La Francia tiene metà dei soldi donati all’Africa

maicolengel butac 22 Nov 2018
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Siamo sicuri le cose siano come ci racconta Bartolo Dall’Orto sulle pagine del Giornale online? Secondo l’inchiesta di Night Tabloid (citata ma non linkata, la trovate qui):

In sostanza a Parigi rimarrebbe “la metà” dei fondi versati destinati all’Africa. In che modo? “I soldi arrivano qui – spiega il servizio – per essere convertiti in monete africane, ma la metà di quel denaro viene trattenuto a titolo di garanzia”.

Quindi per capirci Dall’Orto sostiene che la metà dei soldi che noi italiani doniamo all’Africa finisca in banche francesi e aiuti così il governo. La prima cosa da dire è che stiamo parlando di accordi tra 14 Paesi africani e il governo francese, 14 Paesi su 54. Non è chiaro a che soldi donati si faccia riferimento, ma se si parla genericamente di Africa gli Stati che la compongono sono 54, quelli a cui si sta facendo riferimento sono circa un terzo. Già questa ritengo sia una precisazione importante.

Ogni euro che spediamo verso l’Africa, spiega Mohamed Konare del Movimento Panafricanista, “passa dalla Banca di Francia per forza”. Qui viene convertita in Cfa (la moneta africana) e viene poi spedito in Africa. Dove sta l’inghippo? “Quell’euro rimane nella banca francese”, spiega Konare.

“Sia le banconote che le monete africane sono stampate in Francia”, aggiunge Kako Nubukpo, ex dirigente della Banca centrale africana. Anche gli aiuti umanitari in dollari, sterline e euro. Tutti verrebbero poi trasformati in Cfa. E questo – spiega il programma Rai – “succede per 14 paesi africani, tutte ex colonie francesi e tutte con un sistema monetario messo in piedi e controllato dalla Francia, il Franco Cfa: cambio fisso e valuta forte”.

Si parla di CFA, argomento che proprio qui su BUTAC avevo già trattato qualche tempo fa, e mi pare che quanto avessi riportato sia tutt’ora valido:

Solo due dei 14 Paesi hanno ancora rapporti con la Francia che prevedono restrizioni economiche di qualche tipo: si tratta della Guinea e della Repubblica Centroafricana. Nessuna tassa anche in questo caso, ma comunque qualche impedimento per i due Paesi in esame. Tutti gli altri citati non devono pagare nessuna tassa: hanno scelto, liberamente, di fare parte del gruppo di paesi che utilizza il franco CFA. Una valuta speciale, legata al valore del franco francese (quindi oggi legata all’euro) che fu istituita all’inizio della Seconda guerra mondiale.

Sono quattro le regole che vengono applicate al franco CFA:

  • La Francia garantisce la convertibilità illimitata del franco CFA e del franco delle Comore in qualsiasi valuta straniera;
  • il tasso di parità con la valuta francese – prima il franco, poi l’euro – è fisso;
  • i trasferimenti di capitale all’interno dell’area valutaria sono gratuiti;
  • in cambio di questi primi tre principi, il 50% delle riserve valutarie dei Paesi della zona monetaria del franco CFA e il 65% delle riserve del franco delle Comore sono depositate in un conto di transazione della Banque de France a Parigi.

Non c’era bisogno di scomodare Massimo Amato della Bocconi come ha fatto Night Tabloid, nessuna di queste regole è segreta, non c’è nulla da scoprire, solo un po’ di voglia di far fact-checking. Quindi ci sono 12 Paesi africani che per libera scelta hanno deciso di aderire a un accordo con la Francia che fa sì che parte delle loro riserve monetarie in franchi CFA sia tenuta da una banca francese. Il PIL sommato dei Paesi africani a cui si fa riferimento è di circa 450 miliardi, lo capite che 10 miliardi sono piccola cosa? Non sono sicuramente l’ago della bilancia. Ma raccontarla come se lo fossero è utile al giornalismo a tesi.

Purtroppo ci siamo abituati.

Spero sia chiaro che i soldi donati all’Africa per lo più non vanno in mani francesi, ma anche quando lo facessero sono comunque soldi a disposizione degli Stati che li hanno versati, con i pro e i contro del caso, ma senza che vi siano obblighi nei versamenti.

Come ripetuto l’altra volta non sto difendendo gli accordi tra Francia e Paesi africani, sto cercando di aiutarvi a capire quanto la cosa sia rilevante e in che termini ha senso indignarsi nel caso. Io, di mio, m’indigno di più per quanto vedo fare giornalismo a tesi senza che nessuno abbia niente da dire al riguardo.

Ma io non conto nulla, sono solo un piccolo blogger in pigiama.
maicolengel at butac punto it
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