Educazione sessuale a scuola, teorie gender e politica

Parliamo ancora di teoria gender a scuola, quella cosa che esiste solo nella fantasia di chi la strumentalizza per portare acqua al proprio mulino

maicolengel butac 7 Gen 2026
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Cominciamo l’anno alla grande, visto il ritorno di un cavallo di battaglia che BUTAC negli anni ha trattato più e più volte: l’educazione sessuale a scuola.

La segnalazione che mi è stata mandata riguarda un articolo pubblicato su un quotidiano locale, Il Resto del Carlino edizione di Bologna, che il 31 dicembre ha dato ampio spazio alle parole del capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio comunale di Argelato, Bruno Seidenari. Anche se la vicenda parte da una segnalazione locale, sappiamo bene che il dibattito sulla questione è nazionale (e non solo), e che i membri di quello specifico gruppo politico da tempo sono sul piede di guerra contro l’introduzione dell’educazione sessuale a scuola. Titola il Carlino, riportando quello che dovrebbe essere un virgolettato di Seidenari:

Lezioni di sesso a scuola senza l’ok delle famiglie

L’articolo riporta queste parole attribuite a Seidenari:

Nella pianura bolognese, nel territorio che comprende i Comuni della Unione Reno Galliera, si forza la mano per permettere di portare la teoria gender nelle scuole di ogni ordine e grado. I sindaci dell’Unione, nell’ultimo consiglio, hanno votato  a favore di un ordine del giorno, presentato dalla sinistra locale, che chiede di superare l’emendamento del ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara. Questo in modo da non aver bisogno del consenso delle famiglie per attuare dei programmi di educazione sessuo-affettiva. In pratica si vuole introdurre la teoria gender nelle scuole di ogni ordine e grado escludendo, di fatto, le famiglie dal poter partecipare nell’educazione dei propri figli, minori.

Peccato che, come già spiegato svariate volte negli anni, questa cosa della “teoria gender” esista solo nella testa di chi vi si oppone. Non esiste nei programmi ministeriali, come non esiste nelle linee guida o nella letteratura scientifica. Esiste solo come etichetta polemica e politica, utile a spaventare genitori e raccattare consenso elettorale. Guarda caso è uno dei cavalli di battaglia delle destre del nostro Paese (e non solo). Destre che mai e poi mai hanno accettato veri confronti sul tema, consci che farebbero solo una immane figuraccia a parlare della materia con chi l’educazione sessuale la insegna veramente.

Su BUTAC lo ripetiamo veramente da anni: l’educazione sessuo-affettiva non è educazione al sesso inteso come pratica, né tantomeno propaganda identitaria. È educazione alle relazioni, al rispetto, alla consapevolezza del proprio corpo e di quello altrui. È prevenzione. Prevenzione di abusi, di violenza di genere, di bullismo, di discriminazioni. Tutte cose che, curiosamente, quando esplodono sui giornali diventano improvvisamente emergenze che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Il paradosso

Il paradosso è evidente: gente come Seidenari (e come lui tanti altri) da un lato invoca il ruolo centrale della famiglia come “comunità educante dei minori”, dall’altro finge di non sapere (o forse non finge affatto) che sono moltissime le famiglie, specie nel nostro Paese, che non hanno strumenti, tempo e competenze per affrontare certe tematiche a casa. Proprio per questo è giusto che intervenga la scuola, con progetti strutturati, trasparenti, concordati con le ASL, psicologi ed esperti della materia.

I progetti di educazione sesso-affettiva non sono fatti all’oscuro delle famiglie: quando sono attivati nella maniera corretta, infatti, prevedono comunicazioni, incontri, materiali condivisi. Peccato che poi nella narrazione politica di alcuni tutto questo svanisca, perché è molto più comodo parlare di genitori che vengono scavalcati e di uno Stato cattivo (in questo caso l’Unione dei Comuni) che vuole rieducare i figli degli altri.

Avvelenare il pozzo

Aalla fine quello che fa Seidenari, come in precedenza – tra gli altri – l’attuale nostra presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni, non è altro che un giochino perfetto per spostare il dibattito dal piano dei fatti a quello della paura. Avvelenare il pozzo è quello che piace tanto a questa gente, conscia che chi li segue mai cercherà di approfondire, mai cercherà di farsi domande sulla materia. Si fidano, e votano di conseguenza. Si tratta di una strategia comunicativa ben rodata, che BUTAC ha già analizzato più volte: creare un nemico vago, ideologico, impossibile da verificare, e usarlo come clava contro qualsiasi iniziativa educativa che parli di diritti, rispetto e inclusione.

Il punto più grave però è quanto riportato dall’attuale Ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che in un comunicato stampa del 20 ottobre 2025 ha affermato:

L’opposizione fa propaganda affermando che impediremmo l’educazione sessuale nelle scuole. La legge sul consenso informato ha piuttosto lo scopo di non creare confusione nei bambini insegnando le cosiddette teorie gender, cioè teorie secondo cui accanto ad un genere maschile e femminile ci sarebbero altre identità di genere che non sono né maschili né femminili.

Siccome l’articolo 30 della Costituzione attribuisce innanzitutto ai genitori il compito di educare i figli, riteniamo giusto che siano i genitori di minori a decidere se far frequentare ai figli adolescenti lezioni sulla identità di genere dopo aver avuto adeguate informazioni sul contenuto dei corsi.

In questo caso non sarà più possibile per associazioni ideologizzate far propaganda, spesso retribuita dai contribuenti, nelle scuole: le lezioni dovranno essere affidate a professionisti seri: psicologi, medici, docenti universitari. La riforma del consenso informato rappresenta un passo avanti nella cultura del rispetto e non certo «un passo indietro».

Ma come abbiamo già detto la “teoria gender” non esiste in alcun corpus scientifico riconosciuto, non è una materia scolastica, non è un contenuto previsto da alcuna linea guida ministeriale o internazionale. È un’etichetta polemica, nata e cresciuta nel dibattito politico e religioso, usata per accorpare arbitrariamente studi di genere, educazione al rispetto, lotta alle discriminazioni e persino la semplice esistenza di persone non conformi agli stereotipi e alle aspettative di genere che consideriamo tradizionali.

Parlare di “confusione nei bambini” senza portare uno studio, un dato, una revisione scientifica è puro allarmismo. Tutta la letteratura internazionale, dall’OMS all’UNESCO, dice l’esatto opposto: programmi strutturati e adeguati all’età riducono disagio, violenza e disinformazione, non li aumentano.

Per non parlare del richiamo all’Articolo 30 della Costituzione, una paraculata che giusto un ministro di un governo come quello in carica poteva portare avanti. La Costituzione non affida l’educazione solo ai genitori, né esclude il ruolo della scuola come istituzione pubblica. Se così fosse, non esisterebbero programmi ministeriali, educazione civica, prevenzione sanitaria, educazione stradale, educazione digitale. Il richiamo selettivo alla Costituzione serve solo a rafforzare l’idea che la scuola stia “invadendo” un campo che non le spetterebbe, cosa semplicemente falsa. Non credo serva commentare la generica accusa sulle “associazioni ideologizzate” senza citarne un singolo caso specifico. Appunto si sta dando in pasto al proprio pubblico elettorale il solito nemico immaginario, che serve a delegittimare il dibattito in merito senza dimostrare alcunché. L’abbiamo visto fare negli Stati Uniti grazie alla presidenza Trump, lo vediamo fare tale e quale qui da noi.

Concludendo

La scuola non sta cercando di sostituirsi alle famiglie. Sta cercando, faticosamente, di colmare vuoti educativi che la politica ignora finché le fa comodo, salvo poi strumentalizzarli.

Continuare a gridare al “gender” non protegge i minori. Li lascia semplicemente più soli, e più vulnerabili. E in un mondo in cui i genitori, quando sono liberi, preferiscono dedicarsi ai social e alle discussioni online, questo è sempre più un problema.

In chiusura, le fonti

A livello internazionale, UNESCO e WHO definiscono chiaramente cosa sia un’educazione sessuale completa (comprehensive sexuality education), con obiettivi e contenuti basati su evidenze scientifiche e diritti umani, raccomandati a governi e sistemi educativi. E l’Organizzazione mondiale della Sanità spiega con dovizia l’importanza di avere precisi standard internazionali per definire nella maniera corretta conoscenza del corpo, relazioni, rispetto, diritti, salute e sicurezza.

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