Militari, università e sensazionalismo fazioso
Una vicenda che ha fatto il giro dei giornali, ma che raramente viene raccontata mettendo in fila oggettivamente tutti i fatti

Di questa storia inizialmente non ne abbiamo parlato, ma ha assunto contorni tali da decidere, da bolognese, che valesse la pena cercare di fare un po’ di chiarezza, anche dopo alcune dichiarazioni che si sono lette sui giornali senza che i giornalisti approfondissero un minimo (come richiederebbe il loro mestiere).
Facciamo un passo indietro: prima dell’estate scorsa il generale Carmine Masiello, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha chiesto all’Università di Bologna la possibilità di creare un corso di laurea in Filosofia per circa 15 alunni dell’Accademia Militare di Modena. Corso che – in seguito a proteste e considerazioni di carattere economico – il Dipartimento di Filosofia di Unibo ha scelto di non portare avanti. Come spiegato a inizio dicembre in questo comunicato dell’Ateneo:
Corso di Filosofia per Militari: precisazioni dell’Ateneo
L’Università di Bologna non ha mai “negato” né “rifiutato” l’iscrizione a nessuna persona. Come per tutti gli Atenei italiani, chiunque sia in possesso dei necessari requisiti può iscriversi liberamente ai corsi di studio dell’Ateneo, comprese le donne e gli uomini delle Forze Armate.A ulteriore chiarimento del dibattito sollevato in questi giorni in merito alle dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore, Gen. Carmine Masiello, l’Università di Bologna ritiene opportuno precisare quanto segue.
L’Università di Bologna non ha mai “negato” né “rifiutato” l’iscrizione a nessuna persona. Come per tutti gli Atenei italiani, chiunque sia in possesso dei necessari requisiti può iscriversi liberamente ai corsi di studio dell’Ateneo, comprese le donne e gli uomini delle Forze Armate. Si ricorda, inoltre, che l’Università di Bologna collabora stabilmente con l’Accademia Militare di Modena, ai cui allievi, in virtù di specifici accordi ormai ventennali, sono riservati posti presso il Corso di Laurea in Medicina Veterinaria.
Il tema oggetto di discussione riguarda non l’accesso ai corsi, bensì una richiesta di attivazione proveniente dall’Accademia, anche in virtù delle collaborazioni pregresse, per un percorso triennale di studi in Filosofia strutturato in via esclusiva per i soli allievi ufficiali.
Il percorso prevedeva 180 CFU complessivi, lo svolgimento delle attività interamente presso la sede dell’Accademia, secondo il relativo regolamento interno, e un significativo fabbisogno didattico. L’Accademia si rendeva disponibile a sostenere i costi dei contratti di docenza.
La proposta è pervenuta al Dipartimento di Filosofia, competente a valutare preliminarmente la sostenibilità didattica, la disponibilità di docenti, la coerenza con l’offerta formativa e l’insieme delle risorse necessarie, che vanno ben oltre il costo di eventuali contratti di docenza.
Dopo un articolato confronto interno, il Dipartimento ha ritenuto di non procedere, allo stato dei fatti, alla deliberazione sull’attivazione del nuovo percorso.
L’Università di Bologna, nel pieno rispetto dell’autonomia dei Dipartimenti, ha comunicato tale decisione ai vertici dell’Accademia Militare già lo scorso ottobre, manifestando al tempo stesso la piena disponibilità a ogni futura interlocuzione.
Come spiegato da svariati professori intervistati in questi mesi (almeno dalle testate più attente ai fatti e meno al facile sensazionalismo) il problema principale è che si sarebbe trattato di un corso praticamente a domicilio per un numero esiguo di studenti, che avrebbe portato disservizi agli studenti iscritti regolarmente alle stesse lezioni in sede a Unibo. Ripeto perché sia più chiaro: ciò che è stato negato è l’attivazione di un corso ad hoc, esterno, costruito su misura per un’istituzione militare. Una scelta che rientra pienamente nelle prerogative di un dipartimento universitario e che può essere condivisa o criticata, ma che non ha nulla a che vedere con una censura del sapere. Le motivazioni del diniego, per quanto si sa, non hanno nulla a che vedere con l’antimilitarismo, ma con questioni organizzative, didattiche e di coerenza dell’offerta formativa.

Tutte cose riportate chiaramente su certa stampa, ma ignorate dai tanti che preferiscono avvelenare il pozzo dando a intendere che si trattasse di una scelta prettamente politica. Gente come il Generale Tricarico, che il 17 dicembre dalle pagine della stampa compiacente lamentava:
Bologna assomiglia a un soviet, serve una cultura della Difesa
Dimostrando purtroppo anche una certa ignoranza, perché un soviet…
… è una struttura assembleare finalizzata alla gestione democratica e livellata del potere politico ed economico da parte della classe operaia e contadina. I Soviet nacquero nell’Impero russo all’inizio del XX secolo e divennero fondamento costituzionale dello Stato socialista dapprima nella RSFS Russa e poi nell’Unione Sovietica. Analoghe strutture si svilupparono successivamente in altri Paesi, sull’esempio russo e sovietico…
Un dipartimento che:
- discute internamente una proposta
- valuta sostenibilità didattica e risorse
- decide di non attivare un corso
- comunica la decisione mesi prima
- rispetta procedure e autonomia statutaria
non è un soviet.
È un normale organo collegiale universitario. Noioso, lento, burocratico quanto vuoi, ma perfettamente coerente con il funzionamento di qualsiasi ateneo europeo. Ma tant’è.
Dopo le dichiarazioni del Generale ecco che anche qualcun altro decide di rilasciare dichiarazioni alla stampa. Il 18 dicembre infatti quasi tutte le testate italiane riportano “il parere dell’esperto” – ovvero il professore a contratto Danilo Coppe – che, come titolato da svariate testate (qui nelle parole de Il Resto del Carlino):
Corso di filosofia per i militari negato, l’esperto Danilo Coppe lascia l’università di Bologna: “Decisione assurda avvallata dai vertici”
L’esplosivista di fama mondiale sbatte la porta in polemica anche con i vertici dell’UniBo: “Una doppia cantonata, si è persa un’occasione unica di convertire il militare a una maggior coscienza di sé”
Ma siamo di fronte ancora una volta a sensazionalismo. Il professor Coppe, come dicevamo, ha un contratto di collaborazione didattica a tempo determinato, quindi non è un dipendente dell’Università in senso classico. Non ha una carriera interna all’università, non ha un posto fisso, ha una data di fine contratto già scritta nero su bianco. Ha ovviamente facoltà di lasciare l’incarico prima della scadenza, e questo, nel linguaggio giornalistico, può diventare un “lascia l’università”, ma è una forzatura comoda per fare sensazionalismo. Oltretutto Coppe nelle sue “dimissioni” ha scritto che sarebbero “revocabili in caso di retromarcia dell’ateneo”. Quindi non sono dimissioni nemmeno per sbaglio.
Ma poi, nelle interviste, Coppe rilascia questa dichiarazione:
Avrei capito (ma non giustificato) se ad espettorare questo diniego fosse stato un docente di una facoltà scientifica. Ma la filosofia… Il docente militante ha contraddetto i principi su cui si dovrebbe fondare il suo insegnamento. Ed ha anche perso un’occasione unica. Attraverso l’insegnamento, convertire il militare ad una maggior coscienza di sé e degli altri. Per poterlo eventualmente trasformare in un individuo che rifiuta l’ordine di un superiore se si rende conto che l’ordine è incentrato su una violenza inconciliabile col buonsenso comune.
Ma questo è contrario al ruolo dell’Università, che non deve mai e poi mai essere un luogo di rieducazione ideologica, né in un senso né nell’altro. Se la stessa frase l’avesse detta un professore antimilitarista possiamo solo immaginarci le levate di scudi da parte degli stessi che invece in questo caso difendono le parole del professor Coppe. Perché si sa, l’importante non è chi ha torto o chi ha ragione, ma solo chi porta l’acqua al mulino che interessa a noi. Tutto il resto è noia.
maicolengel at butac punto it
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