Purtroppo mi tocca trattare questa cosa che avrei volentieri lasciato relegata ai corridoi polverosi della rete.

Sul Resto del Carlino:

Jonathan Galindo, la folle sfida. Un gioco all’autolesionismo

L’articolo riporta:

Jonathan Galindo è tra noi. Specie nei social e nelle chat tra compagni di scuola di 12-13enni. Alcuni genitori preoccupati per quello che sembra essere il seguito della terribile Blue Whale challenge si sono anche rivolti alle forze dell’ordine e vogliono avvertire chi ancora non conosce il fenomeno di prestare la massima attenzione. Jonathan Galindo che attraverso la faccia di Pippo deformato con sembianze umane ma che provocano spavento, si insinua nei social network degli adolescenti, è già entrato in contatto con ragazzini del capoluogo dorico ma anche della provincia.

Apettate un secondo, “il seguito della terribile Blue Whale Challenge”? Ma la Blue Whale era qualcosa di inventato, diffuso unicamente per colpa della stampa che non fa sufficienti verifiche. Il dubbio che mi viene è che siamo di fronte veramente a una nuova Blue Whale Challenge, ovvero qualcosa che nasce su siti fatti appositamente per trollare, e che diventa noto solo e unicamente perché i giornalisti che ne parlano sono analfabeti digitali.

Per iniziare è necessario cercare questo Jonathan Galindo e vedere cosa ci riporta la rete. La prima cosa che mi salta all’occhio è che la storia circola almeno dal 2017:

La testata che ne parlava era la Blasting News messicana. Nessuna testata BN è affidabile, visto che gli articoli vengono scritti dagli stessi lettori e pubblicati senza alcuna verifica dei fatti. Testate così sono scelte da bufalari e troll di professione proprio per mettere in circolazione notizie senza fonti, che però in questa maniera riescono facilmente a diventare virali. Nel caso dell’articolo del 2017 in realtà l’autore del pezzo spiegava fin da subito la situazione in maniera completa. Erano stati aperti svariati profili social con l’immagine di un Pippo umano, col nome Jonathan Galindo. Le immagini venivano dai profili di un soggetto (Dusky Sam ma anche Samuel Catnipnik) che si divertiva a fare filmati porno mentre indossava un  trucco facciale particolare o costumi speciali.

Siamo di fronte al solito caso di qualcosa che da Internet arriva nelle mani di persone che non sono in grado di decodificarlo e quindi ne hanno timore. Ma si tratta solo dell’ennesimo creepypasta, come ne abbiamo visti tanti negli anni. Da Slenderman a Momo, da Blue Whale Challenge a Jonathan Galindo, fino ad arrivare a El Ayuwoki.

Ogni volta che un giornalista senza alcuna cultura della rete tratta un creepypasta, ecco che si crea il caso, che i genitori hanno paura, che i computer diventano qualcosa di pericoloso.

Tutto questo purtroppo è solo disinformazione, disinformazione pericolosa. Dare a intendere al proprio pubblico che in rete i pericoli siano personaggi come Jonathan Galindo significa portarli ad abbassare le difese contro i veri pericoli. Quelli che non hanno facce mostruose, o strane, quelli che non arrivano per trollare. I veri pericoli per bambini, in rete come nella vita reale, si celano dietro facce normali, comuni, innocue. Quelle di cui ci viene più spontaneo fidarci. Spesso gente che conosciamo nella vita reale.

Jonathan Galindo è solo l’ennesimo spauracchio sfruttato dai media, anzi, direi reso virale dai media internazionali. Ma fateci caso, non ne trovate traccia sulla CNN o la BBC, nemmeno su Reuters, come non ci sono sul Washington Post, o sul Post italiano. Ci sono testate che cercano di fare buon giornalismo ed evitano di dare risalto a questa robaccia.

Per capire il livello del creepypasta, qualche mese fa hanno pure fatto il rap di Galindo:

 

I giornalisti italiani hanno riportato quello che hanno trovato su altre testate straniere poco affidabili, senza fare alcun approfondimento. Dando così motivo d’ispirazione ad altri. I cosiddetti copycat, che – esattamente come successo per la Blue Whale Challenge – compaiono come i funghi subito dopo che qualche testata ha raccontato notizie di questo genere.

Copioni seriali che sfruttano lo spauracchio messo in rete per renderlo reale, creano profili come hanno letto sui giornali, recuperano le foto che gli stessi giornalisti hanno messo a disposizione, ed il gioco è fatto. Ecco che il mostro delle fiabe è diventato reale.

Ma era vero quando è nato nel 2017? Cercando nei siti messicani che ne hanno fatto menzione non trovo nessun caso verificato di persone che si siano automutilate in seguito a contatti col meme. O meglio non trovo niente di verificato, nulla di nulla. I siti che ne parlano sono le solite piattaforme senza alcuna affidabilità che cavalcano le mode internet del momento. Tra il 2017 e il 2018 la vicenda si sposta, dal Messico passa nei Paesi indiani, con racconti tali e quali a quelli ripresi sulle testate italiane in questi giorni. Ma anche in questo caso nessun episodio verificato.

Chissà se i primi casi verificati arriveranno dall’Europa grazie al grande giornalismo che ci contraddistingue da sempre. Nel frattempo sono stati avvistati i primi copycat anglofoni, che vi chiedono l’amicizia su Instagram e vi inviano un link da clikkare, che serve a recuperare il vostro IP per capire in che zona state, e da lì in poi cominciano a minacciarvi di uccidere voi e la vostra famiglia se non fate quello che gli dite.

Da specificare, di base gli unici suggerimenti validi per difendersi da questo genere di cose:

  • Evitate di accettare l’amicizia di sconosciuti.
  • Evitate di cliccare su link inviati da sconosciuti.
  • Evitate di condividere informazioni personali con utenti che non conoscete anche nella vita reale.

E per concludere: non possono risalire a chi siete da un semplice IP, non abbiate timore a mandarli a quel Paese.

Non credo di poter aggiungere altro.

maicolengel at butac punto it

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