La grande beffa della “fortezza alpina” di Hitler

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Nel marzo del 1945 era imminente l’attacco alleato alla Germania nazista: sforzo concentrato sulla Ruhr e, a nord, la marcia di Montgomery su Berlino prima che vi arrivassero i russi. Erano piani stabiliti da tempo, approvati dagli stati maggiori, definitivi: ma improvvisamente una comunicazione di Eisenhower rimise tutto in discussione. Il piano di attacco era stato cambiato, la direzione principale non sarebbe più stata a nord ma a sud, verso la Baviera e l’Austria, la marcia di Montgomery su Berlino era annullata: la capitale tedesca aveva solo un’importanza psicologica ma non strategica, ed era molto più urgente distruggere le forze tedesche concentrate nella Germania meridionale.

Perché questo improvviso cambiamento di rotta? Eisenhower era assolutamente convinto che, sulle montagne della Baviera, sulle Alpi austriache e tra le Dolomiti e il Brennero Hitler avesse organizzato la sua “Fortezza Alpina”, Alpenfestung in tedesco, un’estrema ridotta imprendibile presidiata da duecentomila fanatici delle SS e della Wehrmacht.

In quella ridotta sarebbero andati a rinchiudersi, al momento del crollo del Reich, Hitler e altri capi nazisti: là esistevano colossali fortificazioni, scorte di viveri e di armi, là era stata preparata la schiera dei “lupi mannari”, che avrebbero continuato il mito del nazismo con la guerriglia e le rappresaglie.

Questo ragionamento avrebbe anche potuto essere valido se la “Fortezza Alpina” fosse stata reale, ma purtroppo non ne esisteva traccia, si trattava di una colossale bufala, una suggestione in cui erano caduti, in un modo che a noi sembra inspiegabile, i capi militari degli Stati Uniti, un mito abilmente alimentato dalla propaganda di Goebbels.

Una fortezza in realtà esisteva davvero, ma in Svizzera: nel 1940, al tempo delle fulminee vittorie tedesche sulla Francia, lo Stato Maggiore elvetico aveva fatto costruire un grande campo fortificato sulle Alpi.

Nel settembre del 1943, quando già si cominciava a capire come sarebbe andata a finire la guerra, il Reich pensò di copiare l’idea e costruire un sistema di fortificazioni comprendente la Baviera, l’Austria e l’Italia settentrionale da Bassano al Brennero; tali immani fortificazioni avrebbero permesso di resistere magari per anni alla spinta degli alleati da occidente e dei russi da oriente. Goebbels, ministro della propaganda di Hitler, considerò tali proposte un segno di disfattismo, ma mandò ugualmente a Innsbruck un generale esperto di fortificazioni per studiare se vi fosse la possibilità di migliorare le difese già esistenti in zona dal tempo della Prima Guerra Mondiale, con altre più moderne a nord e a est. Il generale si limitò a prendere dei rilievi e a progettare delle mappe, ma tanto bastò perché la notizia venisse trasmessa ai comandi alleati.

A fine mese l’OSS (Office of Strategic Services, precursore della CIA), pubblicò un rapporto sulla Germania in cui si dava per certa l’esistenza di una fortezza alpina. Si notavano le caratteristiche della Baviera, che avrebbero permesso di trascinare in lungo la guerra sfruttando il terreno montagnoso; si ricordava che il famoso “Nido d’Aquila”, la villa fortificata di Hitler (nella foto), si trovava in zona, a Bertechsgaden, e che la scuola delle SS aveva sede in Austria Germania a Bad Toelz. Inoltre Hitler aveva dato disposizioni perché i prigionieri di guerra più illustri e importanti fossero portati nella Germania meridionale: evidentemente c’era un progetto per concentrare nella “Fortezza Alpina” l’ultimo sforzo germanico.

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Un simile rapporto, ovviamente, fece una grande impressione tra gli alleati e particolarmente sugli agenti americani capeggiati da Allen Dulles, che in Svizzera avevano notizie di prima mano dai loro informatori, sicuri che esistesse davvero. Anche loro, quindi, spedirono a Washington un rapporto sull’argomento, e i timori americani non fecero altro che accrescersi.

Nel mese di novembre il New York Times pubblicò una corrispondenza da Londra intitolata “Il nascondiglio di Hitler”, nella quale si dava per certo che intorno a Bertechsgaden avvenissero grandi lavori di fortificazioni, scavo di tunnel, di rifugi, arrivo di treni blindati, presenza di armi accatastate a centinaia di migliaia… Se anche i giornali parlavano della fortezza, pensarono gli americani, qualcosa doveva esserci, i loro timori erano fondati: occorreva agire finché si era in tempo. La psicosi crebbe.

Chi seppe cogliere il vantaggio che si poteva ottenere da una simile situazione fu il furbo Goebbels, ministro della Propaganda nazista. Continuò a vietare ai giornali tedeschi di occuparsi della fortezza, ma in compenso fece giungere a quelli dei Paesi neutrali un vero fiume di informazioni, ovviamente create ad arte, sui lavori della “ridotta alpina”. Fu persino istituita una sezione del Ministero al solo scopo di inventare storie suggestive sull’estremo baluardo tedesco, che venivano astutamente diffuse.

Gli americani, a un certo punto, andarono completamente nel pallone: credevano a tutto. La “Fortezza alpina” era per loro un incubo, sembrava che le sorti della guerra dipendessero soltanto dalla sua conquista: invano gli inglesi facevano presente che doveva essere una bufala, che stessero calmi, che una guerra ha anche scopi politici oltre che militari e che, ad esempio, la conquista di Berlino era più importante per le possibilità future di sistemazione dell’Europa ad essa legate, mentre in fondo la fortezza, anche se fosse esistita davvero, era solo un obiettivo militare.

Era come parlare al muro: gli americani volevano vincere la guerra e Berlino poteva aspettare.

Intanto le notizie aumentavano. Il commentatore militare del Reich, Kurt Dittmar, ne lesse in febbraio sui giornali svizzeri e cominciò anche lui a domandarsi se, per caso, la storia non fosse stata vera. Il giornale di sinistra inglese Daily Worker scriveva “Perché mai i tedeschi resistono con tanto accanimento a Budapest, se non fosse per impedire un attacco da est alla fortezza alpina?”

Alla fine il generale Marshall a Washington e i generali Eisenhower e Bradley in Europa si trovarono d’accordo: la fortezza era una cosa seria, una realtà a cui si doveva dare la precedenza assoluta, perché la guerra poteva continuare ancora per mesi o addirittura per anni se non fosse caduta.

La cosa strana, che lascia allibiti, è che questa cieca fede nella fortezza era basata solamente sulle notizie dei giornali e dei servizi segreti: non erano mai state fatte ricognizioni aeree, inviate delle spie, consultate mappe particolareggiate dei siti. Eppure si trattava di generali esperti e di grandi politici, Truman, Eisenhower, Marshall; nel frattempo Churchill era furioso e Montgomery, che vedeva Berlino alla portata delle sue truppe, a stento dominava tremendi attacchi di collera.

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Alla fine Eisenhower, sollecitato da Bradley e ostile a Montgomery che lo aveva accusato della sconfitta alleata nella battaglia delle Ardenne, cambiò improvvisamente la sua strategia. Comunicò a Londra che avrebbe attaccato a sud anziché a nord e che l’obiettivo di Montgomery, invece che Berlino, sarebbero stati Lubecca e la Danimarca, gli tolse otto divisioni e ne mandò trentuno contro la Baviera, al comando di Patton, perché attaccassero l’imprendibile fortezza e cercassero di conquistarla. Non sappiamo precisamente quali furono le reazioni di Churchill e di Montgomery, ma non ci sono difficoltà a immaginarle, soprattutto sapendo che Eisenhower aveva provveduto ad avvisare prima Stalin di loro due.

In Germania, tra gli ufficiali più seri, non ce n’era uno che credesse alla “Fortezza alpina”; solo i nazisti fanatici vi davano peso. Hitler incaricò Kaltenbrunner, “vice” di Himmler, di studiare le possibilità di trasferimento delle personalità politiche verso sud, ma ormai si trattava di vaneggiamenti più che di soluzioni concrete; intanto i russi occupavano Dresda, ma negli Stati Uniti la psicosi della fortezza era arrivata al punto che veniva stampato e diffuso un opuscoletto di ventisette pagine, al costo di tre dollari, in cui erano descritti tutti i “segreti militari” di quel baluardo del nazismo; la gente lo leggeva e credeva di capire il perché delle esitazioni nei progressi delle truppe alleate in Europa.

L’11 aprile il generale americano Simpson, con la Nona Armata, passò l’Elba a Magdeburgo e si dichiarò pronto a marciare su Berlino, che distava soltanto sessanta miglia ed era ormai una città distrutta, quasi senza alcuna difesa: ma Bradley gli ordinò di fermarsi. Il 21 aprile, al quartier generale alleato, fu tenuta una conferenza stampa in cui il generale Smith rivelò che l’indomani i generali Patton e Patch avrebbero finalmente attaccato la “Fortezza alpina” su ordine di Eisenhower: questa era la mossa finale della guerra, quella per cui si era rinunciato a conquistare la capitale tedesca.

Il 22 aprile 1945, infatti, Patton e Patch avanzarono in Baviera, disposti a stroncare chiunque si opponesse alla loro marcia: non si oppose nessuno. La Germania accolse indifesa i loro carri armati e le popolazioni stremate li salutarono con sollievo. Nella zona in cui avrebbe dovuto esistere l’immane fortezza non c’erano altro che vecchie fortificazioni, né armi, né cibo, né soldati: il primo generale tedesco che si arrese a Patton gli chiese qualcosa da mangiare.

Uno di coloro che credettero alla fortezza fu Benito Mussolini: uscito dal colloquio con i capi partigiani la sera del 25 aprile, si buttò con i suoi verso Como cercando di risalire in Valtellina. Lassù doveva esserci la fortezza dei fascisti, come quella nazista doveva trovarsi tra Bertechsgaden e Salisburgo, ma questi baluardi non erano altro che fantasmi, come le dittature ormai fatiscenti che li avevano creati.

Lady Cocca

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