100 e lode: il problema è chi controlla i voti

Un editoriale per approfondire i più recenti dati sui risultati della maturità nelle varie regioni italiane

maicolengel butac 8 Set 2026
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Qualche settimana fa ho pubblicato sui miei profili social personali una tabella sulla Maturità, una tabella che riporta il numero dei “diplomati con lode” suddivisi per Regione nell’anno 2025/2026. Questa tabella:

Il mio post evidenziava come il dato di questa tabella cozzasse con l’altro dato sui risultati scolastici nel nostro Paese, i voti INVALSI: il paragone fra le due tabelle mostra che dove gli studenti vanno peggio nei test standardizzati nazionali si concentra una quota molto più alta di diplomati con lode.

Le reazioni

A seguito del post si è scatenato l’inferno, un derby Nord-Sud, insegnanti, genitori, con commenti di una violenza che mai mi sarei aspettato di vedere. Ognuno a difendere la regione di provenienza, come se stesse difendendo la propria madre al processo di Norimberga, un classico caso di tifoseria campanilistica come solo nelle partite di calcio mi era capitato di vedere. Eppure il mio post, impreciso e con pochi dati, non se la prendeva con una regione, voleva solo mettere in evidenza l’anomalia. Ed è quello che vorrei fare oggi qui con voi, sperando che l’articolo non generi lo stesso tipo di reazioni violente.

I numeri, e le fonti

Nel mio post partivo per l’appunto dai dati pubblicati dal Ministero il 3 agosto 2026: 14123 diplomati con lode in tutta Italia, il 2,9% dei diplomati totali. In Calabria e Puglia però la percentuale dei diplomati con lode sale al 6,1% – più del doppio della media nazionale -, in Sicilia e Umbria al 4,7%, mentre in Lombardia vediamo solo l’1% e in Veneto l’1,4%. Solo partendo dalle percentuali difatti è possibile fare un confronto corretto tra le varie regioni con numeri di studenti diversi, confronto che come avete appunto potete leggere è anomalo. Sia chiaro, non si tratta di un’anomalia presente solo quest’anno, anche l’anno scorso i numeri erano più o meno gli stessi, e non riguarda solo la lode, in generale i voti di certe regioni in precentuale sono molto superiori rispetto ad altre.

Nello stesso periodo le prove INVALSI – stesso anno, stesso test per tutti gli studenti – raccontavano una realtà all’opposto, con i risultati nettamente migliori al Nord, più basse al Sud e nelle Isole. Sia chiaro, sono conscio che si tratta di indicatori diversi che misurano cose diverse e che lo fanno con strumenti diversi. Ma quando l’anomalia è sistematica, si ripete ogni anno ed è possibile vederla anche nei 110 e lode universitari (dati 2022), è a tutti gli effetti un’anomalia, e come ogni anomalia andrebbe indagata.

Ma tanti di quelli che hanno commentato il mio post non la pensano così.

Il meccanismo

Il voto di maturità si forma in questa maniera: per il 40% si basa sul credito scolastico, che viene assegnato dal Consiglio di classe della scuola di appartenenza. Non c’è nessun controllo esterno su questa parte del voto, lo decidono gli insegnanti che hanno avuto in carico lo studente per la maturità. Il restante 60% invece si basa sul risultato di scritti e orale, con una griglia nazionale da cui partire e commissari esterni. Commissari che però entrano in gioco solo dopo che il 40% iniziale è già stato deciso, solitamente a maggio.

Non serve un complotto regionale tra docenti per produrre un pattern territoriale così netto: basta che nella parte decisionale legata ai crediti scolastici, su cui non viene fatta alcuna verifica, prevalgano prassi diverse nelle diverse regioni. E non è il sospetto di un fact-checker, è un meccanismo già accertato dal Ministero stesso. Tra il 2024 e il 2025 oltre 75 istituti hanno perso la parità, quasi tutti al Sud, per aver usato questo specifico meccanismo per gonfiare i diplomi, come ad esempio riporta Adnkronos:

Il giro di vite è stato possibile grazie all’attivazione congiunta degli Uffici Scolastici Regionali e al rafforzamento della cooperazione con la Guardia di Finanza, formalizzato con un Protocollo d’intesa ad hoc. Questo ha consentito un’efficace sinergia tra controlli amministrativi e investigazioni economico-finanziarie, smascherando anomalie spesso ben camuffate dietro un’apparente regolarità documentale.

Sia chiaro, questo non significa automaticamente che “al Sud regalino i voti” ma che c’è una falla strutturale sfruttata da alcuni e concentrata geograficamente che andrebbe indagata, e non da BUTAC, ma dallo stesso Ministero, che in parte l’ha già fatto, ma concentrandosi più sulle scuole private che su quelle pubbliche. Un’indagine che dovrebbe partire dai registri e dai verbali dei Consigli di classe, e non solo dalle percentuali da cui siamo partiti noi.

La reazione

Il motivo dell’editoriale che state leggendo però non era quello di ripetere dati che chiunque abbia visto il mio post era in grado di recuperare da solo, il motivo dell’editoriale è derivato dalla sezione commenti al mio post. Perché quella è stata la parte più istruttiva di tutte: le reazioni di chi, presentandosi con l’etichetta di insegnante di lungo corso, ha cercato di minimizzare e chiudere la questione facendo leva sulla propria esperienza e professionalità. Peccato che tanti nei ragionamenti fatti (perlomeno nei casi in cui non si limitavano a sostenere che io fosse “invidioso” dei risultati al Sud) ci fossero anche tante inesattezze e argomentazioni fallaci da chiarire. Non farò nomi, non riporterò screenshot.

Un commentatore, dopo essersi qualificato come “docente da 17 anni e formatore di docenti da 8”, ha sostenuto che le griglie di valutazione della Maturità siano “redatte dai singoli istituti per via dell’autonomia scolastica”. Ma è falso, ed era verificabile in due minuti: la griglia del colloquio è nazionale, identica in tutta Italia, Allegato A dell’Ordinanza Ministeriale, introdotta nel 2019 proprio per eliminare le difformità tra scuole.

Un’altra persona, presentatasi come insegnante, ha scritto che “i voti vanno da 1 a 10” e che “anche chi aveva la media dell’otto poteva aspirare al 60 (l’attuale 100)” – confondendo però il sistema di voto delle prove in itinere con la scala del punteggio finale di maturità, due cose diverse, che sono regolate da normative diverse.

Un altro ancora, sempre a titolo di insegnante, ha proposto che al Sud i docenti siano “più anziani” e per questo “non barino nelle INVALSI a differenza del Nord”: un’affermazione buttata lì senza una fonte, che oltretutto lavora contro chi la scrive, visto che i dati SVIMEZ mostrano una differenza di età media tra Nord e Sud di appena due anni, non un divario generazionale.

Io ho provato di rispondere a tutti, entrando nel merito, magari linkando fonti che mostrassero l’errore; nella maggioranza dei casi non mi hanno più risposto, in altri casi ogni volta veniva spostato l’argomento come in una classica giocata a scacchi con un complottista. Non ho verificato ogni profilo, alcuni erano chiaramente anonimi, ma tanti riportavano nelle info del proprio anche il nome dell’istituto presso cui lavoravano.

Va detto che una nicchia di quelli che hanno commentato mi ha scritto, chiedendomi l’anonimato, e riportando situazioni diverse da quelle raccontate dai difensori di questo sistema. Una docente di scuola superiore del Sud mi ha scritto che esiste “da anni una tendenza ad aumentare questi voti all’esame” nella sua zona, ammettendo esattamente il meccanismo che il mio post segnalava, senza bisogno di difendere nessun territorio.

Un’altra insegnante mi ha scritto che lei viene mobbizzata dai colleghi in quanto va controcorrente, ma nella sua scuola è prassi alzare il voto allo studente in terza e quarta per non precludergli la possibilità della lode in quinta. Sia chiaro, sono testimonianze di singoli, impossibili da verificare. Non sono la prova di alcunché.

Il problema grosso

Ma appunto il problema non sono le testimonianze ricevute – e ce ne sono tante che non vi ho riportato -, il problema grosso a mio avviso è che diversi insegnanti non abbiano capito i dati riportati né il senso del post. Ed è successo più volte di quanto chiunque vorrebbe da parte di chi, di mestiere, dovrebbe valutare tra le altre cose la comprensione di un testo.

Che un genitore non capisca perché metto in evidenza l’anomalia posso capirlo: va sulla difensiva, ha paura che sia un modo per sostenere che la sua prole non è così geniale come ha creduto fino a oggi. Che invece questo succeda con un’insegnante è grave, perché lui per primo dovrebbe tenere alla correttezza del risultato finale, sia per rispetto degli altri studenti sia perché solo con voti corretti i ragazzi potranno poi affrontare il resto della vita nella maniera migliore.

Ma quindi?

Se siete arrivati fino in fondo a questo editoriale vi starete chiedendo perché ne parliamo su BUTAC. La ragione è semplice: BUTAC da anni cerca di spiegare che per contrastare la disinformazione si dovrebbe partire dalla scuola, e che senza un’istruzione adeguata è impossibile un serio contrasto. Se l’istruzione parte da dati falsati è impossibile che possa essere adeguata e che quindi sappia preparare i ragazzi al mondo che li attende. Io non sto cercando un verdetto su chi siano i più bravi o i più intelligenti, ma chiedo che il Ministero, che ha accesso ai registri e ai verbali, verifichi quanto pesa la parte di voto senza controllo esterno, al Nord come al Sud. Si tratta di qualcosa di non così complesso, che alla luce dei danni che fa la disinformazione alla società in cui viviamo dovrebbe essere una priorità.

Sperando di non vedere reazioni scomposte come col post di inizio agosto.

maicolengel at butac punto it

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