Le narrazioni che piacciono: il Metodo Di Bella
Da decine di anni una gran parte della popolazione italiana è convinta della bontà di terapie mai validate che ci vengono nascoste. Ma da dove nasce questa convinzione?

No, non mi stancherò mai di ripetermi su questa vicenda, perché i contorni sono del tutto surreali per come a distanza di anni è ancora salda nella testa di troppi. Sotto a un nostro post Instagram in cui parlavamo di cure per il cancro riceviamo questo commento:
1998 mio nonno malato di cancro alla prostata, inizia la terapia Di bella. Praticamente chi forniva i farmaci non ha fornito la terapia corretta ostacolando la cura di Di Bella, trovando scuse assurde e sostituendo parte dei farmaci con altri inutili. Ostruzionismo visto con i miei occhi. Mio nonno è morto. Questa pagina a prescindere, ha delle risposte a chi non la pensa come la massa. Sì può essere in disaccordo su qualche punto non su tutto.
Il signore che ci scrive sostiene quindi che il nonno è morto in quanto il farmacista (o chiunque altro) che forniva i farmaci per la terapia Di Bella non gli avrebbe dato la terapia corretta, ostacolando di fatto la cura al pover’uomo, che per l’appunto sarebbe morto per colpa di questo ostruzionismo. C’è un piccolo corto circuito qui, perché chi ci scrive non risulta essere un luminare della medicina, eppure ha una certezza granitica: la cura Di Bella funziona se si segue una presunta “terapia corretta”.
Ma da dove viene questa certezza granitica?
Non nasce dal nulla. Infatti nasce molto probabilmente dalla televisione.
Nel 1997-1998 il caso Di Bella fu uno dei più grandi fenomeni mediatici della storia televisiva italiana. Luigi Di Bella, medico anziano, con i capelli bianchi, pacato, privo di ostentazioni di potere e ricchezza, cominciò ad apparire frequentemente in televisione e sulla stampa sostenendo di avere prove di ottimi risultati contro il cancro. L’immagine di questo medico dalla faccia buona funzionava. I TG ci costruirono sopra settimane di servizi, i talk show lo trasformarono in eroe contro il sistema, i giornali alimentarono la polemica politica. Quella della terapia Di Bella divenne una delle prime grandi “battaglie” mediatiche in cui la base era appunto la narrazione emotiva: il nonno malato, il bambino con il tumore, il medico umile che sfida i potenti avevano la meglio sull’evidenza scientifica.
Si mobilitano le associazioni di malati, e a dicembre del 1997 il pretore di Maglie sentenzia che il Servizio sanitario nazionale doveva rimborsare il Metodo Di Bella a una famiglia della zona che aveva un bambino malato di tumore al cervello. Un rimborso basato solo ed esclusivamente sull’eco mediatica, visto che di evidenze scientifiche non ce n’erano. Tutte cose che a distanza di vent’anni abbiamo in parte rivisto col caso Stamina e il metodo Vannoni – ma potremmo citare anche la famosa “terapia domiciliare” durante la pandemia di COVID-19).
Finalmente a novembre 1998 l’Istituto superiore di sanità comunicò i risultati della sperimentazione multicentrica. Dei 386 pazienti trattati con il Metodo Di Bella, nessuno ottenne una completa remissione e solo tre mostrarono piccole riduzioni della massa tumorale. Con un tasso di risposta dello 0,8% e una tossicità non trascurabile, si concluse che il Metodo fosse inefficace. I risultati vennero pubblicati dal British Medical Journal.
Peccato che, dopo un anno intero in cui la televisione italiana aveva raccontato una storia – c’è una cura, funziona, te la nascondono – fosse diventato impossibile smentirla. E così oggi ci ritroviamo soggetti come il commentatore di cui sopra, convinti che il loro povero nonno, fosse stato per Di Bella, sarebbe sano e salvo, ma l’ostruzionismo dei potenti ha fatto sì che morisse per colpa di un tumore.
La lezione da ricordare
Ogni volta che un giornalista antepone clickbait e sensazionalismo ai fatti nel costruire una storia sta gettando le basi per possibili narrazioni complottiste. Narrazioni che in seguito diventano impossibili da scalfire. Quanti giornalisti di quegli anni hanno fatto mea culpa? Pochissimi, se non nessuno. Eppure quella copertura mediatica senza alcuno spirito critico è la principale colpevole di quello che vediamo ancora oggi: persone convinte che la cura Di Bella funzioni, e che il nonno sia morto non per colpa di una patologia per la quale all’epoca non esisteva una terapia efficace, ma per colpa di qualcuno che l’ha sabotata.
Non c’è spazio per il dubbio sulla terapia: la terapia è buona per definizione. Se qualcosa è andato storto, è per forza colpa di qualcun altro. È un meccanismo mentale che conosciamo bene, ed è esattamente quello che una copertura mediatica irresponsabile produce: una certezza impermeabile a qualsiasi evidenza contraria.
Nel 2022, su Il Mulino, Elisabetta Lalumera aveva fatto una bella ricostruzione dei fatti che nelle conclusioni riporta:
Il caso Di Bella mostra come l’opinione pubblica tenda a dare fiducia al personaggio del medico come curatore (possibilmente un uomo non giovane, con un tipico aspetto), piuttosto che alla scienza medica e alle sue istituzioni – si pensi a come virologi e immunologi durante la recente pandemia abbiano eclissato la voce del ministero della Salute e della stessa Organizzazione mondiale della sanità.
Non credo di poter aggiungere altro a questa disamina, se non un link ai tanti articoli scritti sul tema in questi 13 anni di BUTAC.
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa di James Yarema su Unsplash