Data center, server, bot e dezinformatsyia
Nel linguaggio informatico, "bot" potrebbe non significare quello che tutti speriamo...

Tra il 12 ottobre 2026 e la mattina presto del 13, tantissimi hanno rilanciato in rete un grafico che misura il traffico automatizzato in uscita dalla rete di Yandex, un grafico che veniva condiviso sostenendo che quell’immagine mostrasse il crollo delle attività legate alla disinformazione di stampo filorusso.
Noi ci siamo ben guardati dal diffondere quello stesso grafico, ci piace dire che vogliamo fare slow journalism, ma la realtà è che BUTAC non ha una redazione dove possiamo dire a qualcuno: scrivi quell’articolo. Se c’è un pezzo da fare nella stragrande maggioranza dei casi sono io che mi metto a scriverlo, e il tempo che ho per fare quelle tanto noiose verifiche è sempre ritagliato in mezzo ad altre cose.
Quindi, per chi negli ultimi due giorni avesse dormito…
…il riassunto
Tra l’8 e l’11 ottobre droni ucraini hanno colpito tre data center di Yandex, il “Google russo”: prima Sasovo, nella regione di Ryazan, poi Kaluga, poi Vladimir. Gli effetti sono stati concreti: servizi Yandex in tilt, cloud fuori uso, app di banche, taxi e catene di negozi con problemi in mezza Russia e anche fuori. Zelensky ha rivendicato il primo attacco come risposta a quelli russi contro i data center ucraini, senza aggiungere dettagli.
Fin qui sono fatti. Poi è arrivato il grafico: Cloudflare Radar mostrava il “traffico bot” proveniente dalla rete di Yandex crollato quasi a zero.
E nel giro di poche ore quel traffico bot è diventato, nei post di mezza Europa, i bot russi, poi i troll russi, poi i fan di Putin spariti dai commenti. Peccato che quel grafico non dica niente del genere.
Uno dei post più condivisi aveva perfino una sezione fact-checking per i pignoli, con tanto di link a un articolo di TechRadar. Il problema è che l’articolo di TechRadar, a parte un titolo che dava a intendere le stesse cose del testo che lo riprendeva, dopo poche righe spiegava che:
There is a common tendency to automatically associate ‘bot traffic’ – especially Russian bot traffic – with the fake social media accounts that spread Kremlin-aligned propaganda. The bot traffic taken offline in this context is more likely to be automated programs that crawl pages, index search results, and gather data for AI platforms.
Il grassetto è nostro, e tradotto significa:
C’è la tendenza ad associare automaticamente il ‘traffico bot’, in particolare quello russo, agli account fasulli che diffondono la propaganda filo-Cremlino. Il traffico bot andato offline in questo caso è più probabilmente composto da programmi automatici che scansionano le pagine, indicizzano i risultati di ricerca e raccolgono dati per le piattaforme di intelligenza artificiale.
Nel frattempo quel traffico che sarebbe crollato – e di cui ancora ieri l’altro, lunedì 12 ottobre 2026, si festeggiava come si respirasse un’aria migliore – era risalito al 20% già da domenica sera, dallo 0,4% a cui era sceso.
Cloudflare e il grafico
Cosa misura realmente quel grafico lo spiega la stessa CloudFlare nel suo glossario: la metrica è la percentuale di richieste HTTP classificate come bot o come umane in base a un punteggio. Per impostazione predefinita Radar considera solo le richieste di contenuti HTML, cioè il normale traffico web. Parliamo quindi di richieste che arrivano ai siti serviti da Cloudflare. Non di post, commenti o account sui social.
Quindi possiamo dire che il traffico automatico di Yandex è crollato, ma il troll che ci insulta su Facebook o su X non passa dal server AS13238, pubblica da un’app o da un browser, con una connessione domestica o una VPN, e scrive direttamente sulla piattaforma.
Anche le operazioni di propaganda online più strutturate non dipendono dal crawler di un motore di ricerca. RuntimeWire l’ha detto in modo chiaro: senza i valori sottostanti e una base di confronto verificabile, quel grafico non stabilisce né quanto sia calato il traffico, né quando, né se quel traffico facesse parte di un’operazione di influenza.
E quindi di chi era quel traffico?
Per scoprirlo bastava un clic in più. Su Cloudflare Radar, oltre al traffico bot di tutta la rete di Yandex (il grafico che è circolato), si può vedere quello del solo YandexBot, il programma che il motore di ricerca usa per visitare i siti web e indicizzarli, esattamente come fa Googlebot per Google.
Se nella rete di Yandex ci fossero stati anche migliaia di troll al lavoro, le due curve sarebbero diverse: spento il motore di ricerca, il traffico totale sarebbe sceso solo in parte. Invece sono praticamente identiche. Calano insieme l’8 ottobre, si azzerano insieme tra il 10 e l’11, ripartono insieme. Vuol dire che quel “traffico bot russo” era quasi tutto il crawler di Yandex.
E non si tratta di un bot misterioso: Cloudflare lo classifica come “bot verificato”, cioè uno di quelli che dichiarano apertamente chi sono e a cosa servono. Il contrario esatto di un troll.

Le fabbriche di troll, quelle vere
Evidentemente abbiamo la memoria corta, perché di fabbriche di troll in passato si era parlato in abbondanza, spiegando chiaramente che non sono “dentro a un server”, ma al massimo dentro a un capannone, dove legioni di dipendenti gestiscono milioni di profili. Forse colpendo quei capannoni si potrebbe pensare di azzerare il traffico di cui stavamo parlando, ma nel migliore dei casi sono giovanissimi convinti grazie alla malinformazione a fare quel mestiere, in altri casi, peggiori, sono costretti a farlo. Fare fuori quei capannoni servirebbe s0lo a uccidere migliaia di persone che si sono limitate a fare ciò che ordinava il loro governo.
La rettifica della rettifica
Tra quelli che avevano rilanciato la notizia tanti l’hanno corretta pubblicamente, e gliene diamo atto, spiegando le stesse cose che vi abbiamo riportato qui sopra. Qualcuno però nel farlo ha aggiunto un ulteriore dettaglio che necessita di ulteriore rettifica. Sì, perché nello stesso testo che spiega le cose viene lanciata una nuova ipotesi: il crollo dei crawler sarebbe collegato a un calo di traffico su tre profili filorussi (Tucker Carlson, Tucker Carlson Network e Douglas Macgregor), perché i crawler “amplificherebbero” la visibilità dei post. Ma non è vero, non è così che funzionano i crawler, si tratta di bot che leggono le pagine solo per indicizzarle, non interagiscono in alcun modo.
E il grafico portato a sostegno di questa ipotesi si smonta da solo, leggendo la didascalia scritta da chi l’ha prodotto:

I post analizzati sono pochissimi: per Tucker Carlson sette prima e quattro dopo. Nella settimana prima c’erano post virali da quasi tre milioni di visualizzazioni a gonfiare la media, e togliendo solo quelli il calo di Macgregor passa da -62% a circa -29%. Infine, i dati sono stati estratti il 12 ottobre, quindi i post dopo avrebbero avuto pochissime ore per accumulare visualizzazioni, contro una settimana dei post prima. Con queste premesse, un calo lo si trova sempre.
E questa, a nostro avviso, è forse la cosa più interessante di tutte: il meccanismo per cui, anche quando ammettiamo che una notizia era falsa, cerchiamo un modo per salvarne un pezzo.
Probabilmente perché era troppo bella, e ci dispiace che non sia vera.
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa di Tyler su Unsplash