I maranza cattivi che in realtà sono musicisti cechi

Un volantino in cui dei "maranza" minacciano la nostra sovranità si rivela essere basato sulle foto promozionali di un gruppo di wannabe musicisti della Repubblica Ceca

maicolengel butac 3 Feb 2026
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Ci avete segnalato un’immagine condivisa sulla bacheca dell’europarlamentare di Fratelli d’Italia Elena Donazzan il 24 gennaio 2026. L’immagine riprende un titolo de La Verità:

Con i maranza gli assistenti sociali sono inutili, serve il potere della legalità

L’immagine è questa:

Mostra sei ragazzi dall’aria “minacciosa”, perfetti per accompagnare un titolo costruito per evocare paura. Solo che quei sei non sono “maranza”, non sono nemmeno residenti in Italia, e sicuramente non sono criminali.

Sono giovani (wannabe) musicisti della Repubblica Ceca.

Se fossi uno di loro, prima mi sentirei stranamente lusingato: visto il tipo di musica che fanno ci sta quell’aria da duro, e probabilmente essere qualificati come crminali potrebbe anche far comodo alla loro immagine; ma poi, probabilmente, valuterei una denuncia. Perché non è che, siccome Internet è una discarica globale di immagini, chiunque può prendere sei facce qualunque e usarle per rappresentare “baby assassini”. Non sono musicisti famosi, hanno scarse visualizzazioni su YouTube e onestamente mi sono bastate due canzoni per bollarli come not my kind of music. Ma questo non significa che si possano usare le loro facce così.

Le persone raffigurate esistono davvero, e prima di sfruttare i loro volti occorre avere il loro permesso.

I coltelli a scuola

Sia chiaro, da genitore di due ragazzi posso anche concordare su un punto: esistono “mode” pericolose, come quella dei coltelli a scuola, che vanno fermate subito. Ma l’articolo di Belpietro che Donazzan rilancia è un perfetto manuale di propaganda emotiva travestita da “buon senso”.

Belpietro costruisce una finta alternativa, dando a intendere che non esistano soluzioni intermedie: o repressione dura, o assistenti sociali che parlano nel vuoto. O manette, o assemblee con le candeline. Nessuno, nel mondo reale, sostiene che una coltellata si fermi con una poesia. Ma lui ha bisogno di fingere che qualcuno lo dica, per potersi presentare come l’unico che “dice le cose come stanno”.

…invece di disar­mare maranza e assas­sini, si invoca il potere tau­ma­tur­gico della parola. Come con il con­fetto Fal­qui, basta la parola. Solo che qui non siamo di fronte a pro­blemi di sti­ti­chezza, ma di delin­quenza. E la colpa non è dei gior­nali di destra, come sostiene Con­cita De Gre­go­rio. La nota edi­to­ria­li­sta di Repub­blica , già diret­trice e affon­da­trice dell’Unità, infatti, si culla nella con­vin­zione che Yous se f Aba­noub, il ragaz­zino di La Spe­zia accol­tel­lato per que­stioni di gelo­sia, sia morto per­ché la mano del suo assas­sino è stata armata dagli arti­coli di gior­nali come La Verità . «Altre lame hanno armato il loro modo di pen­sare e di agire». «Le parole con cui cre­sciamo», ha scritto, «costrui­scono il nostro mondo, a ogni lati­tu­dine diverso». Pec­cato che Zou­hair Atif, il ragazzo che ha sfer­rato la col­tel­lata mor­tale, sia maroc­chino e non risulti essere un assi­duo let­tore della Verità . Ammesso e non con­cesso che, come dice De Gre­go­rio, sul nostro quo­ti­diano «ogni parola sia uno sfre­gio, un’irri­sione, una cari­ca­tura offen­siva, un’accusa arbi­tra­ria, un insulto».

L’autore non sta parlando alle teste dei suoi lettori ma alle loro pance: i suoi lettori vogliono sentirsi dire esattamente quello che lui scrive, vogliono sentirsi dire che ogni responsabilità per la situazione italiana è da trovare al di fuori degli italiani, vogliono sentirsi dire che senza immigrati il nostro Paese starebbe meglio.

Peccato che Belpietro ometta un dettaglio fondamentale: i percorsi di radicalizzazione non passano dalle pagine di un quotidiano letto quasi esclusivamente da un pubblico già ideologicamente orientato, ma attraverso la comunicazione social – quella sì molto più virale – come quella fatta da Donazzan sulle sue pagine. Una comunicazione che mette lo straniero nel ruolo del colpevole e l’italiano in quello della vittima, che trasforma problemi complessi in favole da scuola elementare: noi siamo i buoni, quindi loro sono i cattivi.

E non è un’impressione o un parere personale, eh: è un fenomeno riconosciuto e studiato. Ad esempio nello studio All Radicalization Is Local pubblicato su International Journal of Communication nel 2023 vengono studiati 5 “hotspot” tedeschi e austriaci per capire come media e propaganda interagiscano nei processi di radicalizzazione islamista. Ignorare che esistano analisi di questo genere significa non essere interessati a informare, ma a portare avanti una specifica tesi che vuole lo straniero già radicalizzato di suo (alla nascita, forse?).

Nello studio gli autori, Katharina Neumann e Philip Baugut, mostrano come la copertura giornalistica sensazionalistica di “eventi chiave” (attentati, moschee sospette, “Sharia Police”) tenda a esagerare la pericolosità delle scene locali, offrendo ai gruppi radicali visibilità, status e un’immagine di pericolosità da incarnare, e spingendo le autorità a reazioni repressive sotto la pressione mediatica. In pratica si produce un paradosso: i media chiedono la repressione di un fenomeno che hanno contribuito a ingigantire.

Lo ripetiamo da circa 13 anni, ma noi come sapete siamo solo fact checker, quindi vi forniamo altre fonti per approfondire il problema:

maicolengel at butac punto it

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