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Sta circolando una mail che racconta (in pochissime parole) una storia di uteri in affitto e coppie gay. La fa circolare il movimento ProVita italiano, e la reputa così importante da averne portato la protagonista fin in Senato, dove si discuteva di unioni civili e adozioni.

Prima di procedere nella lettura ci tengo a premettere: mi è impossibile verificare i fatti, quindi quelle che seguono sono solo considerazioni e chiarimenti soggettivi. Se siete qui solo ed unicamente per le bufale conclamate potete andare oltre.

Questo il testo:

conosci la drammatica storia di Elisa Gomez? A un certo punto nella sua vita, spinta dalle difficoltà economiche, ha commesso l’errore di “affitare il suo utero”.

“Mi sono offerta – ha affermato Elisa – come madre surrogata in un forum on line. Ho incontrato diverse coppie e ho deciso su una coppia gay. Sono stati meravigliosi al tempo e abbiamo deciso che avremmo usato i miei ovociti e il mio grembo per una maternità surrogata. Ho preso questa decisione in base ad un accordo che io sarei sempre stata la madre della mia bambina. La coppia mi ha pagato 8.000 dollari per dare vita a mia figlia e darla a loro.

Elisa, tuttavia, non si rendeva conto di aver preso una decisione di cui si sarebbe pentita per sempre: “Ho avuto la mia bambina e subito mi sono sentita legata a lei. Lei era mia figlia e io lo sapevo e sapevo che non potevo lasciarla andare, ma ero esausta e confusa”La bambina viene strappata dalla madre e la coppia gay lascia lo Stato. Il dolore che vive la Gomez nei giorni successivi al distacco dalla sua bambina è talmente forte che, ad oggi, ne ha un ricordo confuso. “Mi sentivo – ha proseguito la donna – come se la mia bambina fosse morta. Mi sentivo come se fossi un mero fantasma di me stessa. La coppia ha improvvisamente tagliato le comunicazioni e ha lasciato lo Stato senza darmi alcuna informazione. Ho contattato le autorità, ma sono stata trattata come se mia figlia non fosse mia …”.

ProVita ha portato questa drammatica testimonianza in Senato, proprio nel giorno in cui si cominciava a discutere in aula sulle unioni civili: infatti esse, attraverso il meccanismo della stepchild adoption per le coppie gay, favoriscono di fatto il mercato di bambini e lo sfruttamente di madri “surrogate” all’estero.

Noi la storia di Elisa Gomez non la conosciamo, anche perché facendo una ricerca a ritroso, dal 2006 (anno in cui sarebbe iniziata la sua disavventura) fino al 2015, non esiste traccia di Elisa e della sua storia sui giornali online. Nulla, nessun accenno a questa storia deplorevole.

La prima menzione che troviamo risale all’anno scorso, quando la signorina Gomez viene citata in un articolo, che ci racconta la storia in maniera quasi identica:

Elisa Gomez told the committee that she regretted her decision to be a surrogate. Gomez was involved in a traditional surrogacy arrangement that utilized her egg and a donor sperm. But into the pregnancy, she become attached to the child. “When my daughter was born I felt an instant connection to her and I realized I had made a terrible mistake thinking I could give my child away, even with the understanding that I could be involved in her life.”

Gomez continued, “Unfortunately, the relationship with the couple deteriorated after my daughter was born. This deterioration led to painful emotional court battle for everyone involved. After the relationship deteriorated, we went to court to decide who would have full custody.”

“It is unlikely that the courts will ever give me any visitation,” she said.

Strano che della signorina Gomez fino a quel giorno nessuno avesse mai sentito parlare. Per nove anni si è tenuta tutto dentro per poi venire chiamata a testimoniare CONTRO le stepchild adoption nel 2015 in Minnesota, e subito dopo (strano eh) diventa la ragazza immagine anti adozioni da coppie gay, portata ovunque dall’associazione ProLife internazionale.

Ma quello che risalta è che Elisa era contenta della scelta fatta fino al momento del parto, quando (pur avendo già intascato i denari pattuiti) si è sentita troppo legata alla creatura. Questo (da quel che colgo) ha incrinato i rapporti coi genitori adottivi, che con la paura che la piccola potesse venire sottratta loro da Elisa, hanno chiesto che le venisse revocato il diritto di visita, diritto che fino a quel momento non era in discussione.

La signorina Gomez la potete vedere ritratta qui:

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Da nessuna parte ci viene raccontato quanti anni abbia, ma sul Giornale di qualche giorno fa c’è un racconto più dettagliato della sua storia:

Elisa aveva due figli. Quando la maggiore a 26 anni, nel 2006 è entrata in depressione dopo l’abbandono da parte del padre, Elisa ha dovuto lasciare il lavoro per occuparsi della ragazza. In grave difficoltà economica, ha deciso di affittare il suo utero.

Vediamo di fare due conti, Elisa nel 2006 aveva due figli, di cui una di 26 anni. Quindi Elisa avrebbe partorito la prima figlia nel 1980. Ma quanti anni ha Elisa? Dalla foto qui sopra non mi sembra possa esser più vecchia di 40 anni. E anche andando sul suo profilo Facebook la vedo in forma smagliante.

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Quando ha avuto la prima figlia? Se nel 2006 aveva 26 anni direi nel 1980. E la seconda? C’è qualcosa che non mi è chiaro in questo racconto, date e numeri che non mi rendono sicuro dei fatti. Volendo ipotizzare lo scenario peggiore diciamo che Elisa sia stata una ragazza madre, e che abbia partorito la prima figlia a 14 anni, 1980-14 fa 1966, quindi nel 2006 Elisa dovrebbe aver avuto attorno ai 40 anni, ed oggi circa 50. È strano (ma non impossibile, sia chiaro) che sia stata scelta come madre surrogata a 40 anni.

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Dovrebbe avere circa 50 anni, anche se a me sembra dimostrarne non uno più di 40

Il Giornale aggiunge svariati particolari, che è strano non appaiano in nessun modo nell’articolo americano di un anno fa, sono veri? Abbiamo le prove di quanto riportato? No, quindi evitiamo di ripeterlo.

Vorrei ricordare che l’associazione ProLife è la stessa che supporta in maniera plateale il Center for medical progress che a Gennaio di quest’anno è stata accusata (negli Stati Uniti)  per la campagna denigratoria contro Planned Parenthood dell’anno scorso, campagna che si è rivelata esser basata su video montati ad arte e manipolati. Non gente di cui mi viene da fidarmi ciecamente.

Purtroppo la storia è di quelle che si fermano qui, la signorina Gomez non appare da nessuna altra parte se non nei comunicati ProLife, non esiste traccia di denunce e/o procedimenti legali a suo nome nel 2007 (anno a cui il Giornale fa iniziare la sua battaglia legale). Come se Elisa fosse stata in silenzio per nove anni e sia comparsa solo quando ProLife e i movimenti anti Stepchild adoption hanno deciso di tirarla fuori dal loro cappello a cilindro a febbraio dell’anno scorso.

Mi ricorda un po’ troppo il caso Planned Parenthood.

Questi movimenti (anche se sostengono di agire secondo gli insegnamenti della religione cristiana) hanno fatto della manipolazione dei fatti il loro cavallo di battaglia principale nel difendere i propri ideali. Sia chiaro, tutti hanno il diritto di avere la propria opinione, ma sfruttare la disinformazione e la manipolazione dei fatti per portare avanti la propria battaglia ideologica mette chiunque dalla parte del torto.

Su Elisa Gomez non posso dirvi quanto ci sia di vero e quanto di manipolato, il fatto che la signorina da un anno a questa parte venga portata in giro per il mondo come testimonial della campagna contro le adozioni e le unioni civili mi infastidisce non poco, usare un singolo caso di questo genere non è fare politica (perché questa è politica), è esattamente come quando sentiamo dire da un antivaccinista che lui il morbillo l’ha fatto ed è ancora vivo e vegeto. Un argomento ad hominem che non ha alcun valore statistico e che non dimostra nulla.

La cosa che mi fa lievemente sorridere è che l’anno scorso in Minnesota all’esposizione della Gomez ne ha fatto seguito un’altra, raccontata da Claire Nelson – un’altra madre surrogata – che alla commissione ha raccontato la propria esperienza:

Claire Nielson recounted her experience being a surrogate. “When I found out I was pregnant with my couple’s surrogate twins, I was over the moon. Two of the best memories were seeing my children for the first time and now I was going to be able to give that experience to someone else.” She added, “I’m not giving these babies up; I am giving them back. I delivered a dream and it’s something I’ll never forget.

Quindi in Minnesota all’esposizione negativa della Gomez ha fatto seguito un’esposizione positiva da parte di un’altra madre surrogata. Perché in Italia quando si è fatta parlare la Gomez non è stato fatto lo stesso?

Non è compito mio andare più in là, ma in questo caso, solo accendere in voi la fiammella della curiosità. È sensato sfruttare un singolo caso umano per combattere una proposta di legge che coinvolge milioni di soggetti (non solo all’interno delle comunità LGBT)? Per me no, sapete come la penso sulle esperienze personali. Non posso dirvi se il caso Gomez sia o meno manipolato, mancano riferimenti, mancano prove e documenti, ma è ovvio che la signorina Elisa sia schierata apertamente con i ProLife, e li affianchi da oltre un anno. Non il soggetto più adatto da usare come campione super partes.

maicolengel at butac.it

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