La Rivoluzione ungherese del 1956 – parte III
La terza e ultima parte del nostro approfondimento sulla Rivoluzione ungherese del 1956

A distanza di qualche giorno dalle ultime elezioni ungheresi e del loro clamoroso risultato, pubblichiamo l’ultimo capitolo della serie di articoli dedicati alla Rivoluzione Ungherese, il cui settantesimo anniversario cadrà proprio quest’anno. In Ungheria, come si può facilmente intuire, la ricorrenza rappresenta un importante momento di partecipazione popolare e chissà che quest’anno non lo sarà in modo ancor più marcato.
Ricordiamo che le fonti utilizzate nella ricostruzione di quanto avvenne in quei giorni sono: “La Rivoluzione Ungherese. Una documentata cronologia degli avvenimenti attraverso le trasmissioni delle stazioni radio ungheresi”, Arnoldo Mondadori Editore, 1957; articoli pubblicati da L’Unità, organo del Partito comunista italiano; articoli pubblicati da l’Avanti!, quotidiano del Partito socialista italiano.
La notte del 3 novembre e la fine della Rivoluzione

Messaggio su una vetrina di Budapest dal chiaro significato: “Russi tornatevene a casa”
La giornata del 3 novembre è caotica. Notizie di movimenti di reparti sovietici giungono da tutte le stazioni radio del Paese. Radio Kossuth (così gli insorti avevano ribattezzato radio Budapest dopo averne preso il controllo) informa alle ore 9.15 che
Era stato detto loro [ai militari sovietici ndr] che gli americani stavano per aggredire l’Ungheria e che era loro dovere difendere la classe lavoratrice magiara.
Alle ore 13 radio Kossuth Libera comunica che i negoziati stanno proseguendo nella sede del Parlamento a Budapest, ma le truppe sovietiche hanno già preso posizione negli snodi più importanti del Paese e il nervosismo cresce. Inoltre, radio Dunapentele trasmette alle ore 13.00:
La propaganda radiofonica dell’unione Sovietica e le informazioni diffuse dall’Armata Rossa parlano di atrocità fasciste in Ungheria. Proponiamo che tutte le stazioni radio libere […] smentiscano queste notizie infondate e in particolare smentiscano le voci secondo cui si starebbero fucilando tutti gli ex membri e funzionari del Partito Comunista.
La delegazione ungherese guidata dal generale Maleter, allora ministro della Difesa, si reca in serata al comando sovietico per proseguire i negoziati, ma tutti i suoi membri vengono arrestati. Alle ore 4:20 del 4 novembre radio Kossuth trasmette l’appello del primo ministro al Paese:
Qui parla Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale […] Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Il governo è al suo posto. Comunico questo fatto al popolo del nostro Paese e al mondo intero.

Scontri a Budapest nel 1956
L’Avanti! manda in stampa un’edizione straordinaria, informando i lettori anche su quanto diffuso dalle autorità sovietiche a Mosca:
Radio Mosca ha elencato i punti su cui si basa il nuovo governo Kadar […] Radio Mosca peraltro non accennava all’impiego di forze sovietiche nel corso di queste operazioni, ma aggiungeva che l’appello del nuovo governo magiaro […] perché tutte le forze nazionali si uniscano a difesa delle conquiste del regime democratico popolare «aveva destato una pronta risposta presso tutti i genuini patrioti».
Le Nazioni Unite condannano immediatamente l’invasione con la risoluzione 1004 (ES-II), ma inutilmente.
Quel giorno rientra in Italia Sandro Petriccione, rappresentante della Gioventù Socialista presso la Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, che da alcuni mesi si trovava in Ungheria. Il giorno 6 novembre l’Avanti! ne pubblica l’intervista:
La manifestazione del 23 ottobre […] non era altro che una ennesima protesta contro la cricca dirigente sorda ad ogni interesse nazionale […] La manifestazione si era svolta ordinatamente fino a quando le provocazioni della A.V.H. (polizia segreta di Stato), che ha sparato sui manifestanti nei pressi della stazione radio, non davano luogo ai primi sanguinosi incidenti. […]
Fu verso le 20.30 […] che […] ho visto, d’improvviso, i primi gruppi di giovani armati. Ho appreso poi che gli operai della fabbrica CEPEL, solidali con gli studenti (anch’essi in maggioranza figli di operai e contadini), avevano fornito le armi ai dimostranti, unendosi al contempo ad essi. […] La sola forza che ha difeso, per evidenti ragioni, il regime della cricca Rakosi-Geroe è stata la A.V.H. […]
Non mi consta che ci sia stata una azione terroristica organizzata nei confronti dei militanti comunisti, la cui maggioranza era anzi fra gli insorti.
Sempre degne di nota risultano poi le righe dedicate alle informazioni diramate a Mosca, scritte dall’inviato Leo Paladini:
La «Pravda» [testata giornalistica sovietica ndr] di oggi dedica circa una pagina e mezza ai fatti di Ungheria […] ponendosi in netto contrasto con il suo precedente atteggiamento poiché le scarsissime notizie pubblicate fino a sabato scorso impedivano praticamente di farsi una idea chiara della situazione ungherese. […]
Il governo Nagy era definito incapace di frenare il corso degli avvenimenti […] e la rivolta era ricondotta nei termini ormai noti di una congiura internazionale delle forze reazionarie, senza che la «Pravda» sentisse neppure il bisogno di accennare agli errori compiuti dei dirigenti comunisti ungheresi nel decennio che hanno avuto in mano le sorti del paese. Un giudizio sostanzialmente analogo si riflette nelle notizie e nei commenti riportati oggi, fra i quali è anche citata largamente la presa di posizione della direzione del partito comunista italiano che è già nota ai lettori italiani.
Paladini fa seguire un’analisi lucida e inclemente degli eventi:
Kadar prende il suo posto [di Nagy ndr] sulla base di un programma in quindici punti, dove non si parla di ricostituzione dei partiti, né di neutralità, mentre si afferma che […] il governo condurrà negoziati con l’URSS […] per il ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria. […] Fra Governo Kadar e governo Nagy la differenza non è dunque sulla questione delle truppe straniere, bensì sui limiti della democratizzazione e sulla posizione di politica estera generale.[…] Nagy intendeva creare le condizioni di una dialettica interna e portare il paese alla neutralità. Come tutto ciò possa definirsi una porta aperta alla restaurazione del vecchio regime non si riesce a comprendere.
Quello stesso 6 novembre, radio Rakoczi Libera trasmette alle ore 13.52 un appello disperato:
Abbiamo visto le atrocità infinite commesse al riparo della parola d’ordine: “Abbasso il fascismo!”. Noi non siamo fascisti. Lo dimostreremo a una Commissione Internazionale indipendente, ma non possiamo dimostrarlo a coloro che ci rispondono con le bombe al fosforo. Aiutateci, perché col pretesto di salvare la democrazia questi criminali stanno spazzando via le ultime possibilità di realizzarla.
Appelli dello stesso tenore si susseguono incessanti, ma i sovietici prendono presto il controllo del Paese e Janos Kadar si insedia al governo. La rivoluzione si apprestava così alla sua tragica conclusione.
Alla fine, gli scontri portarono a migliaia di morti e più di 10.000 feriti; più di 20.000 ungheresi furono inoltre sottoposti a processo, imprigionati e a centinaia giustiziati. Circa 200.000 persone, invece, fuggirono all’estero trovando riparo principalmente in Austria.
Imre Nagy trovò rifugio nell’ambasciata jugoslava a Budapest, dalla quale uscì il 22 novembre dopo aver ricevuto garanzie dal governo Kadar. Si trattò dell’ennesima trappola: Nagy venne arrestato e trasportato in Romania e a nulla valsero le proteste della Jugoslavia.

Strade di Budapest dopo la Rivoluzione ungherese
Due anni dopo, il 17 giugno 1958, L’Unità scriveva:
Imre Nagy e quattro suoi complici diretti avevano organizzato nel dicembre ’55 una cospirazione […] Sono stati presentati in Tribunale alcuni documenti autografi di Nagy, diffusi segretamente, in cui l’ex primo ministro accusava il potere popolare di «degenerazione bonapartista», ne proponeva quindi la liquidazione, mentre chiedeva l’abbandono del Patto di Varsavia per dare il paese in mano agli imperialisti. […] Nel settembre e nell’ottobre del ’56 […] Nagy era pronto a prendere il potere. […] La manifestazione del 23 ottobre fu preparata e diretta da Nagy e dal suo gruppo. […] Al processo gli imputati hanno riconosciuto la loro colpevolezza. L’hanno negata invece Nagy, Zilagv e Maleter. Essi sono stati riconosciuti colpevoli in base alle dichiarazioni di complici e di testimoni, oltre che alle prove materiali portate dalla accusa.
Si scopriva così che l’uomo che aveva saputo per telefono e con diverse ore di ritardo della propria elezione a primo ministro avrebbe in realtà organizzato il colpo di stato un anno prima; che l’uomo che aveva promesso un’Ungheria indipendente e neutrale avrebbe avuto in realtà intenzione di “dare il paese in mano agli imperialisti”; che l’uomo che aveva invocato la calma durante i giorni della vendetta sugli agenti della polizia politica avrebbe mirato invece alla “liquidazione” delle vecchie autorità. Clamorose rivelazioni emerse a seguito di un processo a porte chiuse del quale l’opinione pubblica non seppe niente fino a conclusione. Anzi, fino ad esecuzione della pena.
Sulla prima pagina de l’Avanti! di quello stesso 17 giugno si leggeva:
Mosca, 16 – Imre Nagy è stato condannato a morte e giustiziato. Un breve annuncio diramato questa notte da radio Mosca, che riprende un dispaccio dell’agenzia di notizie ungherese MTI annuncia che l’ex presidente del consiglio ungherese assieme a tre suoi compagni, uno dei quali è il colonnello Pal Maleter, è stato giudicato da un tribunale del popolo e condannato a morte: la sentenza è stata eseguita.
La Rivoluzione dopo il ’91
Nell’Ungheria indipendente del 1989 vennero subito tributati a Imre Nagy gli onori di un funerale di Stato e il 23 ottobre proclamato giorno di festività nazionale: tra la folla spiccano ogni anno le bandiere con un tondo centrale mancante, a richiamare quelle che apparvero nel lontano 1956 dalle quali era stata strappata via la stella rossa sovietica posta al centro. Inoltre, a Nagy è stata dedicata una statua collocata dinnanzi al Parlamento, spostata poi nel 2018 in un luogo decentrato della città per fare spazio ad un monumento alle vittime del “Terrore Rosso”, inizialmente collocata nello stesso punto tra il 1934 e il 1945, cioè nell’Ungheria autoritaria di Horty.
La decisione del governo Orbán ha suscitato, come si può ben comprendere, la reazione non solo dei partiti liberali e socialisti, ma anche di molti intellettuali che hanno lamentato la rimozione dal cuore politico del Paese, voluta da una parte politica, di un monumento rappresentativo di tutto il popolo ungherese. Se infatti il Terrore Rosso può oggi prestarsi a strumentalizzazioni retoriche utili alla destra orbaniana, la Rivoluzione Ungherese non può esserlo in alcun modo: essa fu una rivoluzione nazionale (poiché partecipata da comunisti, liberali, conservatori e ungheresi di ogni parte politica) a guida comunista (poiché capeggiata da Nagy) e squisitamente antisovietica. Basta pensare alla gestione orbaniana del potere e alle sue affinità politiche internazionali per comprendere come il monumento a Nagy poco si presti alla retorica dell’ex presidente: l’East Journal ne aveva parlato in questo articolo.
Ex, come dicevamo a inizio articolo, perché l’Ungheria ha appena deciso di intraprendere una nuova strada. Non solo il motto “Ruszkik Haza” è di recente tornato in auge tra i sostenitori del neoeletto Magyar, ma proprio il nuovo presidente ha esplicitamente menzionato la Rivoluzione Ungherese nel corso di un’intervista rilasciata al Kyiv Indipendent il 13 aprile scorso:
“Dovreste domandare loro [ai critici del sostegno all’Ucraina ndr] cosa accadrebbe se la Russia attaccasse l’Ungheria: a quale contea ungherese sarebbero disposti a rinunciare?” […] “Questo è un discorso oltraggioso, cinico, indegno dei nostri eroi e combattenti per la libertà del 1956”.
Chissà che la statua di Imre Nagy non torni presto dov’era.
In Russia, invece, dopo il crollo dell’Unione Sovietica il presidente Boris Eltsin si scusò col popolo ungherese per quanto accaduto nel 1956, mettendo a disposizione fonti documentarie rimaste inaccessibili fino agli anni Novanta. Più di recente, nel 2023 anche Vladimir Putin si è esposto sull’argomento, affermando che si trattò di un “errore”. Tale chiarimento è arrivato in risposta ad una domanda su Vladimir Medinsky, suo attuale consigliere ed ex ministro della Cultura. Infatti, suo è il solo libro di testo adottato nel 2023 per l’insegnamento della storia nelle scuole superiori russe e la posizione in merito alla Rivoluzione Ungherese che si legge nelle sue pagine è tutt’altra. La testata in esilio Meduza ha intervistato alcune insegnanti che hanno parlato esplicitamente di una versione degli eventi distorta:
L’America ha influenzato l’Ungheria [nel 1956 ndr] – noi abbiamo inviato le nostre truppe. Poi, L’America ha influenzato la Cecoslovacchia [Primavera di Praga del 1968 ndr] – noi abbiamo inviato le nostre truppe. E adesso, l’Occidente sta influenzando l’Ucraina e noi ancora una volta inviamo truppe.
La Rivoluzione Ungherese sembra insomma caduta vittima del tentativo di revisionismo storico russo in corso almeno dal 2022: trovate un ulteriore focus sui testi scolastici russi in questa intervista allo storico Artem Efimov. In merito va segnalato anche il documentario “Mr Nobody against Putin“, premio Oscar 2026 come miglior documentario, girato nella sua scuola da un insegnante russo che è poi riuscito a lasciare il Paese portando con sé le riprese.
Conclusioni
Questa serie di tre articoli sulla Rivoluzione Ungherese è stata pensata per mostrare, attraverso un’esperienza a noi lontana sia nel tempo che nello spazio – ma per alcuni versi simile a quella che stiamo vivendo – come l’informazione possa essere facilmente piegata alla strumentalizzazione di parte, specie quando gli eventi si susseguono frenetici e i cittadini, assetati di notizie, vengono sommersi da un flusso incessante di informazioni.
Proprio per questo è utile soffermarsi su una vicenda che, seppur caratterizzata da numerose ed evidenti differenze con quella odierna, mostra con essa specifici elementi di analogia:
- L’accusa sovietica di “fascismo hortista” all’Ungheria e l’accusa russa di “nazismo banderista” all’Ucraina:
- L’accusa di “influenze occidentali” dei Paesi “imperialisti” in Ungheria e di “ingerenze dell’Occidente” e dei paesi “guerrafondai” in Ucraina, o la “pace” invocata da CGIL e PCI nel ‘56 e da alcuni movimenti e partiti di sinistra dal 2022 ad oggi, con l’ “indipendenza” invece riservata ai “popoli arabi” nel primo caso e lo slogan “Free Palestine” privato di un corrispettivo per l’Ucraina nell’altro;
- La varietà di informazioni e interpretazioni alle quali il cittadino italiano aveva accesso nel 1956 e ha accesso oggi e la corrispondente uniformità e faziosità di quelle offerte dalle istituzioni sovietiche e da quelle russe.
Ci auguriamo che tali elementi possano fungere da campanello d’allarme in grado di allertarci di fronte a fenomeni e a dinamiche simili a quelle che caratterizzarono il 1956.
In questi ultimi quattro anni abbiamo toccato molteplici volte qui su BUTAC i tre punti sopra elencati, ma per dare qualche riferimento più preciso, abbiamo parlato delle infondate accuse di adesione al nazismo mosse dal Partito Comunista a Zelensky in questo articolo e dei finanziamenti sovietici alla maggior parte dei movimenti pacifisti europei durante la guerra fredda in quest’altro articolo. Inoltre, il canale YouTube Russian Media Monitor, progetto di alfabetizzazione mediatica pensato come finestra sull’informazione russa, offre estratti delle principali trasmissioni russe tradotte in inglese.
L’invito che rivolgiamo in chiusura ai nostri lettori è insomma quello di rifuggire ogni rappresentazione semplicistica della realtà e di andare oltre le etichette, così da non ritrovarsi un giorno nei panni del giornalista di cui parlò Gianmatteo Matteotti, figlio del famoso martire antifascista, che da segretario nazionale del Partito Socialista Democratico Italiano – partito differente dal PSI citato sopra e negli altri articoli – rimase bloccato a Budapest allo scoppio della rivoluzione:
Ricordo che durante la mia permanenza a Budapest nel 1956 durante i giorni di «clausura» nell’ambasciata italiana, una sera tardi riuscimmo nonostante il coprifuoco ad uscire e raggiungere una vicina scuola di arti e mestieri […] Erano con me diversi giornalisti tra cui un giovane di «Paese Sera» […] Direttrice della scuola era una graziosa giovane canadese […] che ci ricevette e con curiosità ci sollecitò a rivolgere domande sulla rivoluzione ungherese.
Fu la volta del giornalista comunista il quale con sincera e candida certezza le domandò se era vero che nella rivoluzione ungherese si erano infiltrati i fascisti, che ne erano diventati i protagonisti. Alla risposta affermativa della direttrice vidi gli occhi del giornalista brillare di soddisfazione perché la tesi ufficiale comunista era stata confermata da una così autorevole protagonista.
Senonché la soddisfazione durò ben poco perché alla domanda di altri nostri connazionali anche loro giornalisti: «Chi erano i fascisti?» quattro o cinque voci compresa quella decisa e ferma della direttrice dissero: «Certamente fascisti russky!» (fascisti sovietici).
Ricordo lo sguardo smarrito del giornalista, il suo sincero stupore che segnò una profonda crisi, seppi dopo, nel suo animo di militante comunista e nella sua coscienza.
[Una rivoluzione fallita, Gioacchino Santanchè, 1978, p.7]
RC
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Immagine di testa di Fred Romero from Paris, France, CC BY 2.0 via Wikimedia Commons