In Cina se s’investe qualcuno poi lo si ammazza…

maicolengel butac 2 Ott 2015
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CINAAUTO

O almeno questo è quanto raccontano Slate e GQ Italia.

Perché in Cina gli automobilisti uccidono di proposito i pedoni che investono?


Driven to Kill

Why drivers in China intentionally kill the pedestrians they hit.

L’articolo di GQ Italia altro non è che un reblog tradotto del pezzo comparso su Slate il 4 settembre. Ma è davvero come ci viene raccontata?

Snopes sempre il 4 settembre aveva pubblicato un articolo che cercava di spiegare quali fossero i punti controversi dell’articolo di Slate. I giornalisti di GQ nemmeno si sono posti il problema nel riproporre le parole di Geoffrey Sant. Tanto non sono mica lì per fare i giornalisti, ma per copiare tradurre e incollare, e raccogliere gli introiti della pubblicità. No?

Andando a leggere l’articolo di Slate ci appare chiaro come tutta la storia sia una libera interpretazione dell’autore di alcuni video che circolano in rete. Anche su Butac a volte ce li segnalate. Immagini di autisti che dopo aver investito qualcuno decidono di reinvestirlo, proprio per sincerarsi d’averlo fatto secco. Le immagini che girano fanno davvero impressione, sono sicuro che a volte le avete viste anche voi passare sulle bacheche dei social. Non è mia intenzione riproporvele.

Ma andiamo a vedere cosa ci diceva Snopes il 4 settembre:

The article appeared to draw rather presumptive, definitive conclusions from a series of possibly unrelated incidents, primarily based upon assumptions about scenes captured in CCTV footage. Starting with offhand comments made to him by a friend in the 1990s, the author interprets admittedly upsetting video footage through the lens of something a single individual (whom Sant described as “enjoying” his shock) had told him during a drive to work several years earlier.
L’articolo sembra arrivare a conclusioni molto supponenti e definitive di una serie di incidenti probabilmente non relazionati fra loro, basandosi principalmente sul ipotesi relative a scene catturate nei filmati CCTV. Partendo dai commenti non verificati fatti a lui da un amico nel 1990, l’autore interpreta le riprese video sconvolgenti attraverso l’opinione che un singolo individuo (che Sant ha descritto come “godersi” il suo shock) gli aveva raccontato nel corso di tragitto verso il lavoro diversi anni prima.

Quindi l’articolo di Slate si basa su fatti raccontati nel 1990 (25 anni fa) da un conoscente dell’autore:

I first heard of the “hit-to-kill” phenomenon in Taiwan in the mid-1990s when I was working there as an English teacher. A fellow teacher would drive us to classes. After one near-miss of a motorcyclist, he said, “If I hit someone, I’ll hit him again and make sure he’s dead.”Enjoying my shock, he explained that in Taiwan, if you cripple a man, you pay for the injured person’s care for a lifetime. But if you kill the person, you “only have to pay once, like a burial fee.” He insisted he was serious—and that this was common.

E con quel racconto si è tentato di giustificare i video che girano in rete da qualche anno a questa parte. Senza però alcuna prova.

Con l’aiuto di Elisa Chen di Minerva ho cercato di sentire i pareri della comunità cinese in Italia, ma anche dalle loro vaghe risposte mi è parso di capire che ci stiamo riferendo a quella che non può esser bollata altro che come leggenda urbana, nessuno è sicuro, nessuno riesce a dimostrare la cosa, ma solo a dire che sì, la storia ha girato anche su testate cinesi, ma senza avere una fonte affidabile o verificabile. Insomma è un “sentito dire” basato su pochi fatti verificabili e tante “voci di corridoio”.

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Non posso dirvi se alla fine le cose stiano o meno così, esattamente come non poteva affermarlo Sant. Ma allora perché GQ deve ripubblicare la notizia tale e quale, senza minimamente farsi venire il dubbio che si tratti di una leggenda urbana?

Probabilmente perché come dicevamo all’inizio poco importa fare o meno giornalismo, l’unica cosa che conta è quanta gente leggerà l’articolo, on e offline. La pubblicità è l’anima del commercio.

maicolengel at butac.it
PS

Battendoci sul tempo di qualche ora, il sempre preciso Paolo Attivissimo ha pubblicato un  articolo in merito alla vicenda, vi riporto una sua conclusione decisamente condivisibile:

Bastano quattro episodi dubbi, ripresi in video nell’arco di una decina d’anni, in un paese con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, per parlare di comportamento diffuso e macchiare così un’intera popolazione? O è la sottile paura dell’estraneo che rende credibili e appetibili queste accuse?

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