territoriale e/o per unità di prodotto. Alcuni sistemi, come ad esempio i sistemi idroponici o aeroponici, hanno impatti fortissimi per unità di prodotto.

Non è mio interesse fare una disamina sull’abbondanza delle misure degli impatti del cibo, ma è mio interesse fare notare che la tecnologia della “carne sintetica” (e altri possibili “cibi sintetici”)  è attualmente agli inizi del suo sviluppo, con pochi impianti a scala globale, per cui è difficile avere una quantità sufficiente di dati per un confronto reale (qui alcuni lavori che chiariscono la variabilità dei dati). Indubbiamente un bioreattore ha i propri impatti (quantificabili in modo relativamente semplice rispetto a quelli di un impianto produttivo agricolo) ma non è dato sapere se al momento la carne sintetica danneggi l’ambiente e inquini di più rispetto alla carne da allevamento. In particolare, una delle note dolenti degli allevamenti, e soprattutto di quelli estensivi, è la sottrazione di suolo dagli usi naturali per quelli agricoli. Tale cambio d’uso del suolo incide, globalmente e per tutti i prodotti, per circa il 20-25% delle emissioni complessive di prodotto, e nel caso degli allevamenti che insistono in aree previamente boscate può raggiungere anche il 50% degli impatti complessivi – stimati, in questa sede, in termini di emissioni di gas serra, ma si ricordi in ogni caso che le voci del LCA sono 17.

Il sito Our World In Data riporta i dati cui faccio riferimento, volendo nuovamente sottolineare al lettore che l’incidenza di un settore su una voce di impatto non corrisponde, opportunamente, all’effetto del settore stesso sull’impatto. In particolare, la carne sintetica presenta diversi vantaggi che la carne da animali non presenta: può esser prodotta in molto meno superficie, in ambienti non opportunamente sottratti alla natura e inoltre, a differenza della carne da animali, la carne sintetica ha una maggiore percentuale di prodotto edule (quasi il 100%). La carne da animali, e soprattutto da ruminanti, è purtroppo una piccola frazione (in genere inferiore al 50%) del peso dell’animale, in quanto le ossa, il pellame, gli zoccoli e le frattaglie spesso non vengono utilizzate. Inoltre la carne sintetica è soggetta a minori perdite per degradazione in post-produzione.

I rischi per la salute

Nel terzo punto viene indicato dalla parte del cibo naturale che “unisce gusto, salute, identità e storia”, mentre il cibo sintetico “è rischioso per la salute umana”. Entrambi gli assunti sono sbagliati e lo è parimenti il confronto. Il rischio è tenuto in debita considerazione nella produzione di ogni alimento, sia esso sintetico o meno. La carne da allevamenti viene peraltro prodotta anche usando specie vegetali artificiali, che non esistono in natura (come il Triticale, prodotto in oltre 3.8 milioni di ettari a scala globale, dati FAO/STA). Il triticale è coltivato anche in Italia e ammesso in biologico. Analogamente in biologico sono ammessi una pluralità di composti ottenuti in bioreattori. Inoltre, la produzione italiana di animali da allevamento fa largo uso degli OGM (non prodotti in Italia, ma legalmente importati da trent’anni) senza i quali il sistema di allevamenti italiani fallirebbe nell’arco di poche settimane. Ogni alimento – sia esso da bioreattori, da OGM, da agricoltura convenzionale, biologica o anche raccolto in natura – viene controllato in Europa secondo la legislazione in accordo ai criteri dell’EFSA, tale che ogni residuo o composto (anche naturale) in esso presente non comporti alcun rischio concreto per la salute umana. Analogamente, in un confronto di questo genere non è opportuno dire che la carne da allevamenti “unisce gusto, salute, identità e storia”. Si tratta di assunti vaghi e di un paragone di argomenti non confrontabili tra loro.

La libertà del consumatore

Nella quarta linea viene indicato dalla parte del cibo naturale: “La dieta mediterraneanea è uno stile di vita e patrimonio dell’umanità UNESCO”, per il cibo sintetico: “Limita le libertà dei consumatori e omologa le scelte sul cibo”. Anche in questo caso, il confronto è infondato. La dieta mediterranea, pur essendo uno stile (di dieta, non di vita) è una dieta molto povera in carne. L’attuale dieta media della popolazione presente in Italia si allontanta molto dallo stile mediterraneo. La disponibilità di un alimento, peraltro, non implica una limitazione della libertà dei consumatori. I consumatori infatti non sarebbero obbligati in alcun modo a consumare carne da bioreattori. Al contrario, il divieto che Coldiretti propone di operare è una limitazione della libertà, quella di acquistare e consumare carne da bioreattori. Infine, secondo la logica elementare, la disponibilità di un alimento non omologa le scelte sul cibo.

Il fattore economico

Nella quinta linea viene indicato per cibo naturale che “è il primo vettore di prossimità che crea legame con il territorio e coesione sociale”, mentre il cibo sintetico “favorisce gli interessi di pochi che vogliono monopolizzare l’offerta di cibo nel mondo”. Non mi è dato sapere quale sia la definizione di “vettore di prossimità”. Nel caso degli allevamenti è dimostrato il loro ruolo, purtroppo non marginale, nella diffusione delle malattie per l’uomo, per ovvia affinità fisiologica tra uomo e animali. Se con “vettore di prossimità” si intende la possibilità di unire in interessi comuni persone geograficamente vicine, tale concetto è impropriamente applicato agli alimenti da agricoltura e allevamento che provengono, per ovvie ragioni, da ambienti a più bassa densità di popolazione rispetto a quelli urbani. Allo stesso modo non è possibile attribuire intenzioni di monopolizzare l’offerta di cibo nel mondo a chi desidera impiantare un bioreattore per produzione di carne o altri alimenti. Si tratta di un assunto vago.

Il legame con la natura

Nella sesta e ultima linea viene indicato per il cibo naturale: “Sostiene la biodiversità e la valorizzazione delle risorse naturali”; per il cibo sintetico: “Spezza lo straordinario legame che unisce cibo e natura”. Purtroppo l’agricoltura e l’allevamento sono stati, e in molti ambienti sono ancora, un motivo primario di distruzione delle risorse naturali e della biodiversità. Tale motivazione risiede nella sottrazione degli usi del suolo naturali – foreste, principalmente – per usi agricoli, che ha portato negli ultimi ottant’anni a una fortissima e preoccupante deforestazione.

L’agricoltura e l’allevamento, peraltro, hanno rischiesto e richiedono input di materiali ed energia (fertilizzanti, seme, mezzi tecnici, carburanti ecc.) che ha comportato una certa degradazione delle risorse naturali, in particolare negli ambienti con elevato grado di omogeneità come accade, a titolo d’esempio, nelle aree con elevata densità di allevamenti nella pianura padana (statistiche e rappresentazioni grafiche qui e qui) il che ha comportato, in molti degli ambienti indicati con elevata densità di allevamenti, anche ingenti rilasci ambientali di residui ed elementi.

Lungi dal sottoscritto descrivere l’agricoltura come parte del problema ambientale. Esistono sistemi agricoli salubri e ben integrati con la natura: per quanto in diverse misure, questo accade ovunque. Tuttavia, l’assunto che un cibo sintetico spezzi “lo straordinario legame che unisce cibo e natura” è decisamente falso e spesso applicabile proprio al cibo da agricoltura e allevamento. L’agricoltura e l’allevamento sono biotecnologie, e hanno modificato profondamente la natura. L’uomo ha preferito coltivare a allevare proprio perché le alternative naturali (raccolta e caccia) comportavano spesso seri rischi per la salute e la vita. La disponibilità di un alimento sintetico offre solo una scelta in più, così come la disponibilità di farmaci di sintesi non ha spezzato alcun legame che unisce salute e natura (o al massimo ha spezzato solo gli aspetti negativi).

Per concludere, non mi è dato conoscere la motivazione dell’invettiva di Coldiretti, ma è chiaro che la stessa abbia intenzioni di parte e sia interessata, attraverso la disinformazione, a evitare che una libertà venga concessa agli italiani.

Per concludere

Mi preme in conclusione precisare alcuni importanti aspetti:

  • L’impianto di bioreattori per la produzione di carne (e chissà, un domani, di altre frazioni alimentari come amidi o grassi) consentirà la raccolta di molti dati fondamentali per la ricerca medica, con il vantaggio di poter meglio ottenere farmaci mirati per svariate tipologie di malattie e target.
  • Sono professore associato di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso il dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa, e avrei quindi tutto l’interesse a osteggiare qualunque cosa possa competere con la produzione agricola e gli allevamenti, supportando quindi le intenzioni di Coldiretti. Tuttavia è mio dovere riportare le evidenze scientifiche, non il mio interesse personale o di ricerca, e contrastare in ogni modo la disinformazione. Per chi è interessato, trova i miei canali sociale e altre informazioni a questo link.
  • La mia attività di ricerca scientifica va a esclusivo beneficio dei sistemi di produzione vegetale e animale e non ho alcun interesse a supportare i sistemi di produzione in bioreattori. Coldiretti ha invece un conflitto d’interesse nel settore, percependo i propri proventi quasi esclusivamente da produttori di vegetali e allevatori e altri attori eventuali attori della filiera.
  • La possibile proibizione della produzione di carne sintetica in Italia porterà a non poter sviluppare il settore, con annessa perdita di potenziali guadagni. Al contempo, è alquanto improbabile che uno stato nell’ambito dell’UE possa vietare uso e commercializzazione di un prodotto ammesso da EFSA. Una vicenda analoga è stata, ed è tuttora, quella degli OGM, non coltivabili in Italia ma importati e consumati (anche per la produzione delle cosiddette “eccellenze italiane”), il che ha generato un serio problema di competizione da parte dei nostri agricoltori e una riduzione della sviluppo del comparto di produzione della soia e del mais.
  • Vietare la produzione di carne sintetica, come già accaduto con gli OGM, potrebbe portare a un aumento dell’impatto ambientale rispetto alla condizione in cui tali sistemi sono permessi, come già emerso a scala globale sia in nazioni sviluppate, sia in nazioni in via di sviluppo e non sviluppate.

Sergio Saia


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