Meta e lo scandalo delle pubblicità truffa

Un'indagine di Reuters mostra che Meta guadagna consapevolmente enormi cifre dai contenuti sponsorizzati truffaldini

maicolengel butac 13 Nov 2025
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Sono anni che, con regolarità, ci troviamo a trattare i contenuti sponsorizzati che ci segnalate circolare su Facebook e Instagram, pubblicità che sfruttano la mancanza di competenze digitali dell’utenza generalista del web per indurla in inganno.

Anni che concludiamo quegli articoli chiedendo che Meta venga messo sul banco degli imputati in quanto perfettamente conscio di quanto fa. Scrivevamo ad esempio qualche settimana fa:

Meta sa perfettamente che queste inserzioni sono truffaldine…

Eppure, pur distribuendo post sponsorizzati che non rispettano gli standard, è da luglio che la pagina li diffonde e non viene chiusa. Se vi chiedete come mai la risposta è semplice: ogni volta che pubblica un post sponsorizzato Meta incassa, e a quel punto Meta non è così sicura che sia il caso di rimuovere in toto la pagina, al massimo ritiene che sia sufficiente punirla rimuovendo di volta in volta i post che l’algoritmo ritiene non adatti, ovviamente non prima di averli lasciati online per qualche ora (dal minimo di due a un massimo che ho stimato in circa dodici). Così la pagina può continuare a pubblicare annunci, Meta a incassare e gli utenti a venire truffati.

Ci fa piacere raccontarvi dell’articolo pubblicato da Reuters il 6 novembre 2025, dal titolo:

Meta is earning a fortune on a deluge of fraudulent ads, documents show

Si tratta di un’indagine firmata da Jeff Horowitz, che ha scoperto che circa il 10% del fatturato di Meta deriva proprio dalle truffe diffuse tramite post sponsorizzati di vario genere. Il 10% è una discreta cifra: Reuters ci racconta che si tratta di circa 16 miliardi di dollari, tutti derivati da inserzioni legate a truffe o prodotti vietati. Secondo i report interni, ogni giorno circolerebbero quasi 15 miliardi di annunci sospetti, molti dei quali promuovono investimenti falsi, e-commerce fantasma o medicinali illegali.

Il sistema di controllo interno blocca solo i casi in cui l’algoritmo stima la certezza della frode al 95%, quindi molto raramente. In tutti i casi dubbi Meta, invece che rimuovere gli annunci o bloccarli sul nascere, si limita solo ad applicare una tariffa più alta per la sponsorizzazione, perlomeno questo racconta Reuters. In pratica: se sembri un truffatore, paghi un sovrapprezzo per continuare a truffare.

Per quanto riguarda l’utenza, un’altra informazione da tenere sempre a mente quando si naviga sulle piattaforme di Meta è che

The documents further note that users who click on scam ads are likely to see more of them because of Meta’s ad-personalization system, which tries to deliver ads based on a user’s interests.

Ovvero:

Il documento nota inoltre che gli utenti che cliccano su contenuti sponsorizzati fraudolenti ne vedranno un incremento nel proprio feed, a causa del sistema di personalizzazione delle pubblicità di Meta, che presentara le pubblicità nel feed dell’utente in base agli interessi dimostrati dall’utente stesso.

Sempre secondo quanto riportato da Reuters, i documenti interni a cui avrebbe avuto accesso Horowitz mostrano un’azienda consapevole di essere uno dei principali pilastri dell’economia globale della frode online.

Sempre Horowitz racconta nel suo articolo che:

A May 2025 presentation by its safety staff estimated that the company’s platforms were involved in a third of all successful scams in the U.S.

Che tradotto:

Una presentazione del maggio 2025, redatta dal personale del reparto sicurezza, stimava che le piattaforme dell’azienda fossero coinvolte in un terzo di tutte le truffe andate a buon fine negli Stati Uniti.

Reuters riporta anche che Meta si aspetta possibili sanzioni fino a un miliardo di dollari, ma considera tali penalità un rischio accettabile rispetto ai ricavi derivanti dagli annunci più rischiosi: circa 3,5 miliardi ogni sei mesi solo dalla quota di inserzioni “ad alto rischio”. Detto in altre parole: Meta sembra intenzionata a ridurre la quota di ricavi provenienti dalle truffe, ma senza fare scelte che possano compromettere troppo le previsioni di business.

Per noi di BUTAC l’idea è che in Italia la situazione possa essere persino peggiore di quanto descritto negli States. D’altronde qui il giornalismo investigativo di riferimento non sempre arriva dove arrivano certe inchieste internazionali, e così le vittime restano più esposte. Noi al massimo possiamo contare su Le Iene, Report e Mi Manda RaiTre, altro che Reuters. Forse è il momento che qualcuno – autorità, legislatori e chiunque abbia potere d’intervento – decida di far pagare cara questa leggerezza alla squadra del buon Mark Zuckerberg.

maicolengel at butac punto it

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