La cultura Rom nei programmi scolastici

Noemi Jane Urso 13 Apr 2015
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Ci segnalano un articolo dell’ottima testata “ImolaOggi” che titola:

Ultima trovata del governo: la “cultura” Rom nei programmi scolastici

Si legge nell’articolo che la consigliera per le Pari Opportunità del governo Renzi, Giovanna Martelli, ha avuto un’idea veramente stupida.

Poveri studenti! Non bastavano le innumerevoli “educazioni (alla corretta alimentazione, alla sicurezza stradale, alla legalità, alla solidarietà, alla sessualità – etero, omo, gender – e via elencando)” loro imposte da una malintesa modernità della scuola. No, non bastavano perché alla fine ce n’è sempre un inventore più alla moda capace di scovare l’ultima tendenza del politically correct e di elevarla immediatamente al rango di materia di studio.

L’ultima tendenza del “politically correct”, secondo ImolaOggi, sarebbe quella di introdurre a scuola

«uno spazio dedicato alle minoranze, per allontanare l’idea che gli “zingari” sono solo quelli che rubano, che portano via i bambini e che fanno accattonaggio».

La dichiarazione della consigliera Martelli è esatta, come riportata dall’Ansa, che spiega come, in occasione della Giornata internazionale dei rom e dei sinti, si siano affrontate tematiche riguardanti l’inclusione e l’integrazione di tali comunità nel panorama nazionale.

La notizia si trasforma su Il Secolo d’Italia in un’occasione per svolgere un inconcludente tema sulla condizione della scuola in Italia e a come, nella società attuale, sia del tutto inutile, se non dannoso, cercare di insegnare ai bambini a rapportarsi non solo con la diversità ma con tutta una serie di problematiche che potrebbero essere loro d’aiuto nella vita, togliendo magari alla classe un’ora dedicata alla sterile ripetizione di concetti senza alcuna utilità pratica.

Ma siamo sicuri?

Se davvero in quest’ora alla settimana la scuola riuscisse a spiegare ai bambini che cosa sono e come rapportarsi con le minoranze, come vivere felici e sereni pensando agli affari loro senza odiare nessuno, cercare di adattarsi alle situazioni nuove senza scaricare le proprie frustrazioni su “l’altro”, probabilmente Il secolo d’Italia tra pochi anni avrebbe perso anche l’ultimo lettore.

Per il momento si limita a scrivere articoli pieni di rabbia, senza nessuna base concreta, ipotizzando l’eliminazione dello studio dei grandi classici in favore di “nozioni sugli usi e consumi dei Rom”, e tutto perché qualcuno con un peso politico ha osato dire ad alta voce che “non tutti i Rom rubano”. Nessuno ha detto questo:

vogliamo confrontare una dotta lezione sul rispetto delle minoranze (etniche, sessuali, religiose) con il solito canto della Divina Commedia o della triste poesia di un Leopardi?

Nessuno ha ipotizzato di eliminare le basi culturali della scuola italiana. Si parlava casomai di aggiungere cultura e non di toglierla. Estremizzare una situazione per mostrarne il marcio è un artificio usato spesso in letteratura e cinema per fare satira o critica nei confronti della società o di una parte di essa. Ma qui non siamo né nella letteratura né nel cinema, siamo nella vita vera, e siamo in una situazione sociale e politica che richiede progresso, sviluppo e adattamento continuo: rimanere aggrappati alle proprie retrograde convinzioni e attaccare, con ogni mezzo, chiunque cerchi di ipotizzare miglioramenti basati sulla realtà, e non su un mondo finito cinquant’anni fa, è semplicemente una strategia perdente.

Il Secolo d’Italia può arrabbiarsi quanto vuole. ImolaOggi può andargli dietro, facendo un copia-incolla ad hoc e aggiungendo foto come questa:

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Queste posizioni non risolveranno niente, e chi non vuole assolutamente rendersene conto perché vive nell’assoluta convinzione di avere ragione E BASTA, e non sente ragioni, figuriamoci ascoltare le posizioni altrui, è destinato a vedere le sue convinzioni (maggioranza = superiorità) sgretolarsi un po’ alla volta.

Non mi dispiace per niente.

E lo dico senza essere una particolare fan di nessuna posizione e di nessuna minoranza, ma semplicemente una persona che preferisce impiegare le proprie energie adattandosi ai cambiamenti del mondo che la circonda e cercando di trarne qualcosa di positivo piuttosto che opponendosi con le unghie e con i denti, piangendo e sbraitando, a qualcosa di più grande di lei, che non può fermare, ma solo fare del proprio meglio a costruire meglio possibile.

Un paio di anni fa a Parigi ho visto due ragazzine Rom in un vicolo. Non stavano facendo niente di xenofobicamente prevedibile, ma una cosa che io non avevo mai visto: si stavano cambiando, toglievano i gennelloni, mettevano dei jeans e nascondevano le gonne nelle borse, probabilmente per potersi incontrare con gli amici e confondersi tra loro come degli adolescenti “della maggioranza”. Forse, quasi sicuramente, in Francia hanno qualcosa da insegnarci riguardo all’integrazione, ma quel giorno io ho imparato che ancora prima dei governi, dei partiti politici, delle fazioni, delle associazioni, del pensiero comune, sono le nuove generazioni delle minoranze stesse le prime a desiderarla, e che rimanere arroccati nella propria presunta superiorità rallenta soltanto questo inevitabile processo, rendendoci oltretutto molto peggiori di quelli che vogliamo assolutamente, e certe volte pretestuosamente, stigmatizzare.

Noemi

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