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…questa storiella mi aveva intrigato moltissimo, ma mancavano sufficienti elementi per parlarne, ora dopo una piccola ricerca online ho qualche cosa d’interessante da scrivere in merito.

Partiamo coi “fatti” :

Un messaggio di aiuto cucito vicino all’etichetta di lavaggio di un abito della casa britannica Primark con la scritta in inglese ‘condizioni di sfruttamento degradanti’. E’ cio’ che ha trovato Rebecca Williams in uno dei vestito acquistati nell’azienda londinese di abbigliamento low cost, una scoperta cui ha fatto eco quella di un’altra cliente dello stesso store in Galles. Anche questa volta una scritta in inglese: ‘Costretti ad ore di lavoro estenuanti’. Non sembra essere una catena di casi isolati, ma una protesta organizzata. .

Cos’ ci raccontava Repubblica il 27 Giugno, e così hanno titolato in tantissime testate che hanno più volte riportato i fatti e le foto coi messaggi:

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Tutti articoli leciti, ma scritti malino, si perché le richieste trovate sono TRE, TUTTE nella stessa catena, tutte nello stesso negozio, la cosa è strana, Primark ha negozi in giro per gli UK, non uno solo, i fornitori invece sono gli stessi per tutti i negozi, come è possibile che solo TRE clienti di uno stesso negozio abbiano trovato i messaggi d’aiuto? Oltretutto una delle tre signore l’ha trovato su di un abito acquistato nel 2009…le altre due invece avrebbero comperato gli abiti nel 2013…

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Il Giornale riporta la storia in maniera abbastanza corretta, ma mancano ancora degli indizi…l’Independent ha scavato un po’ di più e ha contattato la compagnia Primark per avere delle delucidazioni in merito, queste le dichiarazioni rilasciate:

Our investigation into the labels sewn onto two garments bought separately from our Swansea store in 2013, has led us to the conclusion that it is more likely than not, to have been a hoax carried out in the UK.”

“It is almost impossible to imagine circumstances in which such similar labels could have been sewn onto the garments at the factory where they were made, given that they were made by different suppliers, in different factories, on different continents, one in Romania and the other in India, thousands of miles apart.

“However, both garments carrying the hoax labels, were bought from our Swansea store in 2013. It may be no more than a coincidence that an exhibition of labels of a similar kind was held in Swansea, also in 2013. Visitors were encouraged to sew labels, using similar wording and appearance to the hoax labels, onto clothing.”

 

La nostra indagine sulle etichette cucite sui due capi acquistati separatamente dal nostro negozio di Swansea nel 2013,  ha portato alla conclusione quasi certa che sia stata una bufala avvenuta nel Regno Unito. ”

“E ‘quasi impossibile immaginare circostanze in cui tali etichette così simili possano essere state cucite sui capi in fabbrica, dove sono state fatte, dato che sono provengono da diversi fornitori, in stabilimenti diversi, in continenti diversi, uno in Romania e l’altro in India, a migliaia di chilometri di distanza.

“Tuttavia, entrambi gli indumenti che portano le etichette truffaldine, sono stati acquistati dal nostro negozio di Swansea nel 2013. Potrebbe non essere  una coincidenza che ci sia stata una mostra di etichette di tipo analogo  proprio a Swansea, nel 2013. I visitatori erano invitati a cucire etichette, con formulazione e aspetto analoghe a quelle rinvenute, su vestiti. “

E qui potete trovare la dichiarazione rilasciata da Primark sul loro sito ufficiale.

A questo aggiungo qualcosa di mio, come è possibile che non si trovino tracce di altre segnalazioni di questo genere sul web? Se dei fornitori della Primark hanno dipendenti/schiavi che lanciano messaggi così come mai le segnalazioni di etichette di questo genere non sono all’ordine del giorno? Prima denunciano la cosa in due con etichette molto simili, poi appena la Primark si difende con i comunicati di cui sopra ne spunta una terza con un abito comperato nel 2009, sostenendo che non l’ha mai messo ma SOLO ora ha deciso le è saltato fuori un bigliettino dalla tasca scritto in cinese…e l’abito viene sempre dallo stesso negozio.

Non posso certificare che sia una bufala, e non voglio sostenere che non sia vero che in paesi poveri dove si trovano tante delle catene produttive delle aziende che poi rivendono in Europa ci siano condizioni lavorative pessime. Ma questa storia mi puzza, tanto, troppo… Sono quasi sicuro che salteranno fuori altre etichette, via via in altri negozi, perché se (come penso) è una protesta fatta da qualche associazione che vuole difendere i diritti degli sfruttati  cercheranno di allargarla a macchia d’olio. È un peccato perché usare mezzucci come questi per portare l’attenzione su problemi veri sminuisce i secondi…come potrò mai fidarmi di un’associazione che per combattere una battaglia magari giusta usa la menzogna, io non ne sarei capace.

Qui trovate anche il pezzo che ha dedicato alla cosa la BBC.

E qui un bell’articolo che spiega perché comunque è importante che l’informazione sulle pessime condizioni lavorative circoli…