Sciamane, tumori e giornalismo sui generis

Casi gravi di manipolazione di persone fragili, di cui però i media si occupano solo quando fanno notizia

maicolengel butac 14 Nov 2025
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Ammetto che nell’ultimo mese mi era sfuggita una notizia che invece, vista oggi, meritava di essere trattata con urgenza. Non parliamo di una bufala, purtroppo. Parliamo di una storia vera e tragica. Fanpage, il 7 ottobre 2025, titolava:

Il caso della ballerina Maria Miceli, morta di tumore: “Indotta a non curarsi e a seguire diete e riti sciamanici”

Maria Miceli è morta nel 2023 per un tumore al seno. Oggi emergono elementi che suggeriscono come due sedicenti “sciamane” l’abbiano convinta a interrompere le cure oncologiche per affidarsi a riti, “batteri buoni”, vibrazioni cosmiche e pseudo-terapie inventate da persone senza alcuna qualifica. Non stiamo parlando di folklore, né di scemenze new age innocue. Parliamo di manipolazione, di sfruttamento della fragilità, e di un sistema che da anni produce danni nel nostro Paese sotto gli occhi di tutti.

È un caso che dovrebbe scuotere chi ancora liquida certi fenomeni come “sciocchezze da creduloni”. Una donna di 35 anni, con una malattia curabile, è stata convinta ad abbandonare la medicina per l’ennesimo teatrino di rituali e promesse miracolistiche. E tutto questo mentre le autorità continuano a muoversi con la solita lentezza, e le testate giornalistiche ci arrivano solo quando la storia è abbastanza tragica da fare traffico. Il resto del tempo, silenzio totale. E quando noi provavamo a parlarne, anni fa, venivamo archiviati come “troppo tecnici”, “troppo noiosi”, o semplicemente ignorati.

Noi è, Io sono

Fanpage ricostruisce un dettaglio che chi segue questi fenomeni conosce fin troppo bene: una delle due “sciamane” sarebbe legata a un’organizzazione complottista chiamata Noi È Io Sono. Un gruppo che nega l’esistenza dello Stato, delle leggi, delle istituzioni, e che da anni produce episodi degni di un manuale di psicosi collettiva: patenti rifiutate, targhe inventate, passaporti autoprodotti, persone convinte che le banche debbano riscuotere il mutuo da un fantomatico “uomo di paglia”. Gente che arriva a perdere la casa perché si affida a fantasie giuridiche prese da forum deliranti.

Fanpage linka due articoli del marzo 2024. Noi, invece, seguiamo questi signori fin dal 2014, quando ancora non si chiamavano così ma già facevano danni. Nel nostro archivio ci sono 17 articoli dedicati a loro. Sarebbero 18, se uno non fosse stato rimosso anni fa dopo una denuncia per diffamazione presentata dall’avvocato che, per lungo tempo (e crediamo lo sia tutt’ora), è stato la mente legale dietro la setta.

Ci sono voluti cinque anni per arrivare all’assoluzione, perché “il fatto non sussisteva”. Nel frattempo abbiamo capito perfettamente come funzionano queste persone: sanno usare la legge come arma intimidatoria. E noi, nel nostro piccolo, non abbiamo la struttura né le spalle larghe per finire ancora una volta triturati da procedimenti legali costruiti apposta per farci tacere.

Un lutto evitabile

Il punto dolente è che, come nel caso di un servizio delle Iene, siamo di fronte non a una storia di truffe e soldi svaniti, ma un decesso. Nel caso del servizio delle Iene si trattava di un suicidio, qui parliamo di chi invece ha scelto di evitare cure che probabilmente le avrebbero salvato la vita. È la conseguenza di un clima culturale che per anni ha trattato i santoni come folklore, gli “operatori olistici” come simpatici outsider e chi rifiuta la medicina come qualcuno che “fa scelte alternative”. Il risultato è che, quando queste persone trovano qualcuno fragile, malato e spaventato, riescono a insinuarsi come parassiti. E a quel punto non stiamo più parlando di libertà di pensiero, ma di manipolazione. E sarebbe il caso che questa cosa fosse chiara a tutti, specie giornalisti e politici, perché sono loro per primi ad aver dato spazio a questa gentaglia, trasformandola in fenomeni interessanti per articoli di costume invece che per la magistratura.

Ogni volta che un oncologo olistico viene messo sullo stesso piano di un medico tradizionale viene fatto un danno a chi è stato ad ascoltare. Ogni volta che in TV è stata data dignità a riti quantistici e cure cosmiche, si è messo un altro mattoncino a sostegno di storie come questa.

La responsabilità dei media

Ho sempre meno amici tra i giornalisti, sarà perché sono anni che insisto nel ricordare che, come diceva lo Zio Ben, da un grande potere derivano grandi responsabilità. Il problema è che nessuno vuole prendersela, questa responsabilità. Si ignorano le segnalazioni, si ignorano i pattern, si ignorano i nomi. Si interviene solo quando c’è una storia perfetta per titoli e prime serate. Il resto del tempo, queste persone agiscono indisturbate.

Noi di BUTAC abbiamo pubblicato nomi, metodi, connessioni, documenti, testimonianze. Anche quando era rischioso, anche quando sapevamo che ci saremmo trovati a fronteggiare querele-bavaglio. E infatti sono arrivate. E infatti siamo finiti in tribunale. E anni dopo, siamo stati assolti.

Ma il fatto che un gioielliere col pallino per il giornalismo debba difendersi in tribunale, perché ha raccontato fatti veri che altri preferivano ignorare, racconta molto su come funzioni questo sistema.

Concludendo

La tragica storia di Maria Miceli non è un caso isolato. Dovrebbe servire da campanello d’allarme, non basta indignarsi a posteriori. Non basta un’inchiesta TV ogni tanto.

Intanto sarebbe bello imparare a chiamare le cose col loro nome:

  • Setta, non “movimento spirituale”.
  • Manipolazione, non “percorso alternativo”.
  • Truffa, non “cura naturale”.
  • Vittime, non “adepti consenzienti” o “membri”.

Ogni volta che si permette a un santone di convincere qualcuno a sospendere una cura, non si sta difendendo la libertà d’espressione o di cura: ci si sta preparando al prossimo funerale.

Noi continueremo a raccontare queste storie, pur sapendo che per molti sono “troppo noiose”. Perché sappiamo che non ci cascano solo gli stupidi: oggi o domani potrebbe succedere a una persona a cui vogliamo bene. BUTAC non nasce per fare grandi numeri, ma per cercare ogni giorno di aiutare qualcuno. Che siano uno, due o mille, poco importa.

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