Ieri sera, mentre guardavo piuttosto interessato la puntata di SuperQuark, già immaginavo a cosa saremmo andati incontro. Piero Angela, coadiuvato magistralmente dal giornalista e divulgatore scientifico Massimo Polidoro, ha semplicemente confermato ciò che è lapalissiano: le cosiddette “scie chimiche” sono e resteranno una bufala.

Con buona pace di chi, non condividendo il medesimo pensiero, è costretto spesso a ricorrere a minacce e/o diffamazioni pur di far prevalere la propria teoria. Questo, però, fino a quando un tribunale non esprime una sentenza di condanna (in primo grado) capace (forse) di far riflettere i complottisti circa l’opportunità di insultare e inveire sui profili social degli esperti.

Bene, partendo dal presupposto che “chi si offende è fetente”, chi secondo voi avrà letteralmente sbroccato? Sempre lui! Il complottista, il condannato a otto mesi di carcere (in primo grado)… l’uomo dell’IPSE DIXIT.

Le bugie avranno pure le gambe corte, come dice LVI, in compenso corrono fortissimo. Anche le bufale si propagano in un baleno. Lo dimostra anche un esperimento scientifico: la ricerca, condotta dal MIT e pubblicata su Science (http://science.sciencemag.org/content/359/6380/1146), è stata condotta analizzando il destino di 126mila notizie in inglese su Twitter e studiando il comportamento di 3 milioni di utenti per dieci anni, dal settembre 2006 al dicembre 2016. Il risultato è che le fake news sono sei volte più veloci delle notizie vere. Per raggiungere una determinata audience ci mettono un tempo sei volte inferiore.

E lo sai perché, caro complottista? Perché la sottile linea che divide scienza, cultura e scemenza affascina, purtroppo, l’immaginario di giovani e adulti, suscitando curiosità e stupore. Un’evoluzione che, attraverso la diffusione virale di un messaggio che può propagarsi e diventare uno tsunami, defluisce nella convinzione che ciò che è verità per se stessi deve divenire verità universale anche per gli altri.
Social network che divengono teche di storytelling multimediali distorti, dove il linciaggio dell’opinione sulla ragione è condiviso e incoraggiato. Social network che divengono rifugio di sciacalli mediatici, fin troppo pronti a speculare sulle disgrazie altrui. Un’operazione che fa leva su uno strumento semplice ma, ahinoi, sempre più propenso alla spietata e tempestiva violazione di ogni sentimento: la paura del complotto. Una ghiotta occasione per assuefare il lettore a far prevalere il lato isterico-emotivo sul lato razionale smorzando, così, il quoziente intellettivo medio. La bufala fa leva sulla paura della morte e delle malattie attraverso una tecnica di suggestione, senza portare mai prove decisive per argomentare la propria teoria.
Nel frattempo il dramma di tante, troppe vittime innocenti si dissolve sotto i colpi della disinformazione gossippara, che scompagina furbescamente la finzione dalla realtà.

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Gongolano, senza provare un minimo di vergogna, gli abili burattinai che rappresentano la crema del complottismo italiano, instancabili nell’inseguire likestorm e tweetstorm. Solitamente il leitmotiv è l’utilizzo della geoingegneria clandestina per mezzo di sostanze chimiche disperse da misteriosi aerei e/o elicotteri neri al fine di avvelenare l’atmosfera e produrre effetti elettromagnetici di vario genere. Purtroppo le “ricerche indipendenti” di questi soggetti plurilaureati presso la Youtube University stentano a riqualificarsi, ragion per cui, di tanto in tanto, risulta indispensabile denaturare il proprio capro espiatorio. E quale migliore occasione per sostenere l’irragionevole, attraverso un surplus di fesserie, anche in campo medico o politico?

La Scienza ha delle regole precise, caro complottista. Cinque per cinque fa venticinque e se tu sostieni che il risultato invece è trenta devi dimostrarlo. Senza offendere possibilmente.

Angelo Ruggieri

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