Xylella e ulivi del Salento
Donazioni, scienza e trasparenza

Era il 2015 quando per la prima volta ci occupammo di Xylella su BUTAC. Citando un documento della Regione Toscana riportavamo:
Xylella fastidiosa è un batterio fitopatogeno capace di attaccare oltre all’olivo, diversi tipi di piante fra le quali le più importanti sono la vite, il pesco, il mandorlo, diverse specie di agrumi, l’oleandro e diverse altre. In totale le specie di piante ospiti di Xylella fastidiosa sono oltre 150, fra le quali molte infestanti
Xylella fastidiosa si moltiplica nei vasi xilematici della pianta ospite provocandone l’ostruzione. La situazione che si viene così a determinare sarebbe in parte responsabile della comparsa dei sintomi della malattia.
Negli ultimi mesi ho ricevuto segnalazioni su una associazione (o più) che raccoglie fondi per “ripristinare” il Salento com’era prima dell’epidemia di Xylella. Queste associazioni ricevono molto plauso dalla stampa e dai frequentatori dei social per l’ottimo lavoro che stanno portando avanti. Anche io avrei voluto donare e adottare delle piante di ulivo, ma quello che a mio avviso manca nei racconti riportati sui social è un po’ di trasparenza.
All’epoca ce ne occupammo perché, alla comparsa dell’infezione da Xylella, la comunità scientifica aveva cercato di spiegare che l’unico modo per eliminare veramente il problema fosse quello di abbattere le piante malate, soluzione a cui si opposero tanti scienziati improvvisati, con l’appoggio di politici locali (e non) e personaggi del mondo dello spettacolo.
Purtroppo proprio grazie a questa opposizione strenua la Xylella, per anni, ha continuato a diffondersi, facendo danni non solo in Salento, ma anche varcandone anche i confini.
Qualcuno potrebbe dire: ben vengano le associazioni che oggi vogliono piantare nuovi ulivi e chiedono il nostro aiuto per farlo. Sì, ma con una domanda in più: siamo sicuri che abbiano sempre seguito la scienza? Donare soldi per iniziative di questo genere è bello, ma sarebbe meglio farlo donando a chi fin da subito ha cercato di seguire le indicazioni scientifiche per poter eliminare il problema alla radice.
Quando ho chiesto a una di queste associazioni come si erano poste a inizio epidemia sulla questione dell’abbattimento delle piante, la risposta che ho ricevuto non è stata quella che speravo:
Abbiamo provato a curare gli ulivi in diversi modi, ma purtroppo nulla ha funzionato.
L’unico modo per rivedere verde il Salento, è stato piantare nuovi ulivi naturalmente resistenti e tolleranti al batterio.
Il punto è che, all’epoca, l’unica “cura” immediata era l’abbattimento, che come dicevamo avrebbe permesso di bloccare l’epidemia e limitare i danni al territorio. Riportava Fruit Journal nel 2024:
Nei primi 7-8 anni dal rinvenimento del batterio in Salento si è assistiti a una rapida avanzata delle infezioni, con focolai inizialmente puntiformi che ben presto hanno originato una vera e propria epidemia, che oggi interessa circa il 40% della superficie della Regione Puglia, un territorio pari a circa 8000 km², compromettendo irreversibilmente la sopravvivenza di oltre 10 milioni di alberi di olivo.
Io non voglio attaccare associazioni gestite da giovani che vogliono il meglio per il futuro della loro terra, ma spiace rendersi conto che la mancanza di trasparenza vuole facilmente dire che le associazioni a loro volta sono inquinate da soggetti che dovrebbero essere tenuti a distanza. Agronomi autodidatti convinti di avere ricette magiche per la salvaguardia del territorio, contadini legati ai propri alberi ma che di scienza capiscono il giusto.
Prima di donare, prima di piantare nuovi alberi, ci vorrebbero pareri scientifici trasparenti, non interviste e reel video commoventi, perché il rischio è di piantare alberi che verranno nuovamente infettati, e che il ciclo riparta dall’inizio. Il marketing emozionale ha invaso il web, evitiamo di cascarci.
maicolengel at butac punto it
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