Lo so, abbiamo trattato la questione alberi e 5G più volte, ma il tema continua a essere molto virale e continuate a farmi segnalazioni in merito. Quella di oggi riguarda un articolo vecchio, pubblicato da Linkiesta a luglio 2019. Articolo che porta la firma di un giornalista che lavora anche per La7 nella trasmissione L’aria che tira, Gianmaria Pica.

Purtroppo è un articolo che tratta il tema alberi e 5G con toni allarmistici e a mio avviso superficiali.

Titolo:

Roma, il 5G e i (fastidiosi) alberi monumentali

L’articolo comincia così:

Oltre all’inestimabile patrimonio storico-artistico-archeologico, Roma è la capitale con più alberi monumentali. Si va dall’ippocastano di Via delle Tre Pile, al platano delle Terme di Caracalla, al pino di Villa Torlonia, al cedro dell’Himalaya di Villa sciarra, e così via per una ventina di sculture viventi che hanno in comune età (secoli di vita) e dimensioni (monumentali, appunto). Ma forse ancora per poco.

Questi alberi antichi infatti potrebbero essere un problema. Troppo grandi. O meglio: troppo alti. Superano abbondantemente i 5 metri e secondo gli esperti andrebbero abbattuti o tagliati per permettere lo sviluppo del famigerato wireless 5G, sponsorizzato dal vicepremier Di Maio in persona.

E già si comprende che il tono non è allarmistico contro il 5G, ma per l’ambiente e la tutela del verde. Non posso che trovarmi concorde sul cercare di difendere il verde urbano. Ma per farlo sarebbe bello mettere da parte i propri bias e rendersi conto di come la vita di una città si evolva nel corso degli anni.

Subito dopo quest’introduzione Pica passa a raccontarci di un documento ufficiale britannico che parla appunto del 5G, documento che qui su BUTAC avevo già avuto modo di trattare l’anno scorso. Il testo completo lo trovate qui, e qui l’articolo su BUTAC del 2019.

I toni usati nell’articolo de Linkiesta sono questi:

Con un filo d’ironia possiamo sostenere che la soluzione per lo sviluppo del 5G potrebbe essere anche una manna per l’amministrazione capitolina: finalmente ci si potrebbe sbarazzare degli alti fusti che ostacolano il segnale wireless (e giù quei pini secolari che con le loro radici rompono le palle ai centauri romani).

Nella foto in alto a pagina 40, invece è mostrata una zona pedonale molto frequentata con un lampione candidato per l’uso 5G, foto probabilmente scattata in autunno-inverno, per via delle piante prive di fogliame. Il governo inglese dice che la seccatura sta proprio in quegli “alberi a foglie cadute che possono offrire un problema limitato nei mesi invernali ma, in estate con le foglie sui rami potrebbe avere un effetto significativo”. Magari fosse inverno sempre per le nuove tecnologie. E dai di accetta anche qui.

Peccato che, come spiegavo l’anno scorso, da nessuna parte nel testo britannico si parli di eliminare alberi e fogliame, ma solo di tenerne conto nel pianificare l’installazione delle antenne. Il documento è in inglese, ma è molto chiaro nel suo intento. Sostenere che i tagli di alberi che vediamo accadere in alcune città (l’hanno fatto anche a Bologna sui viali pochi anni fa) siano da collegare al 5G è disinformare intenzionalmente il lettore. Sono anni che nelle nostre città (non solo in Italia) ci si è resi conto che determinate tipologie di alberi ad alto fusto possono essere causa di problemi al fondo stradale, e di rischio per pedoni, ciclisti e automobilisti. Si tratta di problemi legati alle radici, che distruggono il fondo stradale e i marciapiedi, e ai rami, che col vento forte possono staccarsi e cadere su chi transita nella via. Tutte cose di cui basterebbe sfogliare i giornali locali per rendersi conto, ma è evidente che il bias ambientalista non permette di ragionare in maniera chiara.

La cosa che mi ha infastidito di più in quell’articolo è questo breve paragrafo, Pica fa sempre riferimento al documento britannico di cui sopra e scrive:

…nell’ultima foto a pagina 41 è raffigurata una via palesemente inglese che ricorda l’Abbey Road dei Beatles. Scrivono gli esperti tecnologici di sua maestà: “In questa strada residenziale c’è un grande numero di alberi che blocca chiaramente qualsiasi linea”. Non sia mai. Per essere ultraconnessi h24 ovunque, bisognerà trasformare l’Abbey Road alberata nell’N53A, la strada che taglia il deserto del Sahara. Con buona pace dei Beatles, simbolo di un’epoca antica.

Ma la foto a cui fa riferimento Pica riporta questa frase in inglese:

In this residential street there are a large number of trees clearly blocking any line of site for antennae that may be sited on lamp posts. Initially it would be correct to consider LiDar survey to capture the details of the trees but being residential activity may be limited during the working day and at other times users will tend to be resident In their homes with access to Broadband. A trade-off between coverage and demand needs to be considered before embarking on a more detailed survey.

Che non è un suggerimento atto a trasformare la strada in un viale non alberato come si fosse nel deserto, tutt’altro. Viene spiegato che essendo strada residenziale, con nessuna attività commerciale, ci sarà (probabilmente) meno bisogno di una connessione capillare per strada, visto che tutte le case sono fornite dalla banda larga. Quindi viene spiegato che prima di fare alcun tipo d’intervento andranno fatti sondaggi per capire meglio che uso della rete viene fatto in quella zona.

Spiegarlo come è stato fatto su Linkiesta è sbagliato. Nella stragrande maggioranza dei casi in cui sono stati sradicati alberi nelle nostre città lo si è fatto per ragioni legate alla tutela del cittadino e del bene pubblico, nulla a che vedere col 5G. Sostenerlo è fare cattiva informazione.

maicolengel at butac punto it

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