Sai cosa me ne frega?

Un editoriale a commento del consumo acritico di contenuti sponsorizzati e avvelenamenti del pozzo vari

maicolengel butac 30 Giu 2026
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Nei giorni scorsi su molte piattaforme social è circolata una pubblicità per un quotidiano che su BUTAC abbiamo incrociato più volte. Pubblicità “figlie” del grandissimo successo riscontrato dal crowdfunding fatto da quel quotidiano, raccolta fondi che quest’anno ha superato il mezzo milione di euro che permetteranno a quella testata di continuare nella sua crescita.

In un momento di crisi della carta stampata sarebbe un evento da festeggiare, non fosse che il quotidiano in questione è stato colto più volte a spacciare per informazione quella che non era altro che malinformazione.

L’articolo di oggi però, un editoriale, non riguarda questo – non citerò infatti la testata o il suo fondatore, non sono loro che m’interessano ma certi commenti che ho ricevuto da follower dei miei profili personali sui social quando ho espresso il mio disappunto per gli endorsement da parte di soggetti che fino a prima di queste pubblicità seguivo e stimavo.

Il virus

Il commento che ha fatto nascere quest’editoriale è il seguente:

Sai cosa me ne frega se un comico ha opinioni diverse dalle mie. Sono un suo spettatore mica me lo devo sposare.

In queste due righe è racchiusa la chiave per capire quanto è stato facile per certe realtà insinuarsi nelle nostre televisioni, sui nostri giornali, nelle nostre teste, diffondendosi come un virus. Quando lo incontri nemmeno te ne accorgi, magari è solo un lieve raffreddore; il farmacista ti dà le goccine omeopatiche, ma dopo sette giorni non è passato, e in più ora hai la febbre a quaranta; non era un raffreddore ma influenza, e non essendoti vaccinato ora sei a casa a letto in malattia. Il vaccino in questo caso è lo spirito critico, e come tutti i vaccini funziona solo se te lo fai prima d’aver incontrato il virus. Dopo è troppo tardi.

Chi “gestisce” la disinformazione lo sa bene, e quindi non punta a chi è già vaccinato. Ma man mano che la disinformazione prende piede serve allargare il bacino degli utenti da raggiungere. E l’unico modo per farlo è trovare testimonial che possano contribuire con endorsement anche dove non ce li si aspetta.

Gli stadi della guerra ibrida

I primi a cascare nella malinformazione sono la nicchia dei facilmente suggestionabili, gli stessi che hanno accettato il consiglio del farmacista sulle goccine omeopatiche. Ma perché un progetto di quell’entità funzioni dopo serve allargare il bacino di utenza, e per farlo il secondo gruppo da includere sono quelli convinti di saper distinguere le notizie false da quelle vere, quelli convinti di avere un fisico troppo forte per ammalarsi, e che quindi hanno sempre rifiutato il vaccino. In questo gruppo di utenti purtroppo troviamo milioni di italiani.

È proprio questa “overconfidence” – una sicurezza in se stessi e nelle proprie capacità che non stima correttamente i limiti – che ha permesso alla propaganda filorussa di diffondersi così tanto nel nostro Paese senza che nessuno si accorgesse di niente: non convincendo gli esperti, ma intercettando chi era convinto di non avere bisogno di verificare.

Cosa dovremmo imparare a fare?

Dovremmo imparare a controllare cosa indirettamente lasciamo che circoli, cosa lasciamo che entri dalla nostra porta di casa camuffato da altro, poco conta che sia Gerry Scotti che durante un quiz fa una battuta infelice sull’euro o Maccio Capatonda che pubblicizza un quotidiano che diffonde malinformazione: nel 2026 sarebbe ora di imparare a riconoscere questi sottili (e a volte inconsapevoli) avvelenamenti del pozzo.

Lo spirito critico non è un’immunità permanente acquisita una volta per tutte: esattamente come un vaccino deve avere i giusti richiami, cioè va esercitato e, se necessario, aggiornato. Ogni volta che qualcuno con un pubblico enorme decide di prestare la propria credibilità a chi quella credibilità non se la merita è il caso di alzare il ditino e manifestare il proprio disappunto.

La responsabilità

Chi ha milioni di follower, se sceglie di usare la propria fama per vendere un prodotto, ha una certa responsabilità, poco conta che sia un panettone, una bibita gassata o un paio di scarpe. Chi fa una pubblicità basata sulla propria fama sta di fatto dicendo al proprio pubblico: io questo prodotto lo mangio/bevo/indosso, quindi dovreste farlo anche voi, perché è “certificato” dal mio volto. Il concetto vale ancor di più se il prodotto pubblicizzato, invece che essere classico prodotto commerciale, è una testata giornalistica indipendente che si vende come testata di controinformazione.

Mica me lo sposo

Concludendo, torniamo al commento che ha aperto quest’editoriale. Sì, è vero, sono un suo spettatore, mica me lo devo sposare. E difatti io non vi sto chiedendo di smettere di ridere alle sue battute o di buttare i suoi dischi o bruciare i suoi libri o disertare il suo spettacolo. Ho sempre trovato pretestuosa la richiesta di boicottare un artista, in qualunque campo, sulla base delle sue opinioni personali, ovviamente finché quelle opinioni non inficiano il suo operato. Ma quello che sto chiedendo a chi è pazientemente arrivato fino a qui a leggere è di accorgersi di cosa lasciamo passare quando scegliamo di voltarci dall’altra parte.

Sperando di non avervi annoiato con le mie personali considerazioni.

maicolengel at butac punto it

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