#sfida

Nelle scorse settimane tantissimi hanno partecipato all’ennesima “catena di Sant’Antonio”, usando l’hashtag “Sfida accettata” avete pubblicato vecchie fotografie di quando eravate giovani. I giornali non hanno tardato a parlare del fenomeno, perché si sa, ogni cosa che non si comprende diventa automaticamente interessante per farci un articolo di giornale. Peccato che pochi abbiamo cercato di informarsi in maniera completa sui fatti.

Così ce la raccontava Il Messaggero:

Un “Amarcord” social ha invaso le bacheche Facebook. Molte foto affiorano dal passato per essere pubblicate e in molti casi si tratta di immagini scattate prima che il digitale segnasse per sempre le nostre vite.

Digital Awarness

In realtà già qui stiamo sbagliando, l’idea non era di postare vecchie foto, l’amarcord digitale non centrava nulla con l’iniziativa, che nasceva per aumentare la consapevolezza nei confronti del cancro. L’idea alla base della catena era di scattarsi selfie in bianco e nero, nulla a che vedere col mondo digitale, nulla a che vedere con la nostalgia. No, bisognava scattare una foto in bianco e nero e postarla per fare “digital awarness”, da quello che ho capito la foto in bianco e nero era per mostrare un mondo non a colori, una metafora per raffigurare la malattia.

Alla foto andava accompagnato un messaggio (secondo alcuni privato, andava rigirato solo a chi aveva messo il like alla stessa) dove appunto si parlava di tumori magari linkando un’organizzazione a cui fare donazioni.

Io ritengo queste campagne specchio dei tempi, nessuno sforzo, nessun vero impegno, tanta viralità. Servono più che altro a far sentire “bene” chi partecipa, che ha evidentemente bisogno costante di approvazione da parte degli altri. Ma non ritengo abbiano davvero qualche utilità per i malati, a meno che l’invito a donare per la ricerca non sia bello esplicito.

Della stessa idea è una mamma inglese, che ha subito due interventi per liberarsi del cancro, e che in maniera molto coraggiosa ha fotografato il suo seno post interventi lamentandosi ad alta voce di queste campagne, come riportava la BBC:

“Having cancer is scary, knowing you could die and be taken from your children.

“It is not the subject for some fake selfies as if it’s some fun activity.

“People think just because they stick a black and white photo on Facebook they are supporting people with cancer.

“They are not supporting people with cancer – they should really visit people in hospital with cancer or hold their hand while they’re going through the trauma of chemo.

“It’s just so fake and these people are narcissists.”

Her own internet post read: “Everyone on Facebook is aware of cancer, so you cannot play the awareness card. Particularly as this time it’s not even a *type* of cancer. You’re not raising money. You’re not showing support either.”

Che tradotto per quelli che con l’inglese fanno ancora fatica:

Avere il cancro è spaventoso, sapere che potresti morire e esser portato via dai tuoi figli. Non è argomento per farsi dei selfie e attività divertenti. La gente crede davvero che postando una loro foto in bianco e nero vadano a supportare i malati di cancro. Quando invece non stanno supportando proprio niente. Dovrebbero visitare i malati in ospedale, tenere loro la mano mentre passano attraverso il trauma della chemio. Tutti su Facebook sanno che esiste il cancro, non serve a nulla giocare la carta della consapevolezza. Stavolta oltretutto la catena non si rivolge neppure ad un tipo di cancro specifico, non state raccogliendo fondi, non state facendo nulla che sia di supporto.

Il lato oscuro delle catene di Sant’Antonio

In realtà c’è un lato oscuro di questo genere di catene di Sant’Antonio, a volte (sempre più spesso però) vengono sfruttate per mappare l’utente che si presta a parteciparvi, aziende di marketing passano ore e ore a studiare il comportamento del pubblico della rete, specie sui social, per studiare campagne sempre più agguerrite.

Sapere quali siano gli utenti più suscettibili a questo genere di catene serve perché come sono sensibili a queste è facile lo siano in generale. E che quindi possano condividere anche il post “Condividi prima che censurino” o il falso concorso “Di che colore lo vuoi l’iPhone?”. Insomma partecipando a questo genere di catene social stiamo al tempo stesso aprendo la porta al marketing virale. Sia chiaro, già essere su un social network ci rende automaticamente target pubblicitario. Ma per chi necessita di vera viralità sapere che se Mario Rossi condivide una foto in b&n il suo post viene condiviso migliaia di volte è utile, se avranno contenuti che necessitano di diventare virali in poco vedranno di farli apparire il prima possibile sulla bacheca di Mario e così a spesa pressoché zero avranno una bella campagna pubblicitaria. Il problema è che non solo le grandi firme si prestano al giochino, chi lo fa ancor di più sono i venditori di aria fritta, che hanno bisogno di sistemi validi per rendere virale la loro fuffa.

Evitare?

Il mio suggerimento sarebbe quello di evitare sempre la condivisione di catene di Sant’Antonio, ma la storia ci insegna che è impossibile, siamo un gregge e se chi è davanti fa bé è facile che anche gli altri rispondano con bé, le pecore nere si contano sulle dita di una mano.

Un po’ di storia

La prima volta che si è parlato di catene di Sant’Antonio in Italia è stato all’inizio del ‘900, quando in certi circoli cominciò ad andare di moda l’invio di lettere anonime a destinatari vari, invitandoli a recitare svariate preghiere per salvare il mondo, e in contemporanea a duplicare il messaggio e inviarlo ad altra gente, sempre in forma anonima. Per chi non avesse soddisfatto la richiesta erano pronte sfortune d’ogni genere. Buffo che si unisse il sacro (le preghiere) al profano (la superstizione).  La leggenda narra che fu Sant’Antonio Abate il primo a inviare la lettera apripista di una catena, ma si tratta appunto di una leggenda, di veri dati storici a supporto della vicenda non c’è traccia da nessuna parte. La lettera sarebbe stata un invito a un notabile egiziano a smettere con le persecuzioni dei cristiani. Invito che il notabile avrebbe dovuto copiare e girare ad altri notabili. Non avessero smesso con le persecuzioni Dio stesso li avrebbe uccisi uno a uno.

Ma pur non essendoci prova alcuna della leggenda di Sant’Antonio Abate abbiamo invece documenti che mostrano come già sul finire dell’800 circolassero “chain letters” in tutto il mondo occidentale. Venivano usate per ogni genere di scopo, ma il più truffaldino (perché anche allora si mirava ai facili guadagni) era quello di far partire un classico schema piramidale. Negli Stati Uniti si arrivò al Send a Dime, dove furbetti si arricchirono facendosi spedire quarti decini di dollaro da tutto il Paese.

Insomma, condividere queste catene non porta granché fortuna. Ma sperare di eliminare il problema è cosa impossibile.

Qualche link interessante sulle catene.

maicolengel at butac punto it

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