Le bandiere per dividerci

Qualche riflessione su come le bandiere siano passate da simboli di unità e appartenenza a rappresentazioni del "noi contro di loro"

maicolengel butac 13 Nov 2025
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Stiamo assistendo da un po’ di tempo a un fenomeno che, purtroppo, non è una bufala. Ma siccome rientra nel grande calderone della propaganda e della disinformazione, credo sia materiale adatto al nostro piccolo blog.

Dalle notizie internazionali

A inizio settembre ABC News australiana titolava:

‘Weaponisation’ of Australian flag denounced in wake of divisive rallies

Che tradotto:

La “trasformazione in arma identitaria” della bandiera australiana denunciata in seguito a manifestazioni divisive

Il Guardian britannico a fine agosto:

Flags as symbols of prejudice, not pride – and a distinct air of menace. Welcome to England 2025

Che tradotto:

Bandiere come simboli di pregiudizio, non di orgoglio – e con una distinta aria di minaccia. Benvenuti in Inghilterra, anno 2025

Una dinamica globale

La stessa dinamica si ripete un po’ ovunque nel mondo. E sì, dovremmo preoccuparcene. Anche in Italia è nato il Movimento delle bandiere. Ma da noi, per ora, pare che i giornali non abbiano molta voglia di affrontare l’argomento, né di collegarlo a ciò che sta accadendo altrove.

Non è una coincidenza che questa “trasformazione della bandiera in arma identitaria” stia avvenendo quasi ovunque e nello stesso momento. È abbastanza evidente che a spingere questa deriva siano gli stessi ambienti che diffondono altri tipi di propaganda. Lo scopo non cambia mai: metterci gli uni contro gli altri, convincerci che il nemico venga da fuori, costringerci a chiuderci dentro, a isolare i confini e noi stessi. Così, lentamente, abbandoniamo quel vento di libertà che aveva soffiato sull’Europa con la caduta delle frontiere interne all’Unione.

La nuova ossessione

Negli ultimi mesi, in più di un Paese, le bandiere sono diventate terreno di scontro politico e culturale. Non più simboli di unione, ma segni di appartenenza da contrapporre a qualcun altro. C’è chi vieta di esporne alcune perché considerate “divisive” e chi, al contrario, le innalza per “riprendersi il territorio”. Si parla addirittura di “rischi” legati alla loro esposizione, come se un drappo di stoffa potesse ormai scatenare tensioni sociali. In molti casi dietro questa ossessione si nasconde la solita strategia: provocare, spingere le istituzioni a reagire, e poi gridare alla censura o al “nemico della patria”.

È la versione patriottica del vecchio gioco della disinformazione: creare un conflitto dove prima non c’era.

Da simbolo di unione a divisa mentale

Quello a cui stiamo assistendo ritengo che sia un fenomeno abbastanza inquietante: le bandiere, che dovrebbero rappresentare identità e magari valori condivisi, vengono sempre più usate come strumenti di divisione. Mentre un tempo la bandiera – intesa come simbolo nazionale – era un oggetto da contemplare, oggi sta diventando un qualcosa da indossare quasi come se fosse un’uniforme mentale.

La bandiera sta smettendo di essere rappresentazione del “noi tutti” per diventare quella del “noi contro di voi”. Per rendersene conto basta leggere una qualsiasi sezione commenti quando un italiano con caratteristiche somatiche diverse da quelle che siamo abituati ad associare alla nostra nazionalità vince qualcosa nello sport, e festeggia avvolto nel tricolore. Viene sempre più spesso brandita per marcare confini non solo geografici, ma anche personali e sociali, cessando di essere un segno d’inclusività per trasformarsi in un marchio di identità esclusiva.

Da coperta a muro

Da coperta che ci scaldava tutti assieme, qualcuno sta tentando di trasformare le bandiere nazionali in muri divisori. E noi dovremmo starci attenti. Tutti.

Anche chi la pensa diversamente, perché oggi l’obiettivo è chi ha la pelle o una fede diversi da quelli “tradizionali”; domani toccherà a chi difende il diritto al divorzio, o all’aborto, o semplicemente a chi non si allinea.

Un parallelo col passato

Non è un caso se le immagini che ancora oggi ci inquietano di più – a meno di non essere neonazisti o nostalgici del ventennio – appartengono al secolo scorso, quando bandiere con croci uncinate e aquile imperiali venivano agitate per “purificare la patria”.

In Australia, negli Stati Uniti o nel Regno Unito questo fenomeno si è manifestato meno, ma noi e i tedeschi non dovremmo dimenticare quel passato tragico e recente. I nostri nonni l’hanno visto in diretta, e non è stato un bel periodo.

Quelle bandiere sventolavano insieme a promesse di ordine e grandezza, ma alla fine hanno portato solo distruzione e morte.

Oggi si fatica a dirlo apertamente, ma il meccanismo che stiamo rivedendo è lo stesso: si parte da un tricolore, si invoca la “difesa dell’identità nazionale”, si parla di “ripulire le strade”, e pian piano si arriva a giustificare l’odio. La differenza col passato è che oggi le piazze sono virtuali: la violenza, per fortuna, non è (ancora) nelle mani, ma nelle parole.

Ma spesso, è proprio da lì che ricomincia.

La piramide dell’odio. Fonte: Ministero dell’Interno

Concludendo

Le bandiere non sono armi di difesa, dovrebbero essere strumenti di riconoscimento: segnali che dicono “qui ci stiamo tutti”, non “fuori chi non è come noi”. Un Paese serio dovrebbe essere laico e diffidente verso chi vorrebbe trasformare i simboli in scudi o lance.

Ogni volta che una bandiera viene usata per escludere, qualcuno sta cercando di toglierci il diritto di appartenere alla stessa comunità. Chi alimenta queste divisioni non ama la bandiera: la strumentalizza. E come ogni strumento di propaganda, la svuota di significato fino a ridurla a un logo di partito o di paura.

Non è da meno chi, per convenienza politica, ieri la criticava e oggi la esibisce con grande zelo. Quella non è coerenza: è ipocrisia da palco. Smascheriamola, mostriamola per quello che è e cerchiamo le fonti: la buona discussione pubblica non si costruisce a colpi di stoffa, ma con fatti e rispetto.

Se mi avete seguito fin qui grazie di cuore.

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