Il giornalismo che non ci meritiamo

Forze dell'ordine che sparano e giornalisti che non si capacitano che dove è morta una persona ci sia un'indagine per chiarire la dinamica dei fatti

maicolengel butac 7 Gen 2025
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Vittorio Feltri, e con lui tanti giornalisti italiani (per non parlare dei commentatori, politici e non) dimostrano ogni giorno di più perché il nostro Paese è tra i primi posti al mondo per analfabetismo funzionale.

Questo il titolo de Il Giornale del 3 gennaio 2025:

Viva il carabiniere che ha sparato

Un egiziano accoltella i passanti, si scaglia contro i carabinieri e viene ucciso da un militare che si è difeso. E la cosa paradossale è che ore è lui ad essere indagato

O ancora Il Resto del Carlino:

Accoltellatore ucciso dal carabiniere, il paese è con il maresciallo: un eroe

Villa Verucchio (Rimini) si schiera con il sottufficiale indagato. E lui: “Ho fatto il mio dovere per la comunità”. Prima di essere neutralizzato l’egiziano aveva ferito quattro persone: l’aggressione ripresa dalle telecamere

Entrambi i titoli (e gli articoli) fanno intendere al lettore che si sarebbe potuta evitare l’indagine contro il carabiniere visto che, appunto, ha difeso la comunità da un soggetto ritenuto pericoloso, ma – ed è qui il grosso problema di questo modo di fare giornalismo – le cose non stanno così. In Italia esistono delle leggi che vanno rispettate, anche sotto il governo dei pistoleri che sparano alle feste di Capodanno.

Quello che i titoli sensazionalistici omettono è un dettaglio fondamentale: l’indagine non è un’opzione o una questione di simpatia popolare, ma un atto dovuto. Non è un capriccio di magistrati annoiati o una “persecuzione” del sistema giudiziario nei confronti di chi veste una divisa. Si tratta di un obbligo previsto dal nostro ordinamento giuridico, un sistema che, seppur imperfetto, si basa ancora su alcune garanzie fondamentali. Quando un cittadino (e sì, un carabiniere è anche e prima di tutto un cittadino) provoca la morte di un’altra persona, l’autorità giudiziaria deve verificare che l’uso della forza sia stato proporzionato, necessario e conforme alle leggi.

Perché il dettaglio viene omesso?

Il dettaglio si omette perché i giornalisti preferiscono vendere copie dei loro quotidiani invece che fare informazione, e il sensazionalismo di quei titoli vende. Dipingere il maresciallo come vittima di un’ingiustizia burocratica vende. Dire la verità (senza maiuscole come il pessimo quotidiano) invece non vende, ma sarebbe la cosa corretta da fare.

Fermatevi a riflettere, se ogni volta che un membro delle forze dell’ordine avesse usato le armi con un esito letale non venisse indagato staremmo meglio? Vivremmo più tranquillamente in un Paese in cui persone che hanno il diritto di portare un’arma potessero usarla senza il timore di dover poi rendere conto delle proprie azioni? Onestamente, io trovo corretto e dovuto che esistano leggi che obbligano i magistrati a indagare su ogni uso di forza letale, poco conta se usata contro un soggetto fuori controllo o un inerme passante. E credo dovrebbe trovarlo corretto e dovuto chiunque.

A questo vorrei aggiungere che tutti i titoli che celebrano il carabiniere come eroe vittima di ingiustizia fanno anche un’altra cosa, non casuale, cioè insistono nel mettere in evidenza la provenienza dell’aggressore: un egiziano. Noi di BUTAC ci siamo abituati da tempo a vedere questa modo di dare le notizie, mentre un giornalismo serio eviterebbe questa enfasi, a meno che non fosse importante ai fini della notizia. Si tratta di un espediente studiato per alimentare la paura dello straniero, un espediente che piace molto a specifiche forze politiche. In un Paese che è già segnato da una profonda polarizzazione questo modo di fare (dis)informazione non fa altro che alimentare odio e divisione. E non viene messo in pratica da blog e piccole testate sconosciute, ma riguarda testate note, notissime, e giornalisti che vediamo quotidianamente ospiti nei migliori salotti TV.

Dovremmo iniziare a pretendere dal giornalismo italiano qualcosa di più che sensazionalismo e indignazione a comando. E invece proprio il 31 dicembre, mentre ero in edicola a comperare l’ultimo numero di Martin Mystère che mi era sfuggito, mi sono trovato a fianco di un coetaneo che tesseva le lodi de La Verità, sostenendo che fosse l’unico giornale che ha il coraggio di dire le cose come stanno. Mettersi a discutere sarebbe stato inutile, ma la depressione è stata istantanea.

maicolengel at butac punto it

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