In seguito all’articolo di Milena Gabanelli nel suo “Dataroom” sul Corriere, intitolato Sogin: il buco nero del nucleare italiano, il nostro amico Ingegner Nuculare, consulente per BUTAC per tutto ciò che riguarda l’energia nucleare e le centrali di questo tipo ci ha mandato un commento da addetto ai lavori. Gli lasciamo volentieri la parola.


Ellamadonna… direttamente dal manuale “Come montare un caso sul nulla”: scorie, buco nero, costi, omissioni, complotto e rischi. Gli ingredienti ci sono tutti. Inclusa la malafede, ovviamente!

Ma partiamo con ordine: partiamo in modo da parlare tutti la stessa lingua.

Decommissioning

È la fase in cui viene smantellata un’installazione (nucleare in questo caso) con l’obiettivo di restituire il sito o in condizioni tali da consentire una nuova attività industriale, anche non nucleare (e allora si parla di “brown field”), o in condizioni “vergini” come prima dell’intervento dell’uomo (si parla quindi di “green field”). Se è immediato pensare che questo sia auspicabile per tutte le attività industriali, e potrebbe essere bello anche per quelle umane in generale, è meno scontato sapere che il settore nucleare è l’unico che se ne faccia realmente carico. Gli operatori di impianti nucleari sono tenuti ad accantonare, dai margini delle attività, un fondo che, alla fine della vita dell’impianto, ne copra i costi di smantellamento e gestione delle scorie.

Bene. Detto questo, veniamo al pezzo: giù le tute anti-radiazioni e fuori dai bunker!

Il caso italiano

Il caso italiano è un caso eccezionale. Il referendum del 1987 ha interrotto molto prima del previsto l’esercizio delle centrali nucleari, così che l’ENEL (che allora le gestiva) non ha potuto accantonare tutto il fondo necessario al loro smantellamento: alcune di queste centrali, infatti, erano appena all’inizio della loro vita. Visto che il popolo ha preso questa decisione, non è irragionevole che al popolo sia stato dunque imputato il prezzo per lo smantellamento (azione-reazione, o se volete, anche se un po’ démodé, assumersi la responsabilità di una decisione): anziché su contributi dello Stato, che sarebbero arrivati dalle tasse, direttamente con un piccolo sovraccarico sulla bolletta. Piccolo, sì: non c’è assolutamente da storcere il naso! Citando le cifre dell’articolo stesso, 3,7 miliardi di euro dal 2001 ad oggi, cioè mediamente 220 milioni circa all’anno. Sempre dalla bolletta sono anche prelevati gli incentivi per pannelli fotovoltaici, impianti eolici ecc., che invece costano – sempre allo stesso popolo – circa 14 miliardi di euro all’anno. Più di 60 volte tanto. Quindi Sogin è economica, no?!?

I tempi

Sulla questione tempi (e ancora soldi), prima un’altra considerazione generale. I quattro impianti da smantellare (per non parlare degli altri impianti ex-ENEA, sperimentali e quindi unici) sono di tipologie molto diverse tra loro (due ad “acqua bollente” ma di taglie molto diverse, uno ad “acqua pressurizzata” e uno a “gas-grafite”), e l’Italia ha iniziato per prima al mondo lo smantellamento di molti di questi. Sogin ha quindi dovuto sviluppare, prima di tutti ma soprattutto prima del tempo previsto, le tecniche per lo smantellamento. E non una, ma quattro volte, perché impianti diversi significa componenti diversi, volumi e spazi diversi, e quindi approcci diversi. Il fatto che tutto questo prenda così tanto tempo, e che le stime di tempi e costi siano cresciute, è tipico di ogni processo innovativo, non standardizzato. Come quando si ristruttura casa: per quanto siano esperti i lavoratori e affidabile l’impresa, non si è mai sentito un caso in cui i lavori siano finiti alla data e nei costi previsti!

I costi

Poi ancora. Dei 3,7 miliardi spesi finora, un terzo circa sono serviti per il riprocessamento del combustibile, ovvero: per riciclare gli elementi contenenti il combustibile usato, così da recuperare l’uranio e il plutonio ancora utilizzabili, e isolare gli acciai (a bassa radioattività) e le “ceneri” della fissione (le uniche scorie ad alta attività). Ciascun elemento di combustibile è alto tipicamente circa 4 metri e largo 20×20 cm, e contiene circa 450 kg di combustibile. Grazie al riprocessamento, le scorie da gestire non solo scendono da 450 kg a meno di 15, ma vengono anche vetrificate per immobilizzarle definitivamente, così da non poter sfuggire. Il prodotto della vetrificazione infine è infine racchiuso in un bussolotto di acciaio alto meno di un metro e mezzo e largo circa 40 cm, che contiene le ceneri di più di tre elementi di combustibile. Riassumendo: la massa di rifiuto da gestire è ridotta al 3% circa, e il volume a un terzo circa. Questa operazione (lascio al lettore decidere se utile o meno…!) è già stata fatta e non deve essere ripetuta, quindi quel costo di un-miliardo-virgola-due di euro non dovrà più essere sostenuto in futuro.

Si potrebbe continuare con argomenti tecnici a smantellare le affermazioni sulle proiezioni di costo e tempo (davvero si pensa che ogni anno le attività, che sono sempre diverse perché riguardano parti d’impianto e componenti diversi, restino uguali?); o la connessione fra questi lavori ed eventi ai quali non sono seguite contaminazioni apprezzabili (paragonabili al rovesciamento di un camion di banane). Si potrebbe, ma il pezzo diventerebbe eccessivamente lungo e tecnico. Quindi meglio toccare un ultimo punto, forse il più importante.

I rifiuti radioattivi

Il deposito nazionale di rifiuti radioattivi è una priorità assoluta. Non solo perché ce lo impone l’Europa (e lo impone solo perché non abbiamo provveduto prima noi), ma soprattutto perché è il modo più responsabile, civile e sicuro di gestire rifiuti radioattivi che comunque vengono prodotti in Italia (da ospedali, industrie e centri di ricerca, oltre che dagli impianti nucleari in smantellamento). Scanzano Jonico sarebbe stato un sito ottimale, senza alcun rischio per la popolazione se non quello di avere nuovi posti di lavoro e un indotto che avrebbe arricchito la regione. È vero che la proposta, allora, venne senza aver adeguatamente coinvolto la popolazione a spiegare cosa il deposito avrebbe comportato. Ma è anche vero che se oggi la carta delle aree potenzialmente idonee è “chiusa nei cassetti dei ministeri dello Sviluppo e dell’Ambiente” è perché giornalisti come la Gabanelli e tanti altri, in questi anni, non hanno fatto altro che alimentare una paura infondata del nucleare. La politica non è così debole, anzi: a volte è saggia e lungimirante (anche se sempre meno volte, ahimè), ma pur volendo realizzare un’opera necessaria con tecniche d’avanguardia, si trova ad affrontare una lotta impari contro frotte di giornalisti sensazionalisti dalla penna facile e la parola vuota, che cavalcano la demagogia per un pugno di copie o di like in più. Uno specchio molto evidente dell’Italia che purtroppo si va a creare.

Ingegner Nuculare


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