Facebook è la ‘culla’ delle bufale, post visti 3,8 mld volte

maicolengel butac 27 Ago 2020
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La narrazione di certe notizie andrebbe fatta nella maniera corretta. È il caso dell’articolo pubblicato da ANSA il 20 agosto 2020. ANSA (e le altre testate che l’hanno ripreso) stanno riprendendo uno studio di Avaaz, ONG con cui ho collaborato durante la mia breve esperienza televisiva.

Purtroppo una parte del testo riportato da ANSA mi ha fatto storcere il naso non poco:

le bufale circolano soprattutto grazie a ‘superdiffusori’: il 43% della disinformazione è generata infatti da 82 pagine web, che agiscono attraverso una rete di 1000 pagine Facebook.

Sia chiaro, non metto in dubbio quanto dice Avaaz, e ANSA riporta. Il mio problema è che Avaaz sta parlando solo di dove si diffondano maggiormente le bufale online, identificando (per quanto gli è possibile) in Facebook il maggior veicolo di contagio. Il problema è che le bufale, specie quelle in epoca di emergenza sanitaria, non passano solo dalla rete. Ma, come ben sapete voi che leggete BUTAC da anni, moltissime vengono veicolate dai media tradizionali – che siano TV, giornali o radio poco cambia. Non sui canali nascosti del digitale terrestre, dove sta arrivando anche uno dei più grossi “controinformatori italiani”, no no, parlo dei TG nazionali, delle trasmissioni seguite da milioni di spettatori, dei giornali considerati affidabili (almeno dai loro sostenitori).

Non spiegare che molta disinformazione trova potenti alleati in testate e media, considerati affidabili dalla maggior parte dei cittadini, è grave. Ma ovviamente non potevamo aspettarci diversamente da un’agenzia di stampa che solo nell’ultimo mese ha attinto da notizie che avevano come fonte il Daily Mail o il Sun spesso e volentieri. Si tratta di testate note per non essere affidabili, lette moltissimo nel mondo, pertanto sfruttate da molte agenzie di stampa. Lo capite che quando lo stesso sito che dovrebbe informare i giornali usa come informazioni possibilmente inattendibili, il problema è decisamente più grosso di come la si sta raccontando ai propri lettori?

Sia chiaro, lo studio di Avaaz racconta cose corrette e già note ai tanti fact-checker europei, quello che vorrei vedere è un serio attacco a quelli che sfruttano la loro popolarità per passare disinformazione, anche su canali decisamente più mainstream di un blog online. Perché nessuno, o quasi, dei tanti giornalisti italiani osa mettere alla pubblica gogna chi dà visibilità a soggetti come Alessandro Meluzzi, che in maniera subdola sta diffondendo le bufale di QAnon ovunque possa. Purtroppo il perché lo so, e viene sempre dalla mia breve presenza televisiva nel 2019. Non si può rinfacciare a un ospite, in maniera troppo evidente, di essere un cazzaro, perché poi gli ospiti non verranno più volentieri a farsi intervistare. E quindi ti tocca mandare giù l’amaro boccone di avere un Porro o un Borgonovo a pochi metri e non poterlo sbeffeggiare apertamente.

Stessa ragione per cui da noi trasmissioni con fact checking in diretta non si fanno, un politico difficilmente si siederà in uno studio dove sa che ogni affermazione che fa potrebbe esser smentita con dati e fonti nel giro di pochi secondi. Apparire forti e sicuri di quanto si sta affermando risulta più arduo quando hai qualcuno nel backstage che analizza ogni tua parola…

A noi servirebbe un giornalismo fatto così, invece che redazionali che accusano la rete di essere la causa dell’infodemia, sollevando da ogni responsabilità i salotti televisivi tanto amati dal pubblico generalista.

Lo so, è un periodo che mi sentite spesso con considerazioni amare su come stanno andando le cose. Non riesco a essere ottimista, vedo la situazione peggiorare sempre di più, la disinformazione aumentare invece che diminuire, e chi dovrebbe porci un limite continuare a fare spallucce.

 
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