Nigeria: quando l’orrore fa comodo ai benaltristi

Non è solo una guerra di religione: la crisi nigeriana si combatte tra terrorismo, instabilità politica e storiche tensioni socio-economiche. Ecco perché chiamarla "persecuzione su larga scala" è più corretto

Beatrice 13 Ott 2025
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Cosa rende certi conflitti più importanti di altri? La vicinanza culturale che abbiamo con le vittime, il numero dei morti, l’area geografica? E non è triste, in molti casi addirittura vile, citare soprusi contro popolazioni meno in vista solo per dirottare l’attenzione e ridimensionare altre atrocità?

Anche l’articolo di oggi parte da una vostra segnalazione. Su Facebook, Instagram o X potrebbe esservi capitato di imbattervi nel post che vedete nell’immagine qua sopra, e che recita:

GENOCIDIO 50’000 CRISTIANI UCCISI, 5 MILIONI DI SFOLLATI, 20’000 CHIESE DISTRUTTE IN NIGERIA DAL 2009. IL MAINSTREAM ODIA I CRISTIANI. NESSUNO NE PARLA.

In alto, al centro dell’immagine, è presente un logo con la scritta DESTRA ITALICA, una pagina Instagram dai toni non esattamente sobri e con la spiacevole tendenza a travisare, se non inventare di sana pianta, le notizie contenute nei suoi post.

Ma cosa sta succedendo davvero in Nigeria? I numeri riportati dal post sono reali o completamente inventati? La situazione è a dir poco complessa e questo la rende perfetta per la fabbricazione di notizie disinformative.

Facendo una sintesi estrema, la persecuzione dei cristiani in Nigeria affonda le sue radici nelle storiche tensioni socio-economiche, etniche e politiche tra il Nord a maggioranza musulmana e il Sud a prevalenza cristiana, rese più acute dalla crisi dello Stato e dalla radicalizzazione islamica.

Sebbene episodi di violenza interreligiosa si siano verificati fin dalla fine del Novecento, con l’introduzione della Sharia in alcuni stati del Nord a partire dal 2000, la discriminazione e le ostilità si sono intensificate. Lo sviluppo più drammatico è avvenuto a partire dal 2010, con l’ascesa di gruppi terroristici come Boko Haram, che ha sistematicamente preso di mira chiese, scuole e intere comunità cristiane nel nord-est. A contribuire alle tensioni sono intervenute anche le aggressioni dei pastori Fulani estremisti (soprattutto nella cosiddetta “Middle Belt“), che hanno causato decine di migliaia di morti e milioni di sfollati.

Sarebbe oggettivamente riduttivo classificare questi attacchi come semplici “scontri tra pastori e agricoltori”. Dovremmo interpretarli invece come una vera e propria campagna di eliminazione che, mescolando fanatismo religioso, lotta per le risorse e interessi geopolitici, ha distrutto oltre 18.000 luoghi di culto.

Ma perché gli osservatori internazionali, in questo caso, sono così restii a utilizzare il termine “genocidio”? La cautela nasce dalla difficoltà di isolare l’elemento puramente religioso. Se da un lato organizzazioni cristiane locali e ONG come Intersociety (che stima in oltre 52.000 i fedeli uccisi in 15 anni, qui il report citato da testate come Vatican News) utilizzano apertamente il termine, la comunità globale si concentra sulla crisi multidimensionale: l’instabilità politica, le operazioni terroristiche jihadiste e i profondi conflitti socio-economici, inclusa la storica questione territoriale e la competizione per le risorse nella “Middle Belt”.

Questa interpretazione è sostenuta anche da figure autorevoli della Chiesa nigeriana, come il Cardinale John Olorunfemi Onayekan, che in passato – proprio in un’intervista a Vatican News – ha invitato a non “interpretare la nostra situazione come una persecuzione di cristiani da parte dei musulmani” in senso assoluto.

Di conseguenza, per mantenere l’obiettività e non sminuire la gravità della situazione – che la stampa definisce una “guerra non dichiarata” o “persecuzione su larga scala” – si tende a preferire un linguaggio che riconosca il terrorismo e l’instabilità come cause primarie, pur ammettendo l’enorme impatto che tali violenze hanno sulla popolazione cristiana.

Riconoscere la complessità del conflitto non sminuisce il dramma delle vittime, ma aiuta a comprendere la vera natura di una realtà dove la fede resta un bersaglio costante. Un lavoro che si può e si deve fare sempre, non solo quando fa più comodo.

Beatrice D’Ascenzi

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