Mattarella, Meloni, burqa, niqab e stranieri a scuola
Verifichiamo i dati sul nuovo decreto emanato dal governo

Siamo in piena campagna elettorale, campagna che si prevede decisamente lunga. Il 23 settembre 2026, molte testate hanno titolato parafrasando una frase di Giorgia Meloni pronunciata a Porta a Porta. Ansa ce la racconta così:
Da ministro dell’Istruzione, anche Sergio Mattarella “redigeva circolari” che invitavano a non concentrare i ragazzi stranieri nelle stesse classi.
E fin qui va tutto bene: le circolari emesse all’epoca da Mattarella esistono. La 301 è dell’8 settembre 1989 (sigh, avevo 17 anni appena compiuti). Suggeriva che, se in una scuola arrivavano più alunni dallo stesso Paese, sarebbe stato meglio metterli nella stessa classe, senza però superare i 4/5 alunni per nazionalità. La circolare 205 del 26 luglio 1990 riprendeva il limite di 5 per gruppo linguistico, che veniva da un DPR del 1982 pensato per i figli dei lavoratori comunitari. Aggiungeva poi il consiglio di distribuire gli alunni stranieri “in ragione di qualche unità soltanto per classe”. Tutto vero. All’epoca però gli studenti con cittadinanza non italiana erano lo 0,2% del totale.
Ma La Verità del 23 settembre 2026 titolava:
Mattarella impose il tetto per gli stranieri a scuola
Chi titola per La Verità credo debba fare un corso d’aggiornamento d’italiano, da Treccani:
IMPORRE: sottomettere a un dovere, esigere che una persona (o una comunità) osservi o eseguisca qualche cosa: i. un obbligo, una legge; i. dure condizioni; i. la disciplina; i. il rispetto dei patti, l’osservanza del regolamento; i. la propria volontà; prezzi imposti dal calmiere;
Abbiamo appena visto invece che Mattarella suggeriva, con formule come “sarà bene” e “sembra opportuno”. E il limite di cinque per gruppo linguistico non l’aveva scritto lui: c’era già dal 1982. Suggerire un tetto senza obbligo non è la stessa cosa che imporlo. Ma sappiamo che chi legge La Verità queste sottigliezze non le calcola.
Ma andiamo oltre, perché non è della Verità che vorremmo parlare, ma del tetto al numero di alunni stranieri.
Il tetto c’è già
- 1999. Il regolamento di attuazione del Testo unico sull’immigrazione (DPR 394/1999, art. 45) chiede di ripartire gli alunni stranieri fra le classi evitando quelle in cui la loro presenza sia predominante. È un regolamento, non una circolare.
- 2010. La circolare Gelmini n. 2 fissa il limite del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per classe. Il testo dice “di norma” e prevede deroghe: quando gli alunni parlano già italiano, per non spezzare la continuità didattica, quando non ci sono alternative (Il Fatto Quotidiano).
- 2026. Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto-legge. Il tetto del 30% diventa obbligatorio, ma solo per le prime classi e solo dall’anno scolastico 2027/28. Nel conto entrano gli alunni stranieri che non hanno fatto abbastanza scuola in Italia: alla primaria chi non è nato qui o non ha due anni di scuola dell’infanzia, alle medie e alle superiori chi non ha tre anni di scuola italiana alle spalle (Adnkronos). Si potrebbe pensare che il decreto riguardi tutte le classi con più del 30% di alunni stranieri, cioè il 7,6% del totale. Ma il criterio non è il passaporto: è la scuola fatta in Italia. Se guardiamo solo le classi dove sono oltre il 30% gli alunni nati all’estero, si scende allo 0,6%. Ci torniamo fra poco con i dati.
Il decreto annunciato dal governo renderà obbligatorio il 30%, ma solo per gli alunni extra UE con gravi difficoltà in italiano. Se non basta redistribuirli fra le sezioni, gli uffici scolastici regionali potranno trasferirli in scuole vicine (DIRE). Si potrebbe pensare che il decreto riguardi tutte le classi con più del 30% di alunni stranieri, cioè il 7,6% del totale. Ma il criterio non è il passaporto, è la lingua. Se guardiamo solo le classi dove sono oltre il 30% gli alunni nati all’estero, cioè quelli che più probabilmente hanno difficoltà con l’italiano, si scende allo 0,6%. Ci torniamo fra poco con i dati.
Ma, come avete visto, il principio di non concentrare gli alunni stranieri nelle classi esiste da decenni. Dove non viene rispettato, non è per andare contro la regola, ma perché non esistono le condizioni per poterlo fare.
Perché non si applica
Il primo motivo per non applicarla è perché nella maggioranza delle classi italiane il problema non c’è: secondo i dati del Ministero per il 2022/23, le classi sopra il 30% di alunni con cittadinanza non italiana erano il 7,6%, poco più di 31mila su 414mila. Contando solo i nati all’estero, che sono quelli che possono avere davvero un problema di lingua, si scende allo 0,6%. Quasi due alunni stranieri su tre (il 65,4%, cioè 598.745) sono nati in Italia.
Dove invece il problema si pone non si risolve, purtroppo, spostando gli studenti. Credo abbiamo tutti ben chiaro che le scuole dell’obbligo sono scuole di quartiere; se in una scuola il 40% degli alunni è straniero, non si formano classi tutte sotto il 30% riorganizzando le sezioni, i numeri non lo permettono. Quella percentuale riflette semplicemente il quartiere, dove le famiglie straniere con figli in età scolare sono tante.
Per applicarlo esistono tre strade possibili: aprire nuove sezioni, ridisegnare i bacini d’utenza, oppure organizzare trasporto scolastico che porti i bambini che non possono frequentare nel proprio quartiere di residenza in un’altra area dove il tetto ancora non sia raggiunto. Per capirci: nell’area metropolitana di Milano quasi una scuola su dieci supera il 40% (Il Fatto Quotidiano). Il decreto sceglie la terza: gli uffici scolastici, d’intesa con i presidi, “dovranno adottare misure per distribuire gli alunni tra le scuole vicine”. Dove non ci riescono arrivano soldi per l’insegnamento dell’italiano: 3,4 milioni nel 2027, 14,1 milioni l’anno dal 2028, per tutta Italia (Virgilio Sapere). Aule nuove, zero.
E il burqa?
Anche qui c’è una sana dose di populismo. Partiamo col dire che il burqa vero e proprio, quello con la griglia davanti agli occhi, nelle scuole italiane non si è mai visto. Nei Paesi che fanno indossare il velo – integrale o meno – per tradizione religiosa, lo si indossa con l’arrivo della pubertà, quindi diciamo dalla fine delle scuole medie circa. Il niqab qualche ragazza lo porta. Il caso più noto è quello di Monfalcone, nel 2025: quattro studentesse di un istituto professionale, che vengono identificate ogni mattina in una stanza prima delle lezioni (Il Piccolo). Le stime più generose parlano di qualche centinaio di ragazze in tutta Italia, ma sono calcoli a occhio, non dati (Open). Qualche centinaio di ragazze su oltre otto milioni di studenti. Per loro il decreto prevede multe da 200 a 1.000 euro, che se la ragazza è minorenne ricadono anche sui genitori. La stessa sanzione colpisce i genitori stranieri che non frequentano i corsi di italiano obbligatori.
Populismo da campagna elettorale.
Se ne parla perché fa comodo
L’unico motivo per cui si parla di questo decreto è che è politicamente utile alla maggioranza di governo. Distoglie l’attenzione da altre cose, come il prezzo della benzina, tanto per dirne una. Ma come dicevamo è puro populismo, perché si tratta di un decreto che impone cose senza fornire strumenti utili a farlo e ne impone altre che riguardano uno sparuto gruppo di studenti.
Concludendo
Come dicevo in apertura, anche se ancora non è ufficialmente partita, siamo in piena campagna elettorale per le elezioni del 2027. Occorre essere sempre più attenti a quanto i media riportano, per imparare a distinguere le notizie vere da quelle che invece vengono diffuse solo per portare acqua a una o l’altra fazione in gioco. Il decreto-legge ora ha sessanta giorni per essere convertito dal Parlamento, e il tetto partirà nel 2027/28, cioè a ridosso delle elezioni. Tempismo perfetto.
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa di Shapelined su Unsplash