La crema solare nel flusso del sangue
Post che diventano virali allarmando contro quegli stessi prodotti che in realtà hanno una funzione protettiva. Oggi tocca alle creme solari, accusate di essere la causa dei melanomi

È arrivata l’estate, e tanti di voi hanno cominciato a farsi i weekend al mare, in piscina e fuori porta. Molti usano le protezioni solari, altri preferiscono affidarsi alla fuffa, come questo lungo post che ci avete segnalato nel weekend:
LA CREMA SOLARE ENTRA NEL FLUSSO SANGUE IN MENO DI 24 ORE. LA FDA LO HA CONFERMATO NEL 2019. NON HA RITIRATO UN SOLO PRODOTTO. HA SOLO RACCOMANDATO DI CONTINUARE AD APPLICARLA.
Nel gennaio 2020, uno studio clinico randomizzato pubblicato su JAMA ha rilevato che sei principi attivi delle creme solari, tra cui ossibenzone e avobenzone, vengono assorbiti nel flusso sanguigno dopo una singola applicazione. Non dopo anni. Dopo un solo utilizzo. A concentrazioni che superano la soglia di sicurezza stabilita dalla FDA da 180 a 500 volte.
La FDA non ha ritirato i prodotti dal mercato. Ha rilasciato una dichiarazione: “Continuate a usare la crema solare”.
L’ossibenzone è un interferente endocrino accertato. Mima l’azione degli estrogeni. Attraversa la barriera placentare. È stato riscontrato nel 97% degli americani testati. È presente nel latte materno. È presente nel liquido amniotico. È già presente nei vostri figli prima ancora che nascano.
Un ex chimico formulatore, con 11 anni di esperienza presso una delle tre principali aziende produttrici di creme solari:
“Avevamo dati interni sull’assorbimento già dal 2014. Penetrazione transdermica completa entro 26 minuti dall’applicazione. I composti non rimangono sulla pelle. Non sono mai stati progettati per farlo. Il meccanismo di rilascio è identico a quello di un cerotto farmaceutico. Lo sapevamo. La strategia di mitigazione non è mai stata la riformulazione, ma la comunicazione al pubblico. Incentivare i consumatori ad applicare il prodotto. I margini di profitto sulle creme solari chimiche sono del 1400% superiori ai costi di produzione. Le alternative minerali costano quattro volte di più da produrre. La decisione è stata di natura finanziaria. Ogni documento interno lo confermava.”
Vi hanno detto che il sole causa il cancro. Quello che non vi hanno detto:
La vitamina D, prodotta solo attraverso l’esposizione diretta al sole, è il singolo regolatore più importante della sorveglianza immunitaria contro le cellule maligne. Una meta-analisi del 2023 ha confermato che la carenza di vitamina D è correlata a un aumento del rischio di cancro al colon-retto, al seno e alla prostata del 30-60%.
Hanno bloccato l’unica cosa di cui il tuo sistema immunitario ha bisogno per combattere il cancro. Poi ti hanno venduto una sostanza chimica che entra nel sangue e imita gli ormoni. I tassi di melanoma sono aumentati del 320% dal 1975, esattamente il periodo in cui l’uso delle creme solari si è diffuso.
Il paradosso è stato pubblicato. Università McGill, 2023: “L’uso di creme solari è in aumento, ma lo sono anche i tassi di melanoma e di cancro della pelle”.
Non ti hanno protetto dal cancro. Ti hanno tolto la tua difesa contro di esso e ti hanno fatto pagare 14 dollari a flacone.
15 minuti di esposizione diretta al sole al giorno. Senza protezione. Braccia e viso esposti. Il tuo corpo produce dalle 10.000 alle 20.000 UI di vitamina D in quel lasso di tempo: la quantità che ti vendono in pillole perché hanno bloccato la versione gratuita.
CODICE: JAMA-2020-6CHEM / OXYBENZONE-97PCT / VIT-D-IMMUNE / MELANOMA-320-1975 / MCGILL-PARADOX-2023
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Vi hanno fatto temere il sole per potervi vendere un interferente endocrino spacciandolo per protezione. Il sole è gratis. Ecco perché vi hanno insegnato ad averne paura.
Mr.Pool
Lungo post che viene condiviso su moltissime bacheche social, e che è un classico esempio di malinformazione.
I fatti, quelli confermati
Partiamo dall’inizio. Lo studio che viene citato è reale, è stato pubblicato nel 2020 su Journal of the American Medical Association (JAMA) e ha come titolo:
Effect of Sunscreen Application on Plasma Concentration of Sunscreen Active Ingredients
Lo studio dimostra che, a concentrazioni superiori a quella che sarebbe la soglia di sicurezza imposta da FDA, sei filtri UV chimici comuni vengono assorbiti dal flusso sanguigno, anche dopo una singola giornata di uso. Questa è l’unica informazione completamente corretta del testo che viene condiviso. Tutto il resto rientra nel campo della disinformazione.
…da 180 a 500 volte
Nel testo si sostiene che quei filtri chimici supererebbero da 180 a 500 volte la soglia imposta da FDA, ma andando a leggere lo studio scopriamo che quel range si riferisce a un solo composto su sei, l’oxybenzone, che è quello che in effetti raggiunge le concentrazioni più alte. Per cinque dei sei il multiplo è tra 10x e 46x. L’oxybenzone è effettivamente il caso più critico e quello su cui la ricerca si è concentrata, ma presentarlo come rappresentativo di tutti e sei è disonesto.
Ma la cosa che va spiegata al meglio è che la soglia decisa da FDA non è un “livello di pericolo”, bensì la concentrazione al di sotto della quale la FDA ritiene non servano altri test tossicologici. Superare quella soglia non significa entrare in un terreno sicuramente pericoloso, ma entrare in un terreno inesplorato. Difatti una delle autrici dello studio, la dottoressa Theresa Michele, ha dichiarato esplicitamente che:
Just because they are absorbed doesn’t mean they are unsafe, that’s why we are asking for additional data.
Che tradotto:
Il fatto che vengano assorbiti non significa che siano pericolosi, per questo chiediamo dati aggiuntivi.
L’ex chimico formulatore
Le denunce anonime non andrebbero prese in considerazione, specie quando non portano alcuna evidenza di quanto sostengono, ed è esattamente quello che viene fatto con la figura dell’ex chimico che avrebbe lavorato per undici anni presso una delle tre aziende. Peccato che non ci venga fornita una singola prova della sua esistenza: dobbiamo fidarci. La fede come ben sapete non rientra tra i dogmi di BUTAC. Siamo di fronte a un classico caso di “whistleblower senza identità verificabile” che viene usato per dare autorevolezza narrativa a un’affermazione non verificabile. Il dato sui “margini di profitto al 1400%” è inventato di sana pianta.
I casi aumentati
Il testo ci racconta che, dal 1975, abbiamo avuto un aumento del 320% dei casi diagnosticiati di melanoma, implicando tra le righe che sia dovuto all’aumento dell’uso delle creme solari. Ma questa causalità implicita è falsa. I ricercatori difatti hanno notato che la mortalità per melanoma è rimasta sostanzialmente stabile, portandoli a ipotizzare che si sia trattato semplicemente di un miglioramento diagnostico. Ovvero, oggi si fanno più diagnosi di melanomi perché siamo più bravi a identificarli e più attenti a fare prevenzione, i morti invece non cambiano perché i casi gravi restano sostanzialmente gli stessi. Fosse aumentato il dato sulla mortalità, le cose sarebbero diverse.
La vitamina D
Ci viene inoltre raccontato che la vitamina D sarebbe
il singolo regolatore più importante della sorveglianza immunitaria contro le cellule maligne
e che noi, usando le creme solari, ne inibiremmo la produzione, privandoci quindi della nostra principale difesa contro il cancro. Ma è una semplificazione così grossolana da far sorridere. Non si può negare che la vitamina D abbia effettivamente un ruolo nel nostro sistema immunitario, e alcune ricerche hanno suggerito che esista una correlazione tra bassi livelli di vitamina D e maggiori incidenze di certe forme tumorali. Ma correlazione non significa causalità – oltre al fatto che, ad oggi, nessuno studio ha dimostrato che integrare la vitamina D riduca il cancro in modo significativo. Ma l’affermazione più sbagliata è quella in cui si sostiene che a inibirne la produzione siano le creme solari, visto che in realtà bastano pochi minuti di esposizione solare, anche con crema già spalmata, per produrre Vitamina D a sufficienza.
Lo studio della McGill
Nel testo poi viene citato un secondo studio, dell’Università McGill, studio del 2023 dal titolo:
Understanding the Perceived Relationship between Sun Exposure and Melanoma in Atlantic Canada
Nel testo questo studio viene citato sostenendo che sia la prova che le creme solari causino i melanomi, peccato che in realtà lo studio non dica affatto questo. I ricercatori della McGill parlano di un sunscreen paradox, ma non è quello sostenuto dal testo che viene condiviso. Il paradosso sta nel fatto che chi usa più crema solare è statisticamente chi si espone di più al sole. La crema quindi diventa un “permesso per abbronzarsi”, magari applicandola solo la mattina stando poi al sole per ore, esando meno crema o con meno frequenza del necessario. Il risultato è un falso senso di protezione che porta a una maggiore esposizione ai raggi UV, che sono la causa accertata dei melanomi.
La crema solare quindi, per quanto è possibile sapere oggi, non è la causa dei melanomi.
Concludendo
Fidarsi di post trovati in rete, senza che riportino un nome di autore o link alle fonti usate, è uno dei problemi più grossi dell’informazione odierna, soprattutto se si tratta di temi di salute. Sia chiaro, senza fonti non vi dovete fidare nemmeno dei fact checker: le cose non stanno così perché lo dice BUTAC, le cose stanno così perché gli studi degli ultimi anni ci dicono che stanno così.
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa di Maciej Serafinowicz su Unsplash