La Federazione Ginnastica d’Italia e la scienza
Legittimo cercare partnership in ambito sportivo, meno avallare affermazioni scientifiche prive di riscontri solidi...

Il 26 marzo 2026 la Federazione Ginnastica d’Italia ha annunciato un accordo quadriennale con un’azienda che non citeremo, visto che sono soliti querelare a priori, ma che abbiamo in precedenza trattato qui – sempre senza citarli. L’azienda in questione sarà sponsor della maglia della nazionale GAF.
I claim
I post social che sono stati condivisi per annunciare questa partnership recitano così:
La FGI e XXXYYYYY sono liete di annunciare la nuova partnership! Le nanotecnologie entrano ufficialmente nel mondo dell’artistica femminile nazionale per offrire un sostegno innovativo alle nostre atlete. I dispositivi XXXXYYYY supportano il recupero, la riduzione delle infiammazioni e il miglioramento delle prestazioni, contribuendo al benessere psicofisico delle ginnaste. Un futuro all’avanguardia per lo sport italiano!
E ancora:
XXXXYYYY fa il suo esordio ufficiale sulle maglie azzurre della Nazionale Italiana di Ginnastica Artistica Femminile in occasione della XVII edizione del Trofeo Città di Jesolo. FGI e XXXXX YYYYYY iniziano così un percorso comune verso nuovi traguardi. Il “Fornitore Ufficiale” con esclusività nel settore dei dispositivi medici indossabili comincia la sua avventura dal podio del Palazzo del Turismo e dall’area commerciale, mettendosi a disposizione della salute delle Fate e di tutti gli atleti, agonisti e no, che vorranno sperimentare le sue nano tecnologie.
Comunicati in cui per l’appunto si esaltano i supposti benefici del “dispositivo medico” indossabile: recupero, riduzione delle infiammazioni, miglioramento delle prestazioni e benessere psicofisico. Il problema è che di questi supposti benefici mancano prove solide. Perché vedete, la Federazione può scegliere di avere tutti i partner commerciali che vuole: sono sponsor, che sia un’azienda di bevande, un produttore di integratori o chi produce fantomatici cerotti poco importa. Il problema è quando la partnership significa anche spacciare un po’ di pseudoscienza in giro per lo Stivale.
Gli studi
Le evidenze pubblicamente rintracciabili sul dispositivo ci sono, ma sono roba da prendere con le pinze, non da appendere alle maglie azzurre come dimostrazione di efficacia. Lo studio del 2021 su pazienti con sclerosi multipla, per esempio, spiega che il dispositivo è stato applicato insieme a un protocollo di allenamento e dichiara un finanziamento di PosturaLab Italia. Quindi già lì non abbiamo la prova pulita che “funziona”, abbiamo un contesto misto e pure finanziato da soggetti collegati all’ambiente del prodotto. A questo aggiungiamo che questo studio del 2021 è pubblicato su una rivista scientifica che, a fianco dello stesso, riporta:
All claims expressed in this article are solely those of the authors and do not necessarily represent those of their affiliated organizations, or those of the publisher, the editors and the reviewers. Any product that may be evaluated in this article or claim that may be made by its manufacturer is not guaranteed or endorsed by the publisher.
Si tratta di una formula standard nelle riviste scientifiche, ancor di più quando Open Access; serve a chiarire che il contenuto è responsabilità degli autori e non costituisce una validazione del prodotto da parte dell’editore. Il punto non è la presenza del disclaimer, che è normale nelle pubblicazioni scientifiche, ma il fatto che studi con limiti evidenti vengano poi utilizzati per sostenere affermazioni molto più forti di quanto i dati consentano.
Il secondo studio, più recente e pubblicato nel 2026 su Audiology Research, non cambia sostanzialmente il quadro. Si tratta di una rivista scientifica reale ma di fascia media (MDPI, Q2, impact factor contenuto). Pubblicarvi quindi non è di per sé un problema, ma non rappresenta neppure una validazione forte: la qualità degli studi pubblicati può essere molto variabile, e un lavoro metodologicamente debole resta tale anche dopo peer review.
In nessuno dei due studi siamo davanti a forti evidenze che siano replicabili e pertinenti al contesto sportivo come quello della Federazione Ginnastica d’Italia. Peccato che sia proprio su questi studi che ci si basi per sostenere i claim che annunciano la partnership nei comunicati stampa, che a me viene da chiamare sponsorizzazione.
Chiamiamola con il suo nome: è una sponsorizzazione. L’azienda paga per avere il proprio logo sulle tute e nella comunicazione. Solo che comunicati come quelli che avete visto in apertura danno a intendere che ci siano evidenze dell’efficacia del prodotto, quando quelle evidenze sono molto deboli. Fare endorsement del genere a un prodotto che in passato è stato criticato proprio per gli stessi deboli studi, a nostro avviso, per una Federazione come quella della Ginnastica è grave: rischia di spingere altri atleti ad acquistare un prodotto che la comunità scientifica ad oggi non ritiene efficace. Perlomeno non quanto ci viene fatto intendere.
Dispositivo medico di classe 1
A questo vorremmo aggiungere che nei comunicati stampa che annunciano la partnership viene usata una definizione che conosciamo bene: dispositivo medico. Si tratta, come già spiegato in precedenti articoli, di una denominazione che genera spesso confusione. Non significa che lo Stato italiano riconosce l’efficacia medica del dispositivo ma solo che lo stesso (registrato come dispositivo medico di classe 1) è uno strumento a basso rischio per la salute umana, e che non richiede l’intervento di un Organismo Notificato per la marcatura CE. Il produttore stesso emette un’autocertificazione di conformità, garantendo la sicurezza del prodotto. I dispositivi di classe 1 sono quelli meno invasivi e meno pericolosi, come ad esempio occhiali da vista, bende, sedie a rotelle, calze compressive, ma anche materassi, se un produttore è disposto a pagare per la dicitura. La dicitura sta a certificare – a responsabilità dell’azienda che certifica, in autonomia – che quel dispositivo non può fare male a chi lo usa, tutto qui.
E perché mai un produttore dovrebbe pagare per ottenerla? Perché quella definizione, nel marketing, vale oro.
Concludendo
Chissà se la Federazione Ginnastica d’Italia ha tenuto conto di tutto questo prima di firmare la partnership. Non mettiamo in discussione il diritto di qualsiasi federazione sportiva di scegliersi gli sponsor che ritiene opportuni: che si tratti di bibite, integratori o cerotti tecnologici, sono scelte legittime. Il problema nasce quando la comunicazione che accompagna quella scelta va ben oltre la normale promozione commerciale e si trasforma in endorsement scientifico implicito.
Scrivere che un prodotto supporta “il recupero, la riduzione delle infiammazioni e il miglioramento delle prestazioni” non è comunicazione neutrale: è un preciso messaggio che raggiunge atleti, famiglie e appassionati con tutta l’autorevolezza del simbolo azzurro. Autorevolezza che ha un suo peso; usarla per avallare prodotti con evidenze scientifiche deboli ci sembra una scelta che meriterebbe almeno una riflessione pubblica.
Le fonti che trovate qui sotto hanno già affrontato in passato le stesse criticità su questa azienda e sui suoi dispositivi. Non siamo i primi a sollevare la questione, e probabilmente non saremo gli ultimi.
- Oggi Scienza: Foto-Acu-Stimolazione Informata in Quantum Entanglement
- Oggi Scienza: Fotonica Taoista
- Di tutto un po’: Cerotto
- Riflessioni in libertà: Il gemello malvagio della scienza
maicolengel at butac punto it
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