STEVEJOBS-ILSIRIANO

Nonostante altre notizie abbiano preso il sopravvento negli ultimi giorni, la questione migranti resta sempre di attualità. Parliamo in questo caso di un “figlio di migrante” di lusso: Steve Jobs.

Per chi non sapesse di chi sto parlando, Steve Jobs è stato uno dei personaggi più influenti dell’industria tecnologica degli ultimi decenni in quanto fondatore e poi CEO della Apple. Difficile che non abbiate mai sentito parlare di lui. Più facile che vi sia sfuggito un dettaglio della sua vita, nota già da qualche anno, ma che ultimamente viene fatto girare nella maniera più sbagliata possibile.

Secondo alcuni articoli e tweet, Steve sarebbe figlio di un rifugiato politico siriano. I più moderati parlano di figlio di migrante siriano. Partiamo col capire la differenza tra i due status. Attingendo da il Post

Migrante
Viene spesso usato come un termine “ombrello”. Secondo un glossario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’organizzazione nata nel 1951 e che collabora strettamente con l’ONU, a livello internazionale non esiste una definizione universalmente riconosciuta del termine. Di solito si applica alle persone che decidono di spostarsi liberamente per ragioni di “convenienza personale” e senza l’intervento di un fattore esterno. Questo termine si applica quindi a persone che si spostano in un altro paese o in un’altra regione allo scopo di migliorare le loro condizioni materiali e sociali, le loro prospettive future e quelle delle loro famiglie.

Rifugiato
Rifugiato non è un sinonimo di migrante perché ha un significato giuridico preciso. Nel diritto internazionale, “rifugiato” è lo status giuridicamente riconosciuto di una persona che ha lasciato il proprio paese e ha trovato rifugio in un paese terzo. La sua condizione è stata definita dalla Convenzione di Ginevra (relativa allo status dei rifugiati, appunto), firmata nel 1951 e ratificata da 145 stati membri delle Nazioni Unite.

La Convenzione di Ginevra dice che il rifugiato è una persona che

«nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato».

Il rifugiato è anche una persona che

«essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi».

Tenendo a mente queste due definizioni c’è un qualcosa che non va nelle versioni che girano.

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Rifugiato politico?

Chi è il padre naturale? Parliamo di padre naturale in quanto Steve fu adottato da piccolo e, sembrerebbe, non averlo mai incontrato. Il padre, siriano, risponde al nome di Abdulfattah John Jandali, ancora in vita, vice presidente di un casinò a Reno, Nevada. La biografia ufficiale di Steve Jobs scritta di Walter Isaacson ci dice questo di lui

Jandali was the youngest of nine children in a prominent Syrian family.
His father owned oil refineries and multiple other businesses, with large holdings in Damascus and Homs, and at one point pretty much controlled the price of wheat in the region. His mother, he later said, was a “traditional Muslim woman” who was a “conservative, obedient housewife.” Like the Schieble family, the Jandalis put a premium on education. Abdulfattah was sent to a Jesuit boarding school, even though he was Muslim, and he got an
undergraduate degree at the American University in Beirut before entering the University of Wisconsin to pursue a doctoral degree in political science.

Per quanto la definizione di migrante sia elastica non credo che Adbulfattah rientri molto in quello che si intende oggi con questa parola. E ha molto poco a che fare con l’immagine che ci si fa pensando all’opera di Banksy, o comunque lontano da come Banksy si sia immaginata la storia

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Il padre di Steve non era una persona che aveva molto a che fare con chi si ritrova nel campo profughi di Calais. Famiglia molto benestante, aveva avuto il privilegio di poter studiare in una importante università, decide di andare a studiare legge negli Stati Uniti. Qua arriva la questione rifugiato. Secondo un articolo, fonte anche del link de il Post poco sopra, si dice di lui che

The Syrian crisis has highlighted the fact that the biological father of Apple’s Steve Jobs was himself a Syrian political refugee

Jandali fled the Middle East because of protests and demonstrations that eventually toppled the president of Lebanon.

Protests from 1952-54 forced him to flee Beirut. The protests demanded the resignation of then Lebanese president, Bechara El Khoury, who later became the first Arab president to step down under the pressure of popular demonstrations in the streets.

Unlike many of the Syrian migrants now fleeing to Europe Jandali moved to New York, where he lived with a relative, Najm Eddin al-Rifai, who was the Syrian ambassador to the United Nations.

Secondo Macworld, Adbulfattah sarebbe scappato dal Libano per motivi politici. Qua forse pecco di ignoranza delle leggi degli anni 50, ma se fosse dovuto scappare dal Libano sarebbe potuto tornarsene in Siria dove c’era la sua famiglia che lo manteneva all’università senza dover scappare negli USA. Oltre al fatto che nella intervista che linkano per prendere le informazioni e le sue dichiarazioni non si parla di “dover fuggire”, ma di semplice scelta di vita. Riguardo alla sua esperienza all’Università a Beirut

“I was an activist in the student nationalist movement at that time,” he said. “We demonstrated for the independence of Algeria and spent three days in prison. I wasn’t a member of any particular party but I was a supporter of Arab unity and Arab independence. The three and a half years I spent at the American University in Beirut were the best days of my life. The university campus was fantastic and I made lots of friends, some of whom I am still in contact with. I had excellent professors, and it’s where I first got interested in law and political science.”

Era senz’altro una persona che lottava per i suoi ideali, ma non sembra che se la passasse così male. Una volta diplomato

When Jandali graduated from the American University in Beirut, Syria was going through troubled political and economic times, according to Jandali, and although he wanted to study law at Damascus University and become a lawyer, his father did not agree, saying that there were “too many lawyers in Syria”.

He continued: “Then I decided to continue my higher studies in economy and political sciences at the United States where a relative of mine, Najm Al-Deen Al-Rifa’i, was working as a delegate of Syria to the United Nations in New York. I studied for a year at Columbia University and then went to Wisconsin University where I obtained grants that enabled me to earn my master’s and doctorate. I was interested in studying the philosophy of law and analysis of law and political sciences, and I focused in my studies at the American University on international law and the economy.”

Infatti torna in Siria, dove la situazione non era più rosea come quando l’aveva lasciata, e decide di andare negli Stati Uniti a studiare economia e legge, approfittando di un aggancio di un parente. A rendere la faccenda rifugiato politico ancora mooolto meno plausibile è quanto succede dopo.

Riassumendo velocemente, Adbulfattah conosce e si innamora della madre di Steve. Questa rimane incinta, partorisce ma decidono di dare il figlio in adozione. A quel punto Abdulfattah decide di tornare in Siria (con la stessa donna, dalla quale ha anche una figlia femmina)

“I had two basic paths open to me after graduating,” Jandali said. “Either go back to my home country and work with the Syrian government, or stay in the United States and in university education, and that is what I did for a while. I went back to Syria when I got my doctorate, and I thought I’d be able to find work in the government, but that didn’t happen. I worked as a manager at a refinery plant in my hometown of Homs for a year, during which Syria was part of the United Arab Republic and run by the Egyptians. Egyptian engineers, for example, ran the Ministry of Energy in Syria, and the situation wasn’t right for me, so I went back to the United States to rejoin education there.”

Quindi torna in Siria, trova un lavoro nella raffineria del padre, cerca un lavoro per il governo, ma decide di tornare negli USA. Non gli piace la situazione politica della Siria, ma anche qui è una sua decisione. A me sembra ben strana come storia per un rifugiato politico. Non trovate? Non solo, dalla biografia ufficiale sappiamo che anche prima di avere Steve la coppia viaggiò in Siria, cosa che sarebbe ben strana se fosse negli USA come rifugiato politico.

Non c’è alcuna prova, o indizio, che il padre naturale di Steve Jobs fosse un rifugiato politico. Al momento non sembrerebbe esserci una sua dichiarazione a riguardo, ma sembra proprio che sia un dettaglio inventato appena dopo gli eventi di Parigi a Novembre. Riferirsi a lui come “figlio di migrante” mi sembra forzato: per quanto non sia propriamente scorretto, considerando come viene utilizzato oggi quel termine lo trovo un modo per metterlo in relazione con gli attuali migranti siriani.

Non c’è nulla di male in questo, ma trovo che il figlio di un ricco petroliere siriano che va liberamente a completare gli studi negli Stati Uniti dopo aver studiato in Libano non sia proprio la stessa cosa delle persone che oggi cercano di venire in Europa a bordo di gommoni rischiando la propria vita e quella delle loro famiglie.

Ho come l’impressione che questa bufala sia già diventata una verità storica.

Ricordatevi di amare col cuore, ma per tutto il resto di usare la testa.

neilperri @ butac.it

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