Nulla di nuovo sotto il sole del Cremlino: la propaganda oggi
Finalmente sui giornali italiani si comincia a parlare di qualcosa che noi abbiamo notato un bel po' di tempo fa

La prima volta che mi sono occupato di una notizia che aveva a che fare con la Russia e che sembrava essere disinformazione era il 2014, BUTAC aveva aperto i battenti da poco e io ancora non mi ero fatto le ossa a sufficienza da capire che forse le cose non erano come sembravano.
La propaganda russa oggi ci ha insegnato a essere sempre dubbiosi, e purtroppo è noto che sia proprio uno dei loro scopi: seminare il dubbio a oltranza, in modo da rendere sempre più complesso per il fruitore della notizia comprendere quale sia una fonte affidabile e quale invece stia solo rilanciando disinformazione. Questo funziona sia nei confronti dei comuni cittadini che nei confronti del giornalista, che, in certi casi riporta notizie senza avere certezze su quale fosse la fonte originaria.
Ma tutto questo non dovrebbe sorprenderci.
Il 22 settembre 2026 su Linkiesta Gabriele Carrer ha scritto un interessante articolo dal titolo:
Tempi nuovi, strumenti vecchi. Mosca ha adattato la propaganda sovietica all’ecosistema informativo di oggi
È cambiata la modalità con cui quella propaganda viene diffusa: all’epoca erano le veline di stato e la Pravda a fare da organi di informazione e si diffondevano all’estero principalmente grazie a un singolo canale: Radio Mosca. Oggi abbiamo testate che sono nate proprio con lo scopo di avere più internazionalità, e quindi raggiungere una fetta molto più ampia della popolazione mondiale, anche grazie a stipendi d’oro dati ai loro giornalisti anglofoni (e non solo). Come spiega Carrer riportando due studi dell’Institute for the Study of War, SputnikPro e RT Academy sono riusciti a formare oltre 12mila soggetti, nel mondo intero, con le competenze necessarie per diffondere quella propaganda in tutto il mondo.
Tutte cose che su BUTAC, un pezzo alla volta, cerchiamo di spiegare da anni.
E prima che qualcuno cominci ad abbaiare contro il think tank USA così da poter rigettare gli studi in toto e senza nemmeno leggerli, precisiamo che non abbiamo avuto bisogno di leggere l’Institute for the Study of War per capirlo: ci è bastato guardare cosa succede nel nostro Paese. Ma siamo felici che qualcuno sulla stampa italiana cominci a interessarsi alla questione a partire da questi documenti.
Esempi pratici
Un caso recente: a fine agosto su RaiNews veniva rilanciata senza alcun contraddittorio la dichiarazione dell’ambasciatore russo Alexey Paramonov sulla targa commemorativa a Darya Dugina, installata in provincia di Lucca. Il servizio pubblico ha dato evidenza a quello che era un comunicato propagandistico, senza ricordare che Dugina quand’era in vita dirigeva United World International, struttura legata al Project Lakhta, la fabbrica di disinformazione russa già nota da anni ai servizi occidentali. Ne avevamo parlato qui.
O ancora, Il Fatto Quotidiano ad aprile dava spazio sul proprio canale YouTube a un’intervista a Vladimir Solovyov, che giusto qualche giorno prima aveva insultato in diretta la premier Giorgia Meloni. Come riportato dal nostro RC, il giornalista del Fatto ha lasciato che Solovyov facesse lunghissimi monologhi che attaccavano la democrazia occidentale, lunghi monologhi senza mai intervenire, domandare, contraddirlo, insomma senza mai fare il suo lavoro. Gratuitamente si stava amplificando un messaggio del Cremlino, un messaggio che arrivava dalla bocca di quello stesso soggetto che nel marzo 2024 si chiedeva in diretta TV se fosse più sensato lanciare una bomba atomica su Parigi o su Marsiglia, lo stesso soggetto che nel 2008 giurava che non ci sarebbe mai stata una guerra tra Ucraina e Russia.
Non si trattava di un servizio antisistema, come il FQ cerca di dare a intendere ai propri lettori. No, era materialmente amplificazione di propaganda univoca filorussa. Ed è esattamente quello che Carrer ha spiegato nel suo articolo per Linkiesta. Mosca fornisce gli strumenti: ospiti formati, che presentano narrazioni scritte a tavolino, mentre altri le distribuiscono.
La propaganda funziona
Si tratta di un modello che premia: diffondere disinformazione sfruttando i canali già esistenti negli altri Paesi funziona molto meglio rispetto a Radio Mosca, ma alla fine i meccanismi sono sempre gli stessi. Lo dimostra il caso di John Mark Dougan, di cui abbiamo parlato a febbraio 2025. Ex sceriffo della Florida rifugiato a Mosca dal 2017, si è scoperto che gestiva una rete di oltre 160 siti costruiti per sembrare testate locali. A gennaio 2025 i colleghi di Correctiv hanno documentato la sua operazione Storm-1516 per colpire le elezioni tedesche. Aveva creato una rete di 99 domini creati appositamente, che venivano diffusi da influencer vicini alla causa e già radicati nel pubblico locale. Dougan si limitava a fare pubblicare a quei domini notizie di disinformazione, che poi venivano rilanciate da chi era già noto localmente. Soggetti che si erano fatti un pubblico, soggetti che sono presenti sicuramente in tutti i paesi dell’Unione Europea, Italia inclusa, solo che non li abbiamo ancora identificati. Soggetti che, essendosi già fatti un pubblico, possono distribuire malinformazione facendo pochissima fatica.
Ed è questo il punto principale dell’articolo di Carrer e anche di tanti nostri articoli dal 2013 ad oggi: non sempre una fonte inaffidabile è riconoscibile per quello che è. Purtroppo, grazie a una regia che per anni ha agito senza alcun contrasto, nei Paesi dell’Unione Europea oggi una fonte inaffidabile può pure essere la televisione di Stato, se a fornirle le veline con le notizie sono canali avvelenati in partenza.
Sono passati dodici anni da quell’articolo in cui incontravo per la prima volta la disinformazione e la Russia nella stessa storia. Per me era una novità, per loro non era altro che il riproporre dinamiche mai del tutto scomparse dai tempi, appunto, della prima Radio Mosca.
Concludendo
Occorre essere molto più vigili di chi ci ha preceduto, occorre non abbassare la guardia, perché oggi la malinformazione può celarsi dove meno ce l’aspettiamo, la propaganda può manifestarsi ovunque. La cosa che dobbiamo fissarci in testa è che non basta riconoscere quali siano i media filorussi; la propaganda non è obbligatorio che sia filorussa, perché lo scopo non è portarci ad amare quel Paese, lo scopo è spingerci sempre di più verso uno stato di confusione e incazzatura perenne. La confusione infatti aiuta la malinformazione a diffondersi sempre meglio. L’incazzatura ci fa perdere il controllo, specie sui social, e quindi spegne il nostro spirito critico. Insomma, più siamo confusi e incazzati più le nostre emozioni diventano manipolabili. Lo vedo con regolarità nei commenti sui miei profili social.
maicolengel at butac punto it
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