La ballerina e il gioielliere – Retrospettiva di un dissing
La responsabilità dei media nel dare spazio a personaggi sopra le righe, che però finiscono per contribuire alla disinformazione

Facendo ordine nell’archivio di BUTAC mi è capitata tra le mani una vecchia mail che mi ha riportato al 2021. Anno in cui sui giornali si parlava di variante Delta e sui social fiorivano esperti di virologia che, fino al giorno prima, discutevano solo di calcio o geopolitica da bar.
Fra i tanti nomi del genere trovavamo anche Heather Parisi, sì, proprio quella che negli anni Ottanta faceva sognare noi ragazzini con i suoi balletti a Fantastico e le sue cicale.
Perché ne parliamo oggi, se già lo facemmo all’epoca? Perché credo sia interessante notare il sistema usato per spostare l’attenzione su quello a cui Parisi era interessata, sistema che vediamo replicato da ogni disinformatore della rete, sistema che purtroppo va disinnescato da chi regala spazio a questa gente su media nazionali.
Su BUTAC ci veniva segnalato un suo tweet in cui riportava un dato ufficiale del Public Health England; Parisi usava numeri reali presi da un documento ufficiale, il problema che notavamo era che li decontestualizzava, dando l’idea che i vaccini fossero inutili. Scrivemmo un articolo, spiegando appunto che i numeri erano corretti, ma che andavano inseriti nel giusto contesto. Così facendo, infatti, quei numeri assumevano tutt’altro aspetto, e invece che dare l’idea che i vaccini fossero inutili ne dimostravano l’efficacia.
Si trattava di matematica e ragionamento da scuola media.
Ci arrivò una mail, privata, dove la stessa Parisi ci spiegava che non avevamo capito nulla, che i numeri riportati nel suo tweet andavano letti in termini di case fatality rate e non di mortality rate e che quindi i nostri calcoli risultavano approssimativi. Le rispondemmo che non c’era alcun problema nel distinguere tra case fatality rate e mortality rate ma che lei, nel suo tweet dato in pasto a migliaia di fan, non ne parlava – e soprattutto le facevamo presente che il CFR, mentre un’epidemia è in corso, essendo instabile non è un indice di alcuna utilità.
Ma alla nostra prima risposta fece seguito una seconda mail da Parisi, molto meno pacata e tecnica e molto più polemica. Secondo Parisi il mio atteggiamento “instillava il dubbio” che volessi “insabbiare dati scomodi”. La discussione stava prendendo una piega che non mi sarei aspettato: non ero d’accordo con lei e quindi per lei diventavo parte della narrazione ufficiale, quella di chi voleva “censurare la verità”. Un atteggiamento complottista che all’epoca non credevo possibile da parte di un personaggio del mondo dello spettacolo che fino a quel momento era sembrato abbastanza equilibrato, se si eccettua una polemica con Burioni sull’utilità del vaccino a fine dicembre 2020.
Ma la seconda mail, a cui scegliemmo di non rispondere, non ha messo la parola fine alla discussione: siccome non la pensavamo come lei e non accettavamo la sua interpretazione – non per capriccio, ma perché aveva delle evidenti falle – meritavamo un dissing pubblico in grande stile, e quindi ecco che il 5 settembre 2021 Parisi dedicava un lungo post alla questione. Il lungo post era inframezzato da commenti così:
Mi sarei aspettata di imbattermi nel curriculum di un uomo di scienza, un virologo, un medico, un epidemiologo, un genetista o un matematico. E invece no, mi devo accontentare di un gioielliere laureato in scienze politiche, che per hobby si è assunto l’eroica missione di “smascherare notizie false”, con la passione della statistica.
È il classico spostamento dal merito dei numeri all’attacco ad hominem: non importa se quello che scrivi è corretto, l’importante è screditarti come “gioielliere che gioca coi numeri”. Non sono virologo, non sono epidemiologo, e vi dirò, non sono nemmeno laureato in Scienze politiche (e ci tengo: non vorrei millantare titoli troppo altisonanti). Sono solo un gioielliere con una calcolatrice in mano. Ma la calcolatrice fa i conti giusti anche se la usi dietro al banco di un negozio.
Il post si concludeva così:
Caro Coltelli, a me pare che il suo “meritorio” lavoro di “smascherare le notizie false” non consista nel confutare le notizie in base alla loro attendibilità, ma in base al fatto che confermino o meno la versione ufficiale e in base al fatto che chi li propone sia o meno perfettamente allineato con lei anche su altre tematiche.
Sia chiaro, nel post ribadiva i suoi numeri sostenendo che lei aveva ragione e io ero pagato dal sistema, ma continuava a ricadere negli stessi errori che già avevamo evidenziato in precedenza. Il problema è che, a parte noi e altri divulgatori indipendenti, nessuna voce autorevole e super partes ha osato o voluto contraddirla pubblicamente, cosa che purtroppo vediamo succedere quotidianamente con tanti personaggi con un seguito più o meno consistente che cascano nella disinformazione. E questo è l’errore principale, quello che fa sì che a distanza di anni ancora si vedano soggetti improponibili tenere banco nei salotti televisivi o dalle colonne dei giornali. Soggetti che vengono intervistati per sentire il loro parere su tutto, dalla pandemia alla pace nel mondo, anche quando magari il loro ambito non li rende particolarmente competenti sul tema.
I media si nutrono di personaggi sopra le righe, poco importa se abbiano ragione o meno. Ciò che conta è che facciano rumore, perché il rumore porta click e share. Ma il pubblico a casa, di fronte a quell’eco costante, si convince che “se la invitano, qualcosa di vero in quello che dice ci sarà”. Ed è così che la disinformazione trova sempre palcoscenico: ieri con i numeri della pandemia, oggi con i complotti più fantasiosi.
Sogno un mondo in cui, prima di invitare un personaggio, ci si domandi se sia la persona giusta per parlare del tema della giornata, e magari si studino domande che evitino temi che non gli competono, cercando di limitare la possibile disinformazione.
Ma poi mi sveglio e mi rendo conto che era appunto solo un sogno.

maicolengel at butac punto it
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