Le moschee in Cina e la condivisione d’impeto

Per dimostrare qualcosa di cui esistono ampie prove si sceglie la fonte più scadente possibile: anche questa è disinformazione

maicolengel butac 22 Giu 2026
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Ci è stato segnalato un post pubblicato da una pagina social dal nome molto di “moda”: Remigrazione.

Il post che ci è stato segnalato è questo:

Si legge:

Intanto in Cina, stanno demolendo le moschee. Io lo approvo, e tu? Il mondo dovrebbe seguire la Cina.
https://i.fixupx.com/i/status/2063594493392117937
E ORA CHE AVRANNO DA FIATARE I COMUNISTI ..!!!

Il link rimanda a un post praticamente identico su X, ma in inglese:

Meanwhile in China, they are demolishing Mosques. I support this, do you? The world needs to follow China.

L’unica differenza? Quello in italiano è scritto da un signor nessuno, quello in inglese dalla fondatrice di Voice For India, che si definisce “human rights activist”. Un soggetto che, prima di condividere d’impeto, ci si aspetta faccia le dovute verifiche. Ma, come abbiamo visto, nella condivisione ab mentula canis ci cascano davvero tutti, basta che il post da condividere coincida coi loro bias.

Perché dico questo? Perché Renee Lynn, che condivide il post su X il 7 giugno, ci avrebbe messo pochi secondi a trovare l’articolo di verifica di Reuters del 18 marzo 2025, articolo che spiega chiaramente che quella che si vede nel video non è veramente una moschea in Cina, bensì una palazzina all’interno di un parco divertimenti in Indonesia.

Ricapitolando: non è una moschea, non è in Cina. Chiunque abbia condiviso quel video fidandosi della descrizione è persona di cui a sua volta non fidarsi, in quanto abituata a condividere solo sulla base dei suoi bias; che si definisca attivista per i diritti umani o semplicemente islamofobo vagamente fascista.

Ma quindi va tutto bene?

No, affatto, perché in realtà che in Cina le moschee vengano demolite è sostenuto da più fonti, solo che per dimostrarlo non va bene un video che mostra tutt’altro, come appunto quello di cui abbiamo parlato qui sopra.

Il riferimento giusto è il report del 2020 dell’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), che ha usato immagini satellitari e rilevazioni sul campo per documentare la situazione nello Xinjiang. Report riassunto dal Guardian che ha mostrato come, nel 2020, fossero rimaste in piedi meno di 15.000 moschee, più della metà delle quali danneggiate in qualche misura, contro le oltre 24.000 dichiarate dal governo cinese. “Questo è il numero più basso dalla Rivoluzione Culturale, quando restavano meno di 3.000 moschee”, si legge nel report.

Ovviamente Pechino nega tutto: un portavoce dell’ambasciata cinese nel Regno Unito ha dichiarato a Reuters che “i musulmani godono di sufficienti siti religiosi, e il governo ha finanziato la riparazione e la manutenzione delle moschee”, riferendosi allo Xinjiang.

Ma quella delle moschee in Xinjiang è una vicenda documentata da anni, con dati di satellite alla mano. Il problema di Remigrazione (e di Voice For India prima di lui) non è aver detto una cosa falsa sulla Cina, ma di aver scelto la prova più scadente possibile per sostenere una tesi che, semplicemente, non aveva bisogno di prove false.

Anche questa è in qualche modo disinformazione, specie visto che negli ultimi due anni non ci risultano nuovi video di distruzione moschee in Cina.

redazione at butac punto it

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