Sono passati ormai molti mesi da quello storico quanto lapidario: “La Scienza non è democratica!” usato dal professor Roberto Burioni, ribadito poi successivamente anche dal buon Piero Angela in più di un’occasione. Una frase che per gli “addetti ai lavori” del settore è probabilmente suonata tanto tautologica quanto ridondante, ma che comunque anche a distanza di tempo continua a far discutere, in un continuo susseguirsi di accuse reciproche: chi di ignoranza, chi di cieco scientismo.

Ecco, io faccio parte di quelle persone che la frase l’avevano archiviata passivamente, così abituato ad interpretarla in chiave puramente sperimentale, ma ora vorrei condividere qualche riflessione in merito, cercando di andare un poco oltre il messaggio immediato.

Per prima cosa, lasciatemi fare una distinzione: sebbene “scienza” e “comunità scientifica” siano recentemente usati come sinonimi, soprattutto dai più accaldati commentatori, c’è una chiara e netta differenza tra i due: la Scienza, una, sola, perfetta ed incorruttibile è l’oggetto dello studio della comunità scientifica e nessun membro di quest’ultima è in diritto di parlare a nome della Scienza o di ergersene ad infallibile araldo. La Scienza non ci appare in una visione nel deserto, non ci sussurra all’orecchio nel sonno, non si manifesta sotto forma di spiriti guida o comode tavole della legge prestampate (o dettate che siano). La Scienza è una macchina schiva, nascosta nell’oscurità, complessa, distante: quello che possiamo fare è illuminarne una misera porzione alla volta per cercare di comprenderne (o approssimarne) i meccanismi e le leggi. Per questo necessitiamo di strumenti costosi e potenti, per questo sprechiamo le nostre vite in lunghe sperimentazioni, per questo abbiamo costantemente bisogno di collaboratori, per questo ci consumiamo gli occhi sui libri: dobbiamo riuscire ad arrivare il più vicino possibile alla verità, fare più luce possibile nell’oscurità.

La Scienza non è democratica. Non è democratica innanzi tutto perché non prova emozioni e non provando emozioni non può patteggiare o adattarsi ad alcuna opinione, sia questa l’idea di un singolo, geniale scienziato o la convinzione di miliardi di fedeli accecati. Similmente, non può nemmeno essere imbrigliata o forzata: non esiste una forza superiore che sia capace di manipolare la Scienza a proprio piacimento essendo la Scienza il contenitore di tutte le forze.

Chiariti questi due punti ovvi, resta da discutere il monito sottinteso al messaggio: “La Scienza non è democratica QUINDI la velocità della luce non si decide per alzata di mano”. Che a guardar bene è esattamente l’espressione dell’inverso della democrazia: non ci sono urne, non ci sono scrutini, non ci sono maggioranza e opposizione. Non c’è proprio alcun modo di esprimere un voto, vige un regime inviolabile. Però c’è un passo in più da fare, nascosto tra le pieghe del discorso, che trasforma questa frase in qualcosa di sostanzialmente differente rispetto ai due punti precedenti, ed è il ruolo della comunità scientifica. La velocità della luce non si decide per alzata di mano, ma qualcuno deve averla pur stabilita, averle dato un valore, aver concretizzato e dato una legge al concetto. E se quel qualcuno avesse sbagliato? E se ci fosse un altro scienziato, piccolo a piacere, da qualche altra parte nel mondo che ha effettuato una misura della velocità della luce con una tecnica differente, ottenendo un risultato completamente diverso? Sarebbero due misure alternative egualmente valide? Chi potrebbe stabilire quale velocità della luce è quella “giusta”?

Ed è esattamente qui che si gioca il ruolo della comunità scientifica. Che io misuri la velocità della luce in chilometri al secondo o in circonferenze di salami equivalenti per tempo di rotazione di Giove, la risposta deve convergere ed avvicinarsi il più possibile al valore reale, quello che si trova nascosto al buio, nell’angolino in cui avevamo lasciato la scienza giusto un attimo fa. Però se il mio risultato fosse che la luce viaggia a 6.2 peli di procione al millesimo di schiocco di dita, sarei in aperto contrasto con quanto affermato (e confermato, per essere poi ri-confermato) da autorevoli scienziati in passato.

Il nostro approccio alla Scienza si basa quindi sull’argumentum ab auctoritate?

Assolutamente no, e lo dimostra il fatto che anche quando un premio Nobel si esprime, la comunità scientifica non si fa alcuno scrupolo a sbattergli sul muso le evidenze scientifiche del suo errore. Lo sa bene Johannes Fibiger che nel 1926 aveva vinto il prestigioso premio per aver identificato un parassita che causava il cancro nei roditori. Parassita che è poi risultato non essere causa diretta. Oppure Ilya Prigogine, che nel 1977 vinse il Nobel in chimica per il suo lavoro sulla termodinamica del non-equilibrio (credo esistano traduzioni migliori… lo spero, almeno), ma già nel 1974 la sua teoria “universale” si era dimostrata ben poco universale, cosa che lui stesso è stato costretto ad ammettere in seguito. E i casi continuano, ci sono Wendell Meredith Stanley, António Egas Moniz (controverso), Carl Cori e tanti tanti altri, senza bisogno di arrivare ai nomi coinvolti con le varie teorie del complotto. Storicamente la comunità scientifica ha sempre messo in discussione volentieri i suoi più blasonati luminari.

Allora il nostro approccio alla Scienza si basa sull’argumentum ab judicium?

Nuovamente no, non è il “numero di scienziati” che sostengono una particolare tesi a stabilire se la comunità scientifica ritiene la tesi stessa vera o falsa. Conoscente sicuramente già i nomi di alcuni brillanti scienziati che hanno “vinto” combattendo da soli contro l’intera comunità scientifica, vediamo un esempio un po’ più insolito: Alfred Wegener, padre della teoria della deriva dei continenti. Il pover’uomo morì senza che la sua teoria venisse riconosciuta ufficialmente, nei freddi ghiacci della Groenlandia. Prima però di puntare il dito contro la malvagia comunità scientifica, colpevole di non aver riconosciuto quella che al giorno d’oggi è un’ovvietà, dobbiamo considerare che il buon geologo non riuscì a fornire alcuna prova che avvalorasse la sua teoria. Questo è un punto fondamentale: anche una teoria perfetta e quindi assolutamente scientifica non è accettabile se prima non viene avvalorata da prove inconfutabili. Tra due teorie diverse, vince quella che riesce a fornire più dimostrazioni della propria validità, con l’utilizzo di tecniche più avanzate e precise e con più riconferme indipendenti. Ad un certo punto le riconferme diventano talmente solide che è impossibile pensare che la realtà si discosti di molto. Come con la velocità della luce.

Ma allora su cosa si basa la visione della comunità scientifica e perché non è democratica?

Potremmo riassumere i requisiti necessari per essere ascoltati dalla comunità scientifica in tre semplici caratteristiche: conoscenza, affidabilità e onestà. Grossolanamente, possiamo dividere in tre anche le fasi di una ricerca, una per ciascuna delle caratteristiche: preparazione, esecuzione e discussione. Senza anche uno solo dei tre fattori, l’opinione di un singolo ricercatore (o di un opinionista di passaggio) purtroppo vale ben poco. Non solo, ci sono parametri piuttosto rigorosi da rispettare: la preparazione deve essere strutturata opportunamente, fornire dapprima le basi e poi approfondire l’argomento fino alla più recente letteratura; l’esecuzione deve rispettare il metodo scientifico e far uso di tecnologie adeguate a limitare il più possibile gli errori, potenzialmente utilizzando il maggior numero di tecniche di conferma disponibili; la discussione deve essere asettica e imparziale, il più possibile priva di entusiasmi o bias cognitivi di alcun genere.

Non mi dilungo sul punto dell’onestà. Mettere in dubbio l’integrità è ovviamente il modo più spontaneo e umanamente comprensibile di attaccare una posizione se non si posseggono le conoscenze necessarie o se i dati in proprio possesso non sono affidabili. Banalmente, è anche la più facile da verificare, a patto di avere conoscenza e dati affidabili. La “redutio ad BigPharmam” secondo cui la Scienza è venduta e corrotta omette l’elemento che nella Scienza è più importante, ciò che anche Wegener non è riuscito ad ottenere: le prove concrete.

Un’ultima cosa. Mi sono trovato a discutere sulla tossicità dell’alluminio nell’organismo e ad un certo punto è saltato fuori un valore, una LD50, ovvero “dose letale nel 50% dei casi”. All’epoca mi è stato contestato che quel dato non era affidabile perché calcolato su roditori, il cui metabolismo è completamente differente e non paragonabile a quello dell’essere umano. Giusto. Per calcolare correttamente la LD50 per l’uomo è necessario un esperimento apposito, prendere un certo numero di volontari (cento? Mille? Probabilmente almeno diecimila) e somministrargli alluminio fino a calcolare la dose letale nel 50% dei casi. Follia? Cosa dire allora, ad esempio, del 22 aprile 1915, quando 1200 soldati francesi morirono avvelenati nelle loro trincee a causa dei gas di cloro rilasciati dalle preziose bombole create dal genio di Fritz Haber, premio Nobel per la chimica nel 1908? Un attacco di pazzia? Un crimine? Eppure lo scienziato aveva semplicemente trovato la risposta alla necessità di eliminare gli avversari salvando le vite delle proprie truppe. Una fredda e lucida applicazione della Scienza.

Mi rivolgo a tutti gli appassionati che oggi scrivono di come la Scienza sia buona, di come sia giust”, di come sia bella. La Scienza è anche terribile, la Scienza è anche devastante. Per fortuna esiste un’etica, quella applicata dalla comunità scientifica (e poi regolata dalle istituzioni) che ci permette ogni giorno di gioire dei pregi delle tecnologie più moderne, di sconfiggere le malattie, di portare acqua e cibo nei luoghi più impervi, di vivere fino a cento anni, più sani e più forti. Ma non è la Scienza che state ammirando, quanto il risultato di una Scienza etica o, meglio, di un’Etica scientifica corretta, conseguenza di una comunità scientifica ancora sana. Non buttiamo tutto alle ortiche per la paura che ci fanno i moderni Fritz Haber o, più probabilmente, i “mercenari” alla Craig Grimes, disposti a tutto per denaro. Nel caso voleste poi davvero fare la differenza, proseguite gli studi e unitevi a noi. C’è sempre posto.

Elia Marin

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