Le responsabilità di chi diffonde fuffa

Un editoriale a partire dall'ennesima inserzione sul trading online che sfrutta un volto noto (e ignaro)

maicolengel butac 12 Mag 2023
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Oggi stavo leggendo un articolo sul quotidiano della mia città, ero online, e mentre scrollavo in mezzo all’articolo ho visto un annuncio che conoscevo bene, avendolo già dovuto trattare più volte qui su BUTAC.

Il quotidiano che stavo sfogliando è Il Resto del Carlino, e l’annuncio che mi è apparso è questo:

L’annuncio compare all’interno di un articolo dedicato alla Wine Week che si terrà a Bologna a breve, ma viene inserito come contenuto nella sezione “Potrebbe interessarti anche”, l’agenzia è sempre la stessa (Taboola), e l’annuncio riporta la faccia di Luciana Littizzetto e il titolone a effetto che abbiamo visto in modo simile più e più volte:

Luciana Litizzetto ha sconvolto tutta l’Italia in diretta!

Cliccandoci sopra si finisce sopra al solito articolo che ci spinge a investire i soliti 250 euro in trading online. Pagina che come sempre simula di essere altro, nel caso specifico RaiNews:

Ma non è di questo che vorrei parlare oggi: vorrei riflettere con voi su un’altra cosa.

BUTAC ha delle pubblicità: a parte il primo anno dall’apertura, quando eravamo appoggiati sulla piattaforma gratuita Blogspot, le abbiamo sempre avute, per aiutarci a pagare gli strumenti che usiamo per la nostra attività (che, ricordiamo, è l’hobby nel quale abbiamo deciso di impiegare il nostro tempo libero). Da noi pubblicità come quella qui sopra non compaiono, come mai?

Ci sono più risposte al quesito. La prima riguarda la fase iniziale di BUTAC, quando la pubblicità arrivava da Google AdSense: io facevo un lavoro certosino nell’analizzare i filtri disponibili e nel bloccare tutte le categorie notoriamente ricche di pubblicità clickbait se non proprio truffa. Purtroppo chi diffonde quel genere di contenuti se ne infischia delle categorie, e ci è capitato di vedere quel tipo di annunci anche dopo aver settato i filtri nella maniera più stringente possibile – cioè dopo aver bloccato le categorie più remunerative, ma anche più ricche di fuffa. Dopo circa due anni così abbiamo fatto una prima prova con un editore, e non sto a citarvi i nomi dei vari che si sono succeduti. Ma il problema era sempre il solito: per guadagnare dovevamo permettere pubblicità come quella qui sopra, le altre pagavano poco e male.

Da qui la scelta di avere un editore che potesse selezionare per noi gli sponsor da avere sul sito: ne abbiamo cambiati due o tre all’inizio, non contenti del servizio che ci fornivano. Poi, per qualche anno, ci siamo affidati a un altro, anch’esso cambiato per passare all’attuale, Nexilia. Le entrate pubblicitarie sono bassissime, ma lo sono perché chi sceglie quali campagne pubblicitarie possono andare su BUTAC lo fa seguendo le nostre linee guida: niente pubblicità fuffa, niente Sei il milionesimo cliente, niente Hai vinto clicca qui. E anche niente pubblicità come quelle di Taboola.

Chiunque può fare come noi: se una testata giornalistica sceglie di non filtrare quelle pubblicità lo fa consciamente, sapendo che molte sono fuffa o, peggio ancora, truffe, ma siccome l’unica cosa importante sono le entrate pubblicitarie ci si disinteressa completamente del fatto che quegli inserzionisti celino trappole per i lettori.

Abbiamo cominciato con Il Resto del Carlino, ma le pubblicità di questo genere – spesso veicolate proprio da Taboola – le troviamo un po’ ovunque; ma se tutte le testate, perlomeno quelle più note e lette, operassero come noi nel limitare quelle pubblicità, in breve tempo i truffatori vari si troverebbero con meno potenziali vittime e di rimando con meno incassi con cui pagare la pubblicità. E alla fine il valore delle altre inserzioni aumenterebbe, rendendo superflua la limitazione agli sponsor.

Ma servirebbe che tutti si comportassero così, serve che tutti si lamentino con chi passa loro la pubblicità, impedendo di fatto questo genere di annunci. Inoltre alcuni soggetti (nel caso specifico Littizzetto e Rai) dovrebbero cominciare a far partire vere e proprie denunce che colpiscano non solo gli ignoti truffatori, ma anche gli editori che hanno permesso la diffusione di quegli spot.

Purtroppo so che questo è uno di quegli appelli che finiranno nel vuoto, ma spero sempre che in qualche redazione qualche volta qualche redattore ci legga, rifletta e comprenda che non abbiamo del tutto torto.

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