Venerdì scorso ero al bar che bevevo il mio caffè e sfogliavo l’unico giornale sempre presente nei bar di Bologna: Il Resto del Carlino. Nello sfogliarlo a un certo punto una pagina ha attratto la mia attenzione, si parlava di sentenze di Tribunale, di leggerezza dei magistrati. Non è importante quale fosse la notizia principale, quello che ha attirato la mia attenzione era la parte in alto della pagina, dove venivano riportati casi in cui, secondo la Redazione, la Magistratura si era comportata in maniera discutibile.

Sotto il titolo:

Giustizia e Politica / Rabbia in uniforme

venivano riportati 4 casi recenti in cui le cose, sempre secondo il Carlino/Quotidiano Nazionale, erano andate nella maniera sbagliata. Casi che sono stati riportati su tutti i giornali e di cui si è parlato ampiamente sui media.

  • Tempesta Emotiva – Pena dimezzata
  • Lei lo ha illuso – Condanna lieve
  • Troppo mascolina – Stupratori assolti
  • Era già ubriaca – Niente aggravante

I primi due li conoscevo bene, li avevo trattati qui su BUTAC.

Vediamo di fare un ripasso.

Il Codice Penale italiano prevede una condanna da 21 anni all’ergastolo per l’omicidio volontario. 21 anni è la pena senza aggravanti o attenuanti. Se ci sono aggravanti si sale fino all’ergastolo, se ci sono attenuanti si scende fino a 16 anni. I primi due casi prevedevano solo delle attenuanti.

Ma le attenuanti erano quelle che riportavo nei miei articoli, confessione spontanea e collaborazione con gli inquirenti. Attenuanti che portavano la pena da 21 a 16 anni. Si tratta di pura applicazione della Legge. I magistrati non sono stati superficiali nella sentenza, hanno solo e unicamente applicato la Legge.

Avvelenatori di pozzi

Sfruttare due citazioni che non hanno avuto alcun peso nella scelta della condanna, dando invece a intendere che l’abbiano avuto, è disinformare. Che in rete esistano molti avvelenatori di pozzi è un dato di fatto. Che ce ne siano altri sulle testate politicamente schierate è comprensibile (anche se eticamente orrendo). Ma che si trovino anche su quotidiani di cronaca, in notizie che in realtà non dovrebbero essere politicamente schierate, è davvero brutto.

Ci sono cascati tutti

Sia chiaro, a suo tempo dovetti trattare sia la tempesta emotiva che l’altro caso perché quasi tutti i giornali italiani avevano riportato le sentenze in maniera scorretta, convincendo i lettori che quelle fossero le ragioni delle riduzioni di pena. Ma sono passati mesi, di articoli che spiegano bene le due sentenze ne sono usciti altri oltre ai miei, un giornalista vero dovrebbe essere capace, prima di mettersi a scrivere, di fare almeno un paio di controlli. Il primo, il più importante, sarebbe stato leggersi la sentenza per intero, il secondo cercare la legislazione in merito alle attenuanti e alle aggravanti. Volendo essere pedanti avrebbe dovuto anche cercare episodi precedenti per verificare quali erano state le sentenze per omicidio volontario a 16 anni in modo da poter fare paragoni con quelle attuali. Nulla di tutto questo è stato fatto, ci si è basati sul sensazionalismo dei giorni successivi alle due sentenze, contribuendo in maniera pesante a rinvigorire nella mente del lettore l’idea che le cose siano andate come raccontato.

La percezione è tutto: ci comportiamo sulla base delle informazioni che ricaviamo, anche da fonti esterne, come i media. Se le informazioni sono inquinate, la percezione del mondo che ci circonda cambia. Nei due casi in questione ovviamente la nostra percezione cambierà, convincendoci che la giustizia non funzioni nella maniera corretta. La nostra fiducia nei giudici e negli inquirenti diminuirà. Quando invece avevano applicato alla virgola il Codice Penale.

E gli altri due casi?

La sentenza d’assoluzione nei confronti dei due peruviani basata sulla troppa mascolinità della vittima è stata annullata dalla Cassazione, segno che la sentenza è stata ritenuta sbagliata, ma al tempo stesso che il sistema funziona, se è intervenuto un ulteriore grado di giudizio a disfare quanto sentenziato. Spiegava Open:

Il procuratore della Corte d’Appello di Antona e gli avvocati della presunta vittima hanno fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha dato loro ragione. La sentenza è stata annullata perché l’aspetto fisico di una donna che si dichiara vittima di stupro è «irrilevante» ed è un elemento «non decisivo» per valutare la credibilità di una denuncia.

Secondo la Cassazione, i giudici d’appello si sarebbero basati su «un’incondizionata accettazione» della narrazione dei fatti proposta dagli avvocati degli imputati, senza fare alcun «serio raffronto critico» con la sentenza di condanna di primo grado.

Anche l’ultimo caso ha una sua spiegazione dettata dalle leggi in vigore, come riportava Il Post:

Nella sentenza numero 32462 depositata ieri, lunedì 17 luglio, i giudici hanno scritto che la donna non poteva dare un «valido consenso» all’atto sessuale: hanno dunque confermato il reato di «violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica» della vittima. Ma hanno anche scritto che «l’assunzione volontaria di alcol esclude la sussistenza dell’aggravante» perché – per come è scritta la legge – «deve essere il soggetto attivo del reato» a usare l’alcol per la violenza «somministrandola alla vittima». Di conseguenza «l’uso volontario, incide sì sulla valutazione del valido consenso ma non anche sulla sussistenza aggravante».

Avete letto con attenzione? “…per come è scritta la legge”. Perché non si è fatto altro che applicare la Legge. Spiega ancora Il Post:

la Cassazione non ha stabilito che l’ubriachezza volontaria fosse stata un’attenuante. Ha stabilito che se una donna che ha bevuto viene stuprata, l’aggravante esiste solo se lo stupratore ha dato personalmente e intenzionalmente l’alcol alla vittima. La Cassazione insomma non ha teorizzato che lo stupro non c’era perché la vittima si era ubriacata: la violenza sessuale è stata riconosciuta.

Concludendo

Spero che vi sia chiaro perché sia importante la corretta informazione, perché sia sempre più importante allenare il proprio spirito critico. Un certo giornalismo ha smesso d’informare da tanto tempo (o forse non l’ha mai davvero fatto, e solo ora ce ne rendiamo conto così bene). La verità è un nostro diritto, su quella che riteniamo verità si basa la nostra percezione del mondo.

Non credo di dover aggiungere altro. Ma per chi volesse approfondire il problema dell’information disorder vi ricordo che è appena uscito il libro di BUTAC.

maicolengel at butac punto it

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