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Premessa: questa storia non è stata scritta dalla redazione di Butac ma da un nostro lettore che l’ha vissuta in prima persona. Ci siamo conosciuti attraverso Reddit Italia e quando mi ha fatto leggere il suo blog dedicato all’argomento è venuta spontanea l’idea di farne due articoli per noi.

Il testo è stato diviso in due parti. La prima parte è puramente narrativa ed è il racconto di una storia di catfishing realmente accaduta a chi ha scritto per noi, è lunga ma ci s’immedesima molto, consiglio d’arrivare fino in fondo. La seconda parte invece è più tecnica e contiene consigli su come difendersi dal fenomeno del catfishing, la troverete pubblicata da domani sempre qui su Butac.

Che cos’è il catfishing?

Nel linguaggio gergale di internet, viene chiamato “catfish” una persona che si costruisce un’identità fittizia alla ricerca di “emozioni” e/o “relazioni”.

Un catfish ad esempio può essere una ragazza che usa le foto di un’altra ragazza più attraente su una chat online, su un sito di incontri, su un social network o su un’app per cellulare, allo scopo di stabilire un contatto con ragazzi attirati dall’aspetto fisico di quella persona. Un catfish può anche non utilizzare foto, e semplicemente descriversi diversamente da com’è. Il catfish può essere indifferentemente un ragazzo o una ragazza, un uomo o una donna.

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Del catfishing sapevo poco o nulla, era un termine che avevo letto qualche volta su qualche forum, di cui conoscevo il significato, ma di cui ignoravo le molteplici sfumature. Ho imparato esattamente che cos’è il catfishing quando la vittima del catfishing sono diventato io. È qui che parte la mia storia.

La vera storia di una storia finta

Da dove iniziare? Sinceramente non lo so proprio; parlarne, o anche solo scriverne, non è proprio facile. Fino a poco tempo fa era proprio impossibile. Se questa storia fosse un libro e se io dovessi dare un titolo a questo libro lo chiamerei: “La vera storia di una storia finta”. La mia storia inizia, come in un orgasmo notturno di Fabio Volo, il 14 febbraio – davvero, eh. Sono almeno cinque anni che non festeggio San Valentino e non è che mi son svegliato il quattordicifebbraio con l’idea che “Hey, ora apro una chat online e trovo la donna della mia vita!”. No, non era proprio quello.

La sera del quattordici, comunque, ho aperto Omegle, un sito dove puoi chattare con persone a caso in giro per il mondo. Da qualche tempo hanno inserito una funzionalità che ti permette di chattare con gente che parla la tua stessa lingua. Dopo un paio di chat completamente casuali, di cui non ricordo il contenuto, mi imbatto in una che dice di essere una ragazza. Il suo esordio è una cosa del tipo “Sii originale, non scrivere m o f come tutti, distinguiti!”. Ora, sia chiaro, io è una vita che sto su Internet e so bene che dietro una chat chiunque può dire d’esser qualcun altro.

Lei comunque diceva di essere Elena, di Roma, 25 anni. Abbiamo parlato di puttanate quasi tutto il tempo, più di un’ora, forse due. Io avevo preso tutto con il massimo dell’ironia, infatti più volte nella conversazione ho detto “Mi aspetto che da un momento all’altro tu dica Sono Ugo, ho 63 anni, ci sei cascato coglione!“, ma questo non è successo. Per tutta la conversazione non ho potuto sapere e non sapevo se dall’altra parte, dietro un monitor di un computer da qualche parte in Italia ci fosse o meno una donna, né la sua età, dovevo fidarmi dell’istinto. L’istinto mi faceva credere che fosse davvero una donna.

A fine conversazione le ho chiesto se voleva scambiarsi un contatto, le ho chiesto WhatsApp, lei mi ha detto che non lo usava e preferiva un’altra chat, un’app che si chiama KIK, che io già conoscevo di nome ma che non avevo mai usato. Ho capito subito che usare KIK era un modo per non darmi il suo numero di telefono, ma mi andava bene così, d’altronde non avevo nessun tipo di aspettativa.

Il primo campanello nella testa mi è suonato subito. Non avevo alcuna voglia di iniziare una corrispondenza con uno sconosciuto, o una sconosciuta, volevo sapere di più sul mio interlocutore. Non mi fidavo di quel che mi diceva. Era il quinto giorno quando, con una scusa, le feci vedere un sito su cui avevo messo uno script per prendere l’IP e rilevare la provenienza geografica. Roma? No, sticazzi, non era Roma. Mi infuriai e la accusai di dirmi puttanate; di contro, lei si infuriò ancor di più per le mie accuse, e mi disse di non volermi sentire mai più, di sparire.

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Ecco, lì sono iniziate le mie debolezze. La mia prima debolezza ed il mio primo grande errore. Il mio primo grande errore mi ha fatto mettere da parte la ragione per iniziare a smettere di pensare e credere a quel che volevo credere. Quello era un momento in cui ero emotivamente vulnerabile e questa debolezza mi ha tenuto ancorato a quella storia in quel momento, e per molte settimane ancora, fino a trascinarmi a picco.

Momenti di debolezza emotiva

Per diversi giorni l’argomento fiducia / fidarsi non fu più toccato e divenne il primo tabù. Io mi sentivo in colpa per avere ottenuto il suo IP con l’inganno, e volevo credere di essermi sbagliato. So che la geolocalizzazione degli IP ha un’affidabilità piuttosto alta, ma so anche che può sbagliare, in ogni caso non volevo approfondire. Mi ero già autoconvinto che fossi io ad aver sbagliato, per cui l’argomento era chiuso, per il momento.

Per due settimane ho parlato con Elena senza chiederle mai una foto. Ero immerso nell’idea platonica di parlare con una ragazza con cui condividere pensieri fottendomene dell’aspetto fisico. Okay, avevo ancora il dubbio o comunque l’incertezza di chi potesse esserci dall’altra parte, ma continuavo a fidarmi dell’istinto e il suo modo di porsi, il suo linguaggio, tutto quanto mi faceva credere che fosse una donna. Inoltre non capivo che senso avrebbe avuto, per un uomo, fingersi donna per così tanti giorni.

Alla fine della seconda settimana, non ricordo bene se per iniziativa mia o sua,  ci siamo scambiati le prime foto. Lei mi ha mandato una foto con il viso tagliato, in cui vedevo solo il suo corpo. Io ho fatto lo stesso. Il corpo era di un fisico mozzafiato; ora, non voglio sembrare ipocrita e magari qualcuno può anche non credermi ma a me il suo aspetto fisico non interessava più di tanto. Però devo ammettere che quando l’ho vista, in quelle foto, l’impatto emotivo è stato forte.

In me continuavano a coesistere due sentimenti contrastanti. Sebbene il cuore mi avesse fatto smettere di pensare, la ragione era sempre lì dietro l’angolo a bussare. “C’è sempre un po’ di follia nell’amore, c’è sempre un po’ di ragione nella follia”. Le foto che mandavo io erano scattate in tempo reale, mentre le sue no. Lei diceva di avere la fotocamera rotta, che aveva rotto il telefono e ne aveva temporaneamente uno “di riserva” ma l’avrebbe cambiato presto. Facebook diceva di non averlo. Parlare su Skype? No, non ha la cam. Numero di telefono? Troppo presto.

Una fiducia difficile da concedere

Tutti quei no mi rimbombavano nella testa fra una chat e l’altra, ma le giornate continuavano a passare velocemente. Ci sentivamo tutto il giorno, tutti i giorni, a tutte le ore. Per me non aveva alcun senso quel che stava succedendo. Nella mia testa c’erano sempre stati dei conti alla rovescia. Il primo conto alla rovescia era quello di sette giorni, ed era scaduto al quinto; non volevo arrivare ad una settimana senza accertarmi di alcune cose della sua storia, infatti era successa quella cosa dell’IP. Il secondo contdown, stavolta più permissivo, era di un mese. Non sarebbe passato un mese senza che io avessi avuto il suo numero di telefono.

La seconda litigata furiosa arrivò proprio allo scadere del mese, quando insistetti per avere il suo numero di telefono, manifestai di nuovo i miei dubbi e per la seconda volta lei riuscì a ritorcermeli contro facendomi sentire in colpa per la mancanza di fiducia. Io ero a pezzi emotivamente, venivo da una storia in cui avevo dato molta fiducia ad una persona e poi quella fiducia era venuta meno e mi si era ritorta contro; per cui facevo molta fatica a fidarmi. Mi convinsi che la mancanza di fiducia fosse un mio limite, che ero io a sbagliare, e accettai di darle più tempo.

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Continuammo a parlare e nelle settimane successive arrivò il primo “ti amo”. La cosa paradossale è che non ho detto “ti amo” a nessuno in cinque anni dalla mia ultima fidanzata, neanche a ragazze che ho frequentato per mesi, mentre a una sconosciuta, a una persona che non sapevo di dove fosse, quanti anni avesse, e neanche se fosse davvero una ragazza, beh, a quella persona lo dissi. Lo dissi perché lo sentivo, questo non posso ritrattarlo. Il mio era un sentimento puro e sincero. Posso però analizzarmi più lucidamente ora e ammettere, con una certa serenità, che in quel momento probabilmente avrei detto “ti amo” a qualsiasi ragazza che mi avesse dedicato attenzioni con la prospettiva di una relazione.

Ora, sia chiaro, sto omettendo una lunga serie di dettagli di questa storia, forse anche qualcuno molto importante, ma è difficile ricordare. È difficile anche perché ho cercato di dimenticare tutto, mentre adesso sto cercando di ricordare. Ci sono cose che non vorrei ricordare, ma ho imparato nella vita a non crogiolarmi troppo del passato, per quanto debba confessare che spesso lo faccio, e ne soffro terribilmente. Ricordo che avevo iniziato a immaginare il giorno del nostro incontro e a comprarle dei regali. Per prima una collana a forma di fenice, con delle pietre preziose incastonate. Ogni giorno pensavo al momento in cui gliela avrei fatta indossare, lei avrebbe alzato i capelli e io gliela avrei agganciata dietro il collo.

Più dettagli, ancora più dubbi

Arrivati ad un mese e mezzo le cose cambiarono quando iniziammo a scambiarci messaggi vocali. Ebbene sì, io scoprii che stavo parlando davvero con una donna solo dopo un mese e mezzo di conversazione. E dopo aver detto “ti amo”. Sentire la sua voce fu nel contempo una profonda soddisfazione e una pesante delusione. Sapere che era una donna era già una gran cosa, ma c’era qualcosa che non quadrava, non aveva accento romano, per niente. Nella mia testa, la ragione si stava facendo pian piano strada e i dubbi erano sempre di più. Cercavo tuttavia, ogni volta, delle giustificazioni. In quel contesto, pensavo che lei avrebbe potuto mentirmi riguardo alla sua città, aspettando di fidarsi al cento percento di me, prima di rivelarmi di dove fosse davvero. Non ritenevo troppo grave che mi potesse aver mentito sulla sua città d’origine.

E poi le nostre conversazioni erano diventate sempre più sentimentali, per non dire romantiche, ora ci sentivamo a voce, per me era una gran cosa. Lei continuava a mandarmi foto, io continuavo ad avere dubbi, ma tutto proseguiva, l’equilibrio reggeva, fra alti e bassi, dubbi e incertezze. Ero come un uomo che ha la temperatura nella media, con la testa nel forno e i piedi nel congelatore. Non volevo credere che fosse una bugia, e i giorni continuavano a passare, i sentimenti a consolidarsi. Ho offerto più volte ad Elena la possibilità di dirmi la verità, con tutta la volontà di accoglierla nel mio cuore. Mi dicevo che anche se mi aveva detto delle bugie, c’erano tante altre cose che non potevano essere finte. So per certo che non erano finti i sentimenti che io ho provato per lei, e anche quelli che lei ha provato per me.

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Le cose cambiarono ancora una volta quando ci scambiammo le foto del viso. L’iniziativa fu mia: le mandai la foto del mio viso e dissi “Questo sono io”. Abbastanza velocemente lei ricambiò con una sua foto. Non posso condividere le foto per motivi di privacy, ma la ragazza di quella foto era una ragazza che definire bellissima è forse riduttivo. Degli occhioni verde smeraldo, labbra rosso fuoco, un sorriso travolgente, che ve lo dico a fare, ero totalmente cotto. Mandarmi quelle foto fu però per lei, e per noi, l’inizio della fine.

Alla ricerca della verità

Erano passati due mesi e ancora non ci eravamo mai incontrati, né io avevo il suo numero di telefono. Va bene l’amore platonico, il dolcestilnovo e salcazzi vari, ma tutto ha un limite. Il mio limite era asintoticamente raggiunto. Decisi di volerci vedere chiaro: iniziai a ragionare sulla storia e a mettere insieme i pezzi del puzzle. Cercare incongruenze nella storia, cose che non mi convincevano, tasselli che non combaciavano. Sono una persona in cui convivono una forte emotività ed una forte razionalità, e a volte questi due estremi stanno in equilibrio, altre volte fanno a pugni e ne escono con le ossa rotte. Entrambi.

Presi un foglio di carta e misi per iscritto le informazioni che sapevo di lei. Perlomeno, quel che lei diceva di sé.

Qui qualcuno mi potrebbe rimproverare di tante cose, e dirmi che una persona con tanti dubbi dovrebbe chiudere la storia invece che mettersi a fare il detective. Forse chi mi obietta questo ha ragione. Però io ero in quella storia e solo io so cosa provassi. Provavo dei sentimenti forti per una persona che non sapevo chi fosse, volevo e dovevo sapere se mentiva. Lasciare tutto con un grosso punto interrogativo non mi avrebbe fatto bene e oggi a posteriori posso dire che anche se ho sbagliato ho fatto quello che era meglio per me, cercare la verità.

Il mio cervello si era riacceso. I sentimenti continuavano a galleggiare, ma anche la ragione era riemersa. Ero ancora emotivamente instabile, ma volevo stare bene, volevo smetterla di vivere nel dubbio, il mio unico obiettivo a quel punto era capire come stessero realmente le cose. Presi le foto ad una ad una e cercai dei dettagli. Ormai avevo dozzine di foto, non solo della ragazza che lei diceva di essere, ma anche delle sue presunte sorelle, dei genitori, di altri parenti ed amici. Ero pieno di foto e ero più o meno sicuro che cercando bene avrei trovato dei dettagli importanti.

I dettagli delle foto

Dalle foto emersero tre elementi, che descrivo in ordine di importanza. Il primo dettaglio poteva essere fuorviante, ma era comunque un dettaglio interessante. Io in maniera a volte scherzosa a volte meno, le dicevo che lei non era di Roma. Una volta, per “zittirmi”, mi mandò una foto di lei davanti alla Fontana di Trevi. Ora, questa foto invece che chiarire un dubbio, lo alimentò: è normale che una persona di Roma si faccia la foto alla fontana di Trevi, a 25 anni, “in posa”? La foto sembrava dire “Sono alla fontana di Trevi, guardate che bella!”, ma che senso ha per una persona di Roma che vede tutti i giorni i monumenti e le bellezze della città, farsi una foto di quel tipo? Per farla breve, sembrava molto più la foto di una turista, che di una residente.

Il secondo dettaglio fu un quadro. Il quadro nello sfondo di una foto era un panorama di quella che sembrava una montagna. La prima cosa che mi venne in mente fu il Vesuvio. Finora ho omesso di dire due cose: che l’accento della ragazza era chiaramente campano, e che l’IP che avevo registrato inizialmente era proprio di Napoli. Non sono un esperto di Napoli ma in quel dipinto c’era inequivocabilmente il Vesuvio, nella classica e ricorrente vista da Posillipo. E quindi? Se uno ha in casa un ritratto del Vesuvio è necessariamente di Napoli, o campano? No, ovviamente no, non era sicuramente quella la prova, ma era un altro dettaglio, un dettaglio non trascurabile. C’erano troppi indizi che portavano a Napoli.

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Il terzo dettaglio, quello marcatamente più importante di tutti, era un dettaglio così piccolo e trascurabile che sarebbe potuto passare inosservato a chiunque. Una delle foto di Elena era con quella che diceva esser sua sorella che indossava la tipica corona d’alloro che porta chi si è appena laureato. Sullo sfondo, un po’ sfuocato, un edificio color porpora. Di lì, un’illuminazione. Se c’era un’università a Roma che aveva quell’edificio, l’avrei trovata. Le cercai una ad una, guardai le foto da Google Maps, da Google Immagini e da Street View ma nessuna delle università di Roma aveva tratti in comune con la foto di quel giardino e di quell’edificio.

A quel punto ritagliai la foto con la parte dell’edificio e la misi online su una board. A me sembrava l’Università di Salerno, per cui chiesi se qualcuno che la frequentava la riconosceva. Un utente della board mi disse che no, non era Salerno, ma ci ero andavo vicino, era la Parthenope di Napoli. L’utente fu molto gentile e premuroso nel prendersi il fastidio di dimostrarmi che quella fosse davvero la Parthenope. Quello era il penultimo capitolo della storia. Ormai non avevo più dubbi. Va bene, ancora una volta, uno di Roma deve per forza studiare a Roma? No… ma se uno è di Roma, perché dovrebbe studiare a Napoli? Inoltre Napoli era troppo ricorrente, ancora una volta Napoli, per me ormai era chiaro che Elena era di Roma quanto io sono di Comacchio. Ormai ero sicuro al 99%, e determinato ad arrivare al 100%.

Uno stratagemma per arrivare alla verità

Il mio obiettivo finale adesso era trovare la ragazza di quelle foto. Per farlo ho usato un metodo che forse non è del tutto eticamente corretto, ma a quel punto me ne sono fottuto dell’etica e ho accettato di scendere a un compromesso per la mia salute, fisica e mentale. Piuttosto che essere io a cercare lei, ho usato una strategia per far sì che fosse lei a trovare me. Ho quindi creato un profilo Facebook con quelle foto e mi sono iscritto su tutti i gruppi di studenti della Parthenope. Anche lì, quante migliaia di ragazzi e ragazze studiano e hanno studiato alla Parthenope? Quello non era in realtà un gran problema. Non era importante che fosse necessariamente lei, in prima persona, a riconoscermi; bastava che la riconoscesse qualcuno e che glielo dicesse. Chiunque di noi se conosce una persona e si vede chiedere l’amicizia da un’altra persona con le sue foto, o pensa che ha un nuovo profilo, o che qualcuno ha rubato le sue foto.

Comunque sì, in meno di due giorni, neanche raggiunte le cinquecento amicizie, Chiara (la presunta sorella di Elena) mi trovò. Sì, perché nelle foto, come ho scritto prima, la laureata non era Elena, per cui io potevo sapere per certo che Chiara era laureata alla Parthenope e quindi ero costretto ad usare le sue foto.

L’ultimo capitolo di questa storia è il capitolo in cui il catfish viene pescato e io mi libero di tutte queste fottutissime bugie con la certezza assoluta che quello che mi era stato raccontato erano soltanto un mucchio di cazzate. L’ultimo capitolo di questa storia è piuttosto lungo da descrivere, e probabilmente lo farò con più dettagli in un’altra pagina. Per farla breve, la ragazza a cui appartenevano quelle foto mi ha contattato ed era proprio di Napoli; era visibilmente e giustamente arrabbiata con me, ma non conosceva il motivo per il quale avessi fatto un profilo con le sue foto. Quando gliel’ho spiegato, ha continuato ad essere fredda e distaccata, diffidente, ma pian piano che le fornivo dettagli si convinceva della mia buona fede. Siamo rimasti in contatto per alcuni giorni, in cui mi sono messo a disposizione per fornire il materiale in mio possesso se avesse deciso di sporgere denuncia per sostituzione di persona.

La laureata nella foto era realmente la sorella della ragazza in tutte le foto in mio possesso, cosa di cui in realtà non avevo mai dubitato, per la somiglianza dei tratti somatici. Tuttavia non era di Roma né lei né sua sorella, i nomi reali non erano né Elena, né Chiara e nessuna, ovviamente, era al corrente di quel che era successo. Con la “vera” Elena, o meglio, con la ragazza per la quale il mio catfish si era spacciata tutto il tempo, non ho mai parlato. Inizialmente non ne avevo proprio la forza. Poi è mancata la volontà. Avevo già sentito la sorella e contattare anche lei poteva rendermi ai loro occhi invadente. Il mio obiettivo era comunque raggiunto, avevo trovato le ragazze delle foto.

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Un epilogo doloroso per entrambi

Il mio ultimo confronto con Elena è un capitolo a parte, ma fa comunque parte dell’epilogo. È l’epilogo dell’epilogo. Arrivato alla certezza che le foto non erano le sue, ho scritto ad Elena offrendole di farsi aiutare. Chiaramente, in questa storia, non ero l’unico ad aver bisogno di aiuto. Io però stavo superando un grosso ostacolo, quello con me stesso e con la mia emotività, ed ero riuscito finalmente a trovare la forza per uscirne. Lei invece non stava uscendo proprio da niente: era rimasta intrappolata nella sua stessa trappola e l’epilogo ha fatto probabilmente più male a lei di quanto lo abbia fatto a me. Ha fatto più male a lei perché io ormai da settimane mi ero preparato alla resa dei conti, ero ormai praticamente certo che fossero tutte cazzate, anche se non sapevo bene come sarebbe finita.

Speravo in un epilogo in cui il mio pesce gatto sarebbe uscito allo scoperto, levandosi la maschera, alzando bandiera bianca e scusandosi per tutto quanto. In verità, sebbene ci sperassi, temevo/sapevo che non sarebbe successo. Avevo dato a quella ragazza così tante occasioni per uscire allo scoperto che ormai era chiaro che non avrebbe mai avuto il coraggio, o la forza, di farlo. Immagino che il cuore le si sia fermato qualche secondo quando le ho fatto il nome della ragazza a cui aveva rubato le foto. Sia chiaro, non auguro il male di nessuno e per quanto il suo comportamento sia stato malvagio nei miei confronti, e mi abbia fatto stare male, io non ho mai voluto il male di questa persona. Forse l’ho desiderato in un certo momento di rabbia, ma quel desiderio è durato poco; alla fine della fiera, io l’ho perdonata e le ho teso la mano offrendole il mio aiuto. Di contro, mi son beccato un “Non ho bisogno del tuo aiuto, ti odio e ti odierò per sempre”.

Pazienza…. così è la vita. Inutile aggiungere che non ci siamo sentiti mai più.