Mel Gibson, Robert Deniro e la macchina del fango su Facebook

Partiamo da un meme per esplorare alcuni dei meccanismi della macchina della disinformazione politica

Noemi Jane Urso 5 Giu 2025
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Ci è stato segnalato un post su Facebook composto da una grafica molto semplice – due foto affiancate di Robert De Niro e Mel Gibson, il titolo “BRAVO, HAI RAGIONE!” e sotto una finta notizia in stile ULTIM’ORA che recita così:

Mel Gibson rifiuta un’offerta da 100 milioni di dollari da Netflix per lavorare con Robert De Niro, dicendo: “Tieni quel pagliaccio woke lontano da me.”

Un contenuto come tanti, confezionato appositamente per avere delle reazioni dagli utenti della piattaforma su cui è stato pubblicato, per far indignare, ridere o fomentare l’odio. E, come spesso accade con questi post, completamente inventato.

Nessuna fonte, nessuna verifica

Non esiste nessuna fonte, oltre a profili e pagine di “gossip” sui social (e in particolare su Facebook) che riporti questa affermazione. Nessun comunicato da parte di Netflix, nessuna testata affidabile che ha mai parlato di questo presunto rifiuto da parte di Mel Gibson. La notizia nasce nel nulla, costruita ad arte con un linguaggio polarizzante – e già un suggerimento su come dovremmo reagire in quel “Bravo, hai ragione!” in testa – e distribuita sotto forma di meme (che, con l’abbinamento di rosso giallo e nero, a qualcuno ricorderà le scelte estetiche di Cronaca Vera).

Il fine non è informare, ma provocare reazioni emotive (un po’ come succede, in effetti, con Cronaca Vera). Si gioca con personaggi noti, associati a determinate “bolle” di pubblico – Gibson alla destra conservatrice, De Niro alla sinistra liberal -, per veicolare un messaggio ideologico che rafforza i bias di una parte e dell’altra. È, in sostanza, una forma di propaganda che si mimetizza da innocuo meme da social.

Facebook, discarica della disinformazione

Non è un caso se è su Facebook che questi contenuti circolano di più. Quella che una volta era considerata la piattaforma social per antonomasia è frequentata oggi soprattutto da utenti poco abituati alla verifica delle fonti e molto esposti al bias di conferma. Come sappiamo da tempo, l’algoritmo favorisce ciò che genera interazioni, non ciò che è vero. Una bufala virale avrà sempre più visibilità di una rettifica o di una spiegazione noiosamente scientifica. E così, tra un complotto e l’altro, il pozzo – e con esso l’intero ecosistema dell’informazione – viene sempre più avvelenato.

I contenuti sono creati per colpire un target ben preciso: persone già diffidenti verso i media tradizionali, già arrabbiate con “il sistema”, già predisposte ad accettare narrazioni semplicistiche e divisive. È il terreno perfetto per la disinformazione politica.

Meme, odio e “woke”: i linguaggi dell’alt-right

Il termine “woke” è ormai un segnale di appartenenza a un gruppo ben specifico. Nell’immaginario dell’alt-right, “woke” non è più sinonimo di consapevolezza sociale, ma è diventato una parola-ombrello per indicare tutto ciò che è progressista, femminista, LGBTQ+, antirazzista. In questa narrazione distorta, chi è “woke” è un nemico da ridicolizzare.

Il finto rifiuto di Gibson serve proprio a questo: opporre un “vero uomo” (Gibson, maschio alfa, virile, religioso) a un “pagliaccio woke” (De Niro, liberal, anti-Trump, impegnato socialmente). È la semplificazione perfetta per chi ha bisogno di dividere il mondo in “noi contro loro”.

Truffe e bot nei commenti

Ma non è tutto. Spesso, chi interagisce ingenuamente con questi contenuti, magari perché – o forse proprio perché – li prende sul serio, viene agganciato da bot o profili truffaldini.

Nell’immagine vediamo questo scambio di commenti:

Raffaele: Purtroppo pur avendolo amato come attore, sono d’accordo con Mel Gibson. Purtroppo l’età fa brutti scherzi.

Maria: Buongiorno, ho appena visto il tuo profilo, mi piace molto, per questo ti mando questo messaggio, dato che non posso permettermi di inviarti una richiesta di amicizia senza il tuo consenso, quindi vorrei ampliare la mia lista di amici e mi farebbe molto piacere se mi mandassero una richiesta di invito per conoscerli meglio, grazie.

Una risposta preconfezionata, da un profilo apparentemente femminile, con un testo molto comune nelle “truffe romantiche”: un messaggio gentile, che chiede l’amicizia in modo generico. Vediamo lo stesso commento comparire in risposta a tutti quelli che reagiscono positivamente alla notizia falsa. Ovviamente è una trappola.

Questi contenuti virali servono anche appunto a pescare nel mucchio utenti ingenui o vulnerabili, pronti a credere a tutto. Prima il meme polarizzante, poi l’aggancio privato. Ingegneria sociale travestita da “libertà d’opinione”.

In conclusione

La disinformazione politica non si limita a raccontare bugie: costruisce identità, divide le comunità e spiana la strada per la penetrazione di narrazioni più insidiose, nonché come abbiamo visto truffe di vario genere. Facebook, con il suo pubblico ormai scarsamente alfabetizzato digitalmente, è il veicolo perfetto, ma gli altri social non sono da meno e l’invito a navigare con accortezza è sempre valido.

La prossima volta che vediamo un meme del genere, fermiamoci un attimo a riflettere: non tutto quello che ci fa arrabbiare è vero, e non tutto quello che ci fa sorridere è innocuo.

redazione at butac punto it

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