Il fact-checking ultima parola definitiva e inoppugnabile?

C'è mai stato un momento in cui il fact-checking si è "venduto" come "inamovibile, definitivo, inoppugnabile"? A noi non risulta

maicolengel butac 15 Set 2025
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Nei giorni scorsi sulle bacheche di amici e follower di BUTAC ha circolato un post che parla di fact-checking, un post scritto da un collega, che recita:

Un tempo il fact checking si vendeva come l’ultima parola: inamovibile, definitivo, inoppugnabile.
Oggi invece è diventato il passatempo dei factfluencer: più che verificare, inseguono trend e algoritmi, a caccia di visibilità.
Arriva un drone? Subito il debunk lampo.
Greta respira? Giù ipotesi e teatrini.
La realtà conta meno della performance.
E allora segnatela bene questa:
“Il fact checking è morto: sopravvive solo come verifluencing, dove la verità si piega all’algoritmo.”
Non è più giornalismo, non è più rigore: è marketing travestito da scienza.

Il breve testo sembra narrare di un passato in cui il fact-checking sarebbe stato appunto “inamovibile, definitivo, inoppugnabile”.

Ecco, abbiamo deciso di scrivere quanto state leggendo proprio dopo quella frase, che troviamo del tutto inadatta a parlare di fact-checking, e dalla quale vogliamo dissociarci. Perché capiamoci, il fact-checking non è mai stato, e non deve essere, l’ultima parola. Non è mai stato così. È forse una fantasia che nasce da chi pensa di essere un oracolo. Ma tra i fact checker professionisti, o almeno quelli che il mestiere cercano di farlo bene, nessuno dovrebbe credere di essere l’ultimo giudice della verità e di certo nessuno ha mai seriamente cercato di “vendersi” come “inamovibile”. Anzi.

Verificare i fatti non significa voler aver ragione, non significa voler chiudere sul nascere le discussioni, non è qualcosa di inoppugnabile. Il fact-checking serve a vedere le cose sotto un’ottica diversa, cercando di analizzare i fatti estrapolati dalle opinioni o dalle interpretazioni soggettive, ma una volta che questo è stato fatto non esiste una vera e propria “ultima parola”. Chi si occupa di verifiche dei fatti sa bene che ogni azione, come nel campo scientifico, può essere provvisoria, in quanto legata ai dati disponibili nel momento in cui facciamo le ricerche. Può capitare che le cose che un giorno abbiamo scritto vadano aggiornate, non perché erano sbagliate quando le abbiamo verificate, ma perché i dati che esistevano fino a quel momento dicevano una cosa, ma i dati più aggiornati ne dicono un’altra. Fare verifiche significa cercare di riportare i fatti nel loro giusto contesto.

BUTAC solitamente non fa verifiche rapide: non siamo in grado di rincorrere la notizia, siamo una redazione minuscola, sarebbe impossibile. Ma ci sono colleghi che lo fanno, e, quando operano bene, i loro rapidi fact check non diventano una rincorsa al click, ma una toppa d’emergenza per fermare la pericolosa diffusione di notizie errate. La velocità non annulla il rigore (almeno non sempre, non ovunque): si può essere veloci ma al tempo stesso corretti. La tempestività, nell’era dell’information disorder, può essere basilare per arginare la disinformazione. Ovviamente, però, a mano a mano che si aggiungono altre informazioni possono essere necessari aggiornamenti; tutto il contrario di una pratica “inamovibile” – e riteniamo sbagliatissimo che qualcuno che si definisce fact checker diffonda un messaggio del genere, raggiungendo anche un certo seguito. Se vogliamo parlare di “rigore” la prima cosa da evitare è spacciare opinioni personali e visioni distorte per definizioni universalmente accettate; sarebbe bastata ad esempio una breve verifica delle linee guida dell’IFCN (International Fact-Checking Network) per leggere:

Principle #5
A commitment to an Open & Honest Corrections Policy
Signatories publish their corrections policy and follow it scrupulously. They correct clearly and transparently in line with the corrections policy, seeking so far as possible to ensure that readers see the corrected version.

Il valore del fact-checking sta nel metodo e nella trasparenza, non nell’essere “inamovibile, definitivo, inoppugnabile”. Questa convinzione è l’opposto di ciò che dovrebbe ispirare un fact-checker, l’opposto di qualsiasi buona pratica su questa attività.

Oltretutto diffondere messaggi come questo è controproducente nella lotta alla disinformazione, perché questi contenuti rischiano facilmente di diventare terreno fertile per complottisti e disinformatori, che leggono frasi come “il fact checking è morto” e ci costruiscono sopra il solito teatrino del “Ministero della Verità”. Così si finisce solo a prestare il fianco a chi lavora ogni giorno per screditare i fatti stessi. E questo, per chi fa davvero fact-checking, non è solo irritante: è un ostacolo quotidiano.

Non ho intenzionalmente nominato chi ha scritto quel post: non è importante. Perché l’intenzione non è attaccare una persona o una testata, ma ispirare una riflessione. E non vogliamo nemmeno avere l’ultima parola… dopotutto noi non siamo oracoli.

maicolengel at butac punto it

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