Dispiace a tanti amanti del gianduiotto che la Pernigotti sia in grave crisi, anche se non è proprio una novità. Quello che però è interessante è vedere come certe testate trattino l’argomento.

Su Gli Occhi della Guerra, blog legato alla redazione online del Giornale (che non è la stessa di quella stampata) appare il 19 novembre questo titolone:

La Turchia si è presa la Pernigotti grazie all’aiuto dell’Unione europea

Come spesso accade, per gli articolisti della versione online del Giornale, la colpa di ogni cosa è dell’Unione Europea. È curioso: in casa dei miei genitori si legge il Giornale dai tempi di Montanelli, un cugino di mia madre è stato per tanti anni una delle firme note di quella testata, e non ho mai trovato così tanto anti-europeismo nella versione cartacea quanto invece ne vedo nella versione online. A volte sembra quasi di leggere due testate diverse (forse perché in parte lo sono)…

I fatti noti sono che la Pernigotti, dagli anni Ottanta, soffre una crisi dovuta a mille motivi: prima viene venduta la Sperlari, nel 1981, al gruppo Heinz americano, poi nel 1995 la stessa Pernigotti viene venduta all’Averna, e infine viene ceduta la Streglio. Tutti marchi che in un modo o nell’altro erano nella mani della famiglia. Nel 2013 l’Averna decide di vendere Pernigotti ai turchi della Toksöz. In tutti questi anni nessuna responsabilità per quanto riguarda le vendite si può imputare all’Unione Europea, anzi.

Come ci spiega The Local:

This situation might have been avoided were there concrete mechanisms in Italian law to help restructure larger companies earlier. In the UK, for example, insolvent businesses that may still be viable can avoid the formal insolvency process by asking their creditors to enter into a company voluntary arrangement (CVA). This can make debt restructuring possible in a way where the owner retains control and trading continues. House of Fraser recently went through the CVA process, as has Jamie’s Italian.

But in Italy, the most common option for large insolvent companies like Pernigotti is to enter into amministrazione straordinaria. This is similar to British administration – except that where in England an administrator is appointed in law to act purely in the interests of the company, an Italian commissario giudiziale is a political appointment.

As a viable bigger group, Toksöz will probably never need to relinquish control of Pernigotti through amministrazione straordinaria. One wonders, however, if it might have attempted a CVA for the company at an earlier stage if it were possible – perhaps saving the factory in the process.

Che tradotto in italiano:

Questa situazione avrebbe potuto essere evitata se nel diritto italiano esistessero meccanismi concreti per aiutare a ristrutturare le grandi aziende. Nel Regno Unito, ad esempio, le imprese insolventi che possono ancora essere redditizie possono evitare il processo formale di insolvenza chiedendo ai loro creditori di stipulare un accordo volontario aziendale (CVA). Ciò può rendere possibile la ristrutturazione del debito mentre il proprietario mantiene il controllo e il commercio continua. House of Fraser ha recentemente superato il processo CVA, così come Jamie’s Italian (catena di ristoranti italiani di Jamie Oliver, nd maicolengel).

Ma in Italia, l’opzione più comune per le grandi imprese insolventi come Pernigotti è passare all’amministrazione straordinaria. Questo sistema è simile all’amministrazione britannica – tranne che in Inghilterra l’amministratore è nominato per agire unicamente negli interessi della società stessa, mentre invece un commissario giudiziale italiano è una carica politica.

Essendo un gruppo importante, Toksöz probabilmente non avrà mai bisogno di rinunciare al controllo di Pernigotti attraverso l’amministrazione straordinaria. Ci si chiede, tuttavia, se non sarebbe stato possibile tentare un accordo aziendale volontario in una fase precedente, magari salvando la fabbrica nel processo.

Quindi, per quanto riguarda la situazione economica della Pernigotti, le colpe non possono essere attribuite all’Unione Europea, bensì al sistema italiano che non ha permesso una manovra di salvataggio dell’azienda stessa. Tra l’altro l’iniziativa andava intrapresa prima del 2013, quando da italiana che era l’azienda è diventata di proprietà turca. Certo che scoccia molto che chiuda la produzione italiana, ma fa parte delle regole del gioco imprenditoriale. Se vendi la tua azienda starà al nuovo acquirente fare il meglio per la stessa.

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Gli Occhi della Guerra però di tutto quanto sopra non ne parla, no, la colpa è solo dell’Unione Europea, perché secondo quanto riportano:

Come spiega Carlo Cambi su La Verità, la mossa non del tutto inattesa della Toksöz viene facilitata dalla politica adottata dall’Unione europea in tema di alimenti ed agricoltura. Nel 2013 entra infatti in vigore il regolamento 274/2012, le cui norme vanno a disciplinare l’ingresso di prodotti alimentari nel territorio dell’Ue. Nel regolamento, tra le altre cose, si determina l’importazione di determinati prodotti alimentari da alcuni paesi terzi a causa del rischio di contaminazione da aflatossine. Ma, tra le norme, emerge anche un fatto che appare determinante per le future politiche comunitarie in tema alimentare: vengono ridotti i test sui prodotti importati da alcuni Paesi. In particolare, controlli meno stringenti e meno severi iniziano ad essere disposti per le nocciole turche. Ankara è il primo Paese produttore di nocciole, subito dietro vi è l’Italia. Appare palese il primo sgarbo a Roma: si favoriscono le nocciole anatoliche, a discapito di quelle italiane che pure per qualità risultano di gran lunga le migliori.

Cosa dice esattamente il regolamento linkato da Gli Occhi della Guerra?

L’attuale frequenza dei campionamenti per l’analisi controlli dovrà essere ridotta in certi casi, alla luce del numero e della natura delle notifiche nel sistema di allarme rapido per gli alimenti e i mangimi, del volumi degli scambi, dell’esito delle ispezioni dell’Ufficio alimentare e veterinario e dei risultati dei controlli. Quanto alle nocciole provenienti dalla Turchia e alle noci del Brasile provenienti dal Brasile è stato osservato all’importazione un numero molto esiguo di non conformità. È quindi opportuno ridurre la frequenza dei controlli di tali prodotti alimentari. Per motivi di chiarezza e per garantire la coerenza con altre normative dell’UE, è opportuno indicare esplicitamente che i controlli di identità avverranno con la stessa frequenza del controllo fisico (campionamento e analisi).

Quindi i controlli all’importazione di nocciole provenienti dalla Turchia hanno rilevato un numero esiguo di non conformità. Così esiguo da ritenere sia possibile ridurre la frequenza degli stessi controlli. Non da evitarli, non da renderli meno severi, solo meno frequenti rispetto al momento in cui si era evidenziata l’emergenza di contaminazione da aflatossine. Nessun “regalo a Erdogan”, anche le noci dal Brasile godono della stessa riduzione nei controlli.

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Dispiace – sia chiaro – che la Pernigotti diventi a tutti gli effetti turca, anche come produzione, ma purtroppo è così che funziona il mercato: se vendi devi attenerti alle scelte dell’acquirente. Incolpare di questo l’Unione è disinformare in maniera pesante. Ma la linea anti-europeista de Gli Occhi della Guerra è nota da tempo. Sarebbe davvero bello capire perché questa doppia anima del Giornale, come mai nella sua versione stampata non ci siano attacchi così forti e tanta disinformazione, mentre invece nella versione online ci sia bisogno della vanga per scavare dietro le notizie.

maicolengel at butac punto it

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