L’effetto Mandela: quando il cervello decide di fare remix dei ricordi
Un approfondimento su un interessante fenomeno che coinvolge la nostra memoria e il suo funzionamento

Quanti di voi hanno vissuto gli anni Ottanta? Le statistiche dei lettori di BUTAC ci dicono che siete in tanti a essere cresciuti tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Perfetto: oggi prendiamo tre casi – ma potremmo farne una lista interminabile – in cui il nostro cervello ci gioca brutti scherzi, inventando ricordi mai accaduti o distorcendo quelli reali. Il fenomeno ha un nome: Mandela Effect, l’effetto Mandela.
Che cos’è l’effetto Mandela
L’effetto Mandela si verifica quando un gruppo di persone giura e spergiura di ricordare qualcosa che in realtà non è mai avvenuto, o è avvenuto in modo diverso. Il termine nasce proprio da Nelson Mandela, che secondo moltissime persone sarebbe morto in prigione negli anni Ottanta. Nonostante la memoria collettiva sembri sicurissima, sappiamo bene che Mandela uscì dal carcere, divenne presidente del Sudafrica e morì nel 2013.
Eppure migliaia di persone nel mondo sembrano convinte del contrario.
Si tratta di un classico bug del cervello umano: la memoria non è una registrazione video. È più simile a un file che riscriviamo ogni volta che lo apriamo, e che aggiorniamo combinando ricordi veri con aspettative, associazioni, cultura pop e racconti altrui.
Il risultato, a volte, è una distorsione condivisa. Distorsione che genera appunto ricordi inventati, come quelli dei tre esempi qui di seguito.
Caso 1. L’orologio della stazione di Bologna
La prima storia ci riguarda da vicino. Uno studio del 2010, firmato anche dall’amico Sergio Della Sala, analizza tra gli altri il caso dell’orologio della stazione di Bologna. Moltissimi bolognesi ricordano che, dopo la strage del 2 agosto 1980, le lancette vennero lasciate ferme per ricordare l’ora dell’esplosione.
Il problema è che non è vero.
L’orologio venne riparato poco dopo la strage e funzionò normalmente fino al 1996. Solo in quell’anno fu deciso di fermarlo come memoriale. Per sedici anni ha segnato l’ora senza problemi, ma la memoria collettiva ha riscritto la storia. Un esempio perfetto di come la nostra mente preferisca la versione più “giusta”, più simbolica, anche quando non corrisponde ai fatti.
Caso 2. Il logo di Fruit of the Loom
Il secondo caso mi ha lasciato sinceramente perplesso, per quanto è diffuso. Tantissime persone ricordano il logo di Fruit of the Loom con una cornucopia da cui escono i frutti. Una bella immagine, iconica, molto americana.
Peccato che la cornucopia non sia mai esistita.
Mai comparsa in nessun logo ufficiale del brand, in nessuna variante. I frutti sì, la cornucopia no. Ma la nostra memoria ha evidentemente deciso che ci stava bene, forse perché l’immagine “suona” giusta. E così, milioni di persone ricordano un logo che non è mai apparso da nessuna parte.
Caso 3. We Are the Champions (of the world?)
Il terzo esempio riguarda una canzone a cui sono legato da quando ero un ragazzo, anche se oggi sono oramai un umarell bolognese doc: We Are the Champions dei Queen. In tantissimi sono convinti che la canzone finisca con le parole “We are the champions… of the world”.
Ma la versione in studio non dice così. Né il videoclip. Né il testo stampato nel booklet del CD. Quella chiusura venne cantata da Freddie Mercury solo in un’occasione: al Live Aid del 1985.
Nel brano originale solo a metà canzone quella frase c’è, ma alla fine… no. A contribuire al Mandela Effect in questo caso sono i titoli di coda di un film per ragazzi, Mighty Ducks, dove appunto i ragazzini protagonisti del film la cantano, solo che usano la versione del Live Aid.
Eppure moltissime persone, anche tra chi non ha ricordi della performance del Live Aid, sono convinte che la canzone terminasse proprio con quel “of the world”. Ancora una volta, la memoria sceglie la versione più potente, più “giusta”, quella che si incastra meglio nelle emozioni che colleghiamo al brano.
Perché succede tutto questo?
Perché il cervello non registra, ricostruisce. Ogni ricordo è una rielaborazione, un mix tra ciò che abbiamo vissuto, ciò che abbiamo sentito raccontare, ciò che la cultura attorno a noi ci ha inculcato e ciò che ci sembra logico o simbolicamente coerente.
Non è una debolezza: è proprio così che funziona la memoria umana. È flessibile, creativa, spesso molto utile. Solo che a volte inventa cose che non sono mai successe.
L’effetto Mandela non parla di universi paralleli, portali dimensionali o timeline alternative (anche se internet ci ha provato, a spingere quella narrativa). Parla semplicemente di come il nostro cervello tenda a riempire i buchi con ciò che gli sembra più plausibile, più coerente, più iconico. E in certi casi, milioni di persone riempiono gli stessi buchi allo stesso modo.
Un bel promemoria del fatto che fidarsi dei ricordi non è sempre un’idea brillante. E che prima di giurare “me lo ricordo benissimo”, sarebbe il caso di verificare. Anche solo per non finire dentro un articolo come questo.
maicolengel at butac punto it
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