Ucraina: il mito del Paese diviso prima del 2014

Quello che già sapevamo e che avremmo potuto sapere dodici anni fa

RC 24 Feb 2026
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Oggi ricorre il quarto anniversario dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, e abbiamo pensato in questo articolo di soffermarci su questioni che costituiscono tuttora gli elementi fondamentali di una certa interpretazione degli eventi. Ci riferiamo in particolare alla divisione etnica, linguistica ed elettorale che sembrava caratterizzare l’Ucraina nel 2014 e che tanti commentatori hanno subito adottato dodici anni fa e ripreso poi nel 2022. Il legame tra etnia, lingua e scelta politica è stato preso come chiave interpretativa di quanto accaduto durante e dopo la Rivoluzione della Dignità, eppure non ci si è posti una domanda fondamentale: esiste davvero quel legame?

Come scriveva lo storico ucraino Andrii Portnov nell’inverno 2015:

Stando a questo ragionamento, la principale spiegazione del conflitto e la ragione essenziale della guerra giace nelle relazioni tra ucraini e russi (ucrainofoni contro russofoni). Questa impostazione riduce il problema alle categorie fondamentali di “nazione” (intimamente legata alla lingua) e “nazionalismo” […] Ciò implica inoltre che l’Ucraina post-sovietica sia uno “stato in via di nazionalizzazione” [nationalizing state] che fallisce nel garantire uguali diritti alla sua popolazione russofona. (Portnov, 2015, p.725)

Nel corso del 2014 i termini ‘russofoni’, ‘russi etnici’ e ‘filo-russi’ sono stati il punto di partenza imprescindibile nel dibattito sugli eventi in Ucraina e ancora oggi è difficile non imbattervisi, per quanto si siano andati a intrecciare con altri temi finendo forse con l’esserne oscurati. Ricordiamo comunque che è a essi che Putin ha fatto implicitamente riferimento nella parte più tristemente famosa del discorso del 24 febbraio 2022:

[…] in ottemperanza al trattato di amicizia e mutua assistenza ratificato dalla Duma il 22 febbraio con la Repubblica Popolare di Donetsk e la Repubblica Popolare di Luhansk, ho deciso di lanciare un’operazione militare speciale. Il suo scopo è quello di proteggere la popolazione sottoposta ad abusi e genocidio da parte del regime di Kyiv per otto anni. E per questo perseguiremo la demilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina.

La popolazione sottoposta a genocidio sarebbe, appunto, quella dei russofoni del Donbas.

Di questa surreale banalizzazione della società ucraina avevamo già parlato nel 2022 in questo articolo e qui non ripeteremo pressoché nulla di quanto avevamo scritto in quell’occasione. Piuttosto, riteniamo utile riprendere l’argomento adottando un taglio differente, in quanto:

  1. molteplici esperti avevano già pubblicato dei lavori sul tema ben prima del 2014;
  2. era già noto che la realtà fosse assai complessa e sarebbe stato quindi possibile raccontarlo al pubblico italiano;
  3. dodici anni dopo c’è ancora chi continua a portare avanti tale narrazione;
  4. the last but not the least: affrontando questo tema, speriamo di fornire ai nostri lettori strumenti utili per difendersi da qualsivoglia narrazione semplicistica, mostrando la complessità che si cela dietro ad un’apparente serie di autoevidenze.

Ci rifaremo ad alcuni saggi pubblicati tra il 1998 e il 2013 – prima della Rivoluzione della Dignità – e pochi altri risalenti al 2014/2015 di cui riporteremo solamente alcune considerazioni degli autori, come d’altronde già fatto sopra. Sono tutti disponibili sulla piattaforma JStor, che raccoglie pubblicazioni accademiche di svariate riviste e che vi consigliamo per piccole ricerche e approfondimenti. Quelli usati qui sono elencati a fondo articolo.

Ultimo avviso: qui ci concentreremo su lingua ed etnia, riservandoci di trattare la questione della divisione elettorale e politica tra est e ovest e dell’unità del Paese in un altro articolo. Di carne al fuoco, vedrete, ce ne è abbastanza.

La questione etnica e linguistica

Partiamo anzitutto dal censimento svolto nell’Ucraina sovietica del 1989, dal quale risultano il 73% di ucraini etnici e il 22% di russi etnici, ma allo stesso tempo il 66% di cittadini di madrelingua ucraina e il 31% di madrelingua russa, con una percentuale non trascurabile dell’11% di ucraini etnici di madrelingua russa (Anna Fournier, 2002, p.419). Eppure, il dato linguistico subisce delle forti variazioni a seconda del significato che viene attribuito al termine “madrelingua”:

Studi rivolti ad indagare l’uso della lingua mostrano un quadro differente. Infatti, stando allo studio del Kyiv International Intitute of Sociology (KIIS) del 1991-1994, più di metà (56,1%) di tutti gli adulti in Ucraina usano il russo nelle comunicazioni quotidiane […]

Un altro indicatore dell’utilizzo della lingua è la preferenza linguistica, definita come la lingua che una persona preferisce parlare a casa con un intervistatore bilingue […] Secondo Arel & Khmelko [il loro studio risale al 1996 ndr] le statistiche associate a questo indicatore […] sono: ucraini ucrainofoni: 40%; ucraini russofoni: 33-34%; russi russofoni 20-21%. (A. Fournier, 2002, p.419)

Come chiarirà Tadeusz A. Olszański nel 2012, riprendendo peraltro un lavoro del 2010, il problema è legato anche al significato stesso dei termini ucraino e russo per “madrelingua”, o “lingua nativa”:

I termini ucraino e russo “ridna mova / rodnoy yazyk” sono solitamente tradotti come “lingua nativa”. Però, […] la parola “ridna/ rodnoy” indica “nativa”, “famiglia” e “familiare”. In questo testo si userà la parola “lingua nativa” , ma va tenuto a mente che si tratta solo di una traduzione approssimativa. Agli occhi di ucraini e russi questo termine non è privo di ambiguità—studi rivelano che il 34% dei rispondenti comprendono il termine “nativa” come riferito alla lingua nella quale pensano e parlano liberamente; per il 32% si riferisce alla lingua della nazione di appartenenza; per il 24% è la lingua che usano i loro genitori; e per il 9% è la lingua che usano più spesso.

Per riassumere, possiamo dire che esiste una quota variabile di cittadini ucraini di identità etnica ucraina che indicano come propria madrelingua il russo e tale quota sembra oscillare dall’11% al ben più consistente 34% a seconda del significato che viene dato al termine “madre lingua”.

Per noi italiani questo termine è immediatamente associato alla lingua italiana, a sua volta associata alla nazionalità italiana. Ma per farla semplice, l’Italia non è l’Ucraina e interpretarne la società facendo corrispondere significati validi in Italia a termini utilizzati in Ucraina non può portare che a enormi fraintendimenti.

Oltretutto, va segnalata l’esistenza del surzhyk, lingua mista russo-ucraina molto diffusa nell’area centrale del Paese e sulla quale non ci dilunghiamo per motivi di spazio. Basti qui dire che nel 2003 il KIIS lo rilevava come lingua di uso più frequente per il 10,7% della popolazione (a pagina 15, tabella 15, seconda riga trovate le percentuali di utilizzo per cinque macroregioni e alla sesta colonna il dato sul totale della popolazione). In ogni caso, questo problema interpretativo si riscontra forse con maggiore evidenza nella questione etnica.

Il primo censimento dell’Ucraina indipendente è quello del 2001 e, per assicurarsi che i dati rilevati fossero comparabili, le domande poste ai cittadini sono state le stesse del precedente. Nel 2009 Ihor Stebelsky pubblica un lungo articolo nel quale fornisce una lucida spiegazione alla sorprendente variazione subita dalla componente etnica russa, passata da circa 11,3 milioni nel 1989 a 8,3 milioni nel 2001, con un calo di 3 milioni di unità a fronte di una componente etnica ucraina rimasta praticamente invariata a 37,5 milioni. Il suo saggio, ad avviso di chi scrive, merita di essere letto non solo per il valore contenutistico, ma anche per lo spessore dell’impianto metodologico.

Anzitutto, Stebelsky ricorda che i russi emigrati all’estero sono poco più di 160’000 individui, una parte minoritaria del calo e non si possono certo spiegare gli altri 2,8 milioni con il saldo naturale (secondo il calcolo “n° nascite russi etnici 1989-2001” – “n° morti russi etnici 1989-2001” = – 2,8 milioni), poiché il numero non è solo estremamente elevato – decisamente troppo – ma del tutto incompatibile col numero rimasto invariato della componente etnica ucraina. Non è insomma possibile che gli ucraini abbiano dato alla luce un numero di figli uguale a quello delle morti, mentre i russi abbiano avuto un calo della natalità così netto e del tutto sproporzionato.

Stebelsky prende quindi il tasso di mortalità e di natalità nei diversi oblast ucraini e stima tra i russi etnici circa 600’000 morti in esubero rispetto ai nuovi nati tra 1989 e 2001. Allo stesso modo, però, calcola che i decessi tra gli ucraini etnici dovrebbero superare di 2 milioni i nuovi nati.

In sostanza, sommando i 600’000 (saldo naturale) ai 160’000 (saldo migratorio) arriviamo a 760’000 russi etnici in meno, mancando quindi da spiegare il calo di ulteriori 2,2 milioni di individui circa. Tra gli ucraini etnici abbiamo invece una stima di 2 milioni di perdite che non trova però riscontro nel censimento nel 2001, dove la componente etnica ucraina è rimasta invariata. Vale a dire: ci sono circa 2 milioni di russi etnici in meno e 2 milioni di ucraini etnici in più di quanti ce ne dovrebbero essere. Com’è possibile?

Se avete seguito il ragionamento e ancora non riuscite a darvi risposta, probabilmente è perché alla parola “etnia” continuate ad associare un significato nel quale sono insite le connotazioni di “appartenenza dalla nascita” e di “immutabilità”. Ma in Ucraina non è così.

Complessivamente, solamente il 12% del calo demografico è associato a fattori puramente demografici. Il rimanente 88% di questo declino è associato ad un cambiamento di identità etnica; il 9,2% per la scelta di identità alla nascita da parte della madre e il 78,8% per un cambiamento identitario del rispondente. […]

Il presente autore sostiene che il cambiamento di identità etnica da russa ad ucraina proviene prevalentemente dalle famiglie multietniche russo-ucraine. […]

Il potenziale per un cambiamento di identità etnica non è ancora concluso. Circa un terzo dei membri di famiglie russo-ucraine sembrano aver contribuito al processo. […] Dunque, l’andamento non sorprende e ci si aspetta che prosegua in futuro. (Stebelsky, 2009, p. 100)

Così, proprio come accaduto per la lingua, non solo veniamo tratti in inganno dal significato che diamo a uno specifico termine, ma anche da un’ipersemplificazione della realtà. Infatti, pensare che le comunità etniche russa e ucraina vivano completamente separate l’una dall’altra e che non interagiscano mai tra loro è una totale assurdità.

A dire il vero, qualcuno aveva già previsto questo fenomeno prima del censimento. Scriveva Aduard Ponarin nel 2000:

I confini tra ucraini ucrainofoni e ucraini russofoni da una parte e tra ucraini russofoni e russi ucraini dall’altra non sono impenetrabili, sono anzi fluidi […] Infatti […] ci sono fratelli e sorelle uno dei quali è un ucraino russofono, mentre l’altro un russo che parla fluentemente l’ucraino. […] Nonostante tutte le differenze tra l’est e l’ovest dell’Ucraina, l’assimilazione è facilitata nel paese dalla prossimità culturale delle regioni limitrofe e della popolazione vicina. La mediazione della spinta nazionalista da parte della popolazione culturalmente affine ne sta facilitando il buon esito. […]

Prevedo che il prossimo censimento in Ucraina rivelerà un calo della percentuale di russi che non potrà essere spiegata esclusivamente dall’emigrazione o dalla mortalità. In altre parole, potrà essere spiegato solamente con alcuni russi che si re-identificheranno come ucraini. (Ponarin, 2000, pp. 1537 e 1540)

Esattamente quanto accaduto.

Se questa tendenza generale sia proseguita o meno, ed eventualmente in quale modo, l’avremmo dovuto scoprire nel 2011, anno in cui si sarebbe dovuto tenere il nuovo censimento. L’allora governo Janukovyc, paladino della minoranza russa e dei russofoni oppressi, l’ha però rimandato tre volte: la prima nel 2010, poi nel 2012 e l’ultima nel settembre 2013. Due mesi dopo sono iniziate le proteste di piazza sfociate nella Rivoluzione della Dignità.

Russi etnici e russofoni

Fatto un minimo di chiarezza sulle questioni dell’etnia e della lingua nell’Ucraina pre-2014, rimane un ultimo punto da chiarire, soprattutto perché, proprio come i precedenti, esso è stato dato per scontato: a fronte di una spesso citata popolazione “russofona”, i russofoni si percepiscono davvero come un gruppo distinto?

Anna Fournier metteva bene in luce già nel 2002 che i russi dell’Ucraina dell’est non possono essere inquadrati col concetto di “diaspora”, dato che hanno vissuto lo spostamento come migrazione interna all’URSS e non da un Paese all’altro. Inoltre, nel 1990-91 il 75% dei russi in Ucraina sosteneva di non identificarsi più con la nazione russa e alcuni si percepivano persino come indigeni.

In termini di identità nazionale, quindi, per la maggioranza dei russi etnici in Ucraina non sembrava esistere un così forte legame con la Russia. Quando il discorso passa alla lingua russa, però, la questione si fa più complicata:

nelle città ucraine come Donetsk o perfino Kyiv, il russo è ampiamente usato sia dagli ucraini che dai russi. Esso non può essere preso come tratto distintivo di un’identità etnica esclusivamente russa. Piuttosto […] questo uso comune della lingua è preso come prova dell’esistenza di un’identità russa estesa (o slava dell’Est) che include gli ucraini. […]

Ad ogni modo, esiste un altro uso del termine. ‘Russofono’ (o ‘parlante russo’) potrebbe connotare non solo una lingua comune, ma anche una cultura comune (e forse una fedeltà condivisa). Questa tendenza ad assumere che una cultura condivisa derivi da una lingua comune si osserva sia nella resistenza russa all’ucrainizzazione […] che nella letteratura accademica dedicata alla lingua in Ucraina. (Fournier, 2002, pp. 418-419)

Questa tendenza è evidente in molteplici passaggi negli scritti di Dominique Arel e David Laitin, due affermati studiosi, tanto che quest’ultimo era arrivato a proporre la nuova categoria identitaria dei “parlanti russo”, o russofoni, da utilizzare nell’Estero Vicino (espressione usata in Russia per riferirsi ai Paesi ex-sovietici).

Il problema fondamentale ruota però attorno alla componente etnica ucraina, ma di lingua russa: l’Ucraina indipendente post-sovietica ha deciso di appellarsi all’etnia, mentre la popolazione russa, ritrovatasi in minoranza, si è rivolta alla ben più estesa e maggioritaria comunità dei “russofoni”. L’articolo 10 della Costituzione ucraina del 1996 garantiva infatti “libero sviluppo, utilizzo e protezione della lingua russa e delle altre lingue delle minoranze nazionali dell’Ucraina”, andando quindi a legare la difesa della lingua all’etnia del parlante. Ciò ha dato luogo a quello che agli occhi di tanti potrebbe sembrare un paradosso: i russi russofoni sono stati protetti dalle garanzie costituzionali, mentre a non esserlo sono stati gli ucraini russofoni.

Appare evidente che sul lungo periodo questa mossa avrebbe portato a una perdita di influenza da parte della Russia sul Paese. Scrive infatti Fournier:

Chiaramente, lo stato aspira ad una nuova corrispondenza tra lingua e identità etnica. […]

L’approvazione della proposta di legge ‘Sulle misure aggiuntive per espandere l’uso dell’ucraino come lingua di Stato” [nel 2000 ndr] ha provocato la reazione immediata del ministro degli esteri russo. Egli ha denunciato la ‘de-russificazione’ dell’Ucraina e affermato che tale politica, ‘diretta contro la protezione e lo sviluppo della lingua e cultura russa’ in Ucraina, sarebbe in contraddizione con la garanzia della Costituzione ucraina […]

Il ministro degli esteri ha condannato la ‘deformazione amministrativa del suo [dell’Ucraina ndr] originale contesto linguistico e culturale’. […]

Il ministro degli esteri ha anche affermato che la nuova proposta di legge viola i diritti della ‘popolazione dei parlanti russo’ [russian speaking population] e che la sua approvazione ‘tenta di ostracizzare la lingua che la maggioranza considera la sua lingua nativa’. (Fourier, 2002, p. 422)

Lo stesso atteggiamento si poteva notare negli articoli di protesta pubblicati su testate giornalistiche ucraine e nelle lettere, anch’esse di protesta, spedite al governo:

La supposta ‘uguaglianza’ dell’ucraino e del russo viene enfatizzata: ‘Possiamo parlare di ciò come di un fatto assolutamente ovvio, cioè che non esiste differenza essenziale tra le nostre lingue’ […]

Come ho detto sopra, è l’ucraino ad essere percepito come ‘uguale’ a, o variante del russo, non l’opposto. Infatti, se russi e ucraini si capiscono perfettamente (cioè se i russi comprendono perfettamente gli ucraini), che bisogno c’è di elevare il russo a seconda lingua di stato? […] Sembrerebbe piuttosto che la pressione sia mirata alla restaurazione dello status di lingua dominante del russo, non all’uguaglianza con l’ucraino. […]

Perché la popolazione russa non accetta lo status del russo come lingua (protetta) di una minoranza in Ucraina? Perché lo status di minoranza esclude quei russofoni non-russi che formano una parte essenziale dell’identità ibrida dei ‘parlanti-russo’. Il fatto che i russi si oppongano ad uno status di minoranza significa che essi non resistono come russi etnici. Gli autori sopra menzionati [quelli degli articoli e delle lettere ndr] vogliono che il russo acquisti lo status di lingua ufficiale così da istituzionalizzare il suo dominio (così come fu durante lo zarismo e il periodo sovietico). (Fourier, 2002, 427-428)

La studiosa sottolineava quindi come fosse “significativo che la categoria dei ‘parlanti russo’ o russofoni fosse utilizzata nei discorsi ufficiali in Russia sull’ucrainizzazione” e che ci fossero abbastanza evidenze per considerare tale categoria come un’eredità imperiale (“imperial relic”).

Già nel 2002, nelle dichiarazioni del ministro Igor Sergeevic Ivanov – membro di Russia Unita, partito guidato dall’allora presidente Putin – negli articoli e nelle lettere troviamo tutti gli elementi fondativi della narrazione russa sugli eventi del 2014:

  1. ucraini e russi come “un solo popolo” e “sotto la guida russa” (p. 425);
  2. un governo che prova a modificare l'”originale contesto linguistico e culturale” del Paese e che per farlo, scatena l’oppressione dei “russofoni”;
  3. “dato che 20 milioni di ucraini etnici parlano russo”, a essere oppresso sarebbe “l’intero popolo ucraino” (p.428);
  4. “forze sconosciute” che tentano di “trascinare l’Ucraina nelle strutture occidentali” (p.429).

Significativamente, come fa notare l’autrice, questa presunta oppressione della maggioranza dei cittadini ucraini non si è tramutata in alcuna mobilitazione di massa. Ne discende che i russofoni, con ogni probabilità, sono ben lontani dal riconoscersi come popolazione, comunità o gruppo distinto dagli ucrainofoni.

Come scrivevano Edwin Poppe e Louk Hagendoorn nel 2001 in un lavoro dedicato ai russi del “vicino estero”:

Chiaramente, l’uso di una singola categoria per denominare questi russi, come minoranza russa, diaspora russa o coloni russi, non è appropriata. Inoltre, i risultati di questo studio suggeriscono che lo sviluppo di un’identità collettiva tra i russi del vicino estero sia improbabile. Nonostante l’etichetta delle ‘popolazioni parlanti russo’ potrebbe diventare una categoria utile per i titolari della lingua [titulars, cioè i russi etnici] per differenziarsi dai non-titolari, è improbabile che i gruppi dei russi e dei non-titolari russofoni di identifichino come gruppo a sé. (Edwin Poppe e Louk Hagendoorn, 2001, pp. 68, 29)

L’operazione di appropriazione da parte dei russi etnici russofoni – e in particolare delle autorità della Federazione Russa – ai danni della componente ucraina russofona appare quindi arbitraria e di carattere imperialistico:

Se da un lato alcuni ucraini potrebbero rivendicare un’identità culturale e linguistica russofona, includere tutti gli ucraini russofoni in tale categoria significa ignorare [disregard] la complessità dell’identità in Ucraina. (Fourier, 2002, p. 420)

Conclusioni

Come si è visto sopra, al 2014 era già disponibile materiale a sufficienza per non cadere nella trappola di sbrigative e accomodanti spiegazioni, ma, perlomeno a chi scrive, non risulta siano stati fatti sforzi a sufficienza da parte di coloro che per professione avrebbero dovuto. Tantomeno, ne consegue, lo si è raccontato al pubblico. Ma il problema, come abbiamo visto sopra, non si è limitato – né si limita tutt’oggi – al mondo dell’informazione.

Era il 2013 quando Korostelina pubblicava un articolo nel quale venivano messe a confronto le chiavi interpretative e le posizioni di esperti ucraini e stranieri in merito all’Ucraina, facendo emergere come a fronte di modelli concettuali simili i due gruppi arrivassero ad interpretazioni ben differenti. Gli ucraini ponevano infatti maggiore enfasi sul processo, mentre quelli stranieri proponevano una visione più statica e focalizzata sulle imperfezioni del Paese (Korostelina, 2013, p. 62).

Andrii Portnov, lo studioso citato in cima a questo articolo, aveva provato nel 2015 a denunciare le storture riscontrate in ambito accademico:

Nelle loro analisi della complessità, gli scrittori delle scienze sociali e di storia dovrebbero liberarsi dalla tentazione di trattare l’eterogeneità e la diversità [hybridity] come segni di debolezza o sottosviluppo. […]

La violenza a Donetsk non dovrebbe essere spiegata propriamente con la sola ideologia e “identità”. […]

In altre parole, la vicinanza di Donetsk e di Lugansk ai confini con la Russia e le tattiche messe in atto dalle elites locali sembrano essere state fattori più importanti nel rendere la regione una zona di guerra di ogni altra specifica “identità del Donbas”. […]

Concordo con Ilya Gerasimov nel sostenere che “semplicemente manchiamo di un linguaggio analitico e di modelli interpretativi appropriati per descrivere la nascita della nuova Ucraina come un unico e – proprio così – fenomeno senza precedenti”. (Portnov, 2015, pp. 726, 729 – 730)

Significativamente, Portnov andava a proporre in conclusione una serie di “tematiche affascinanti” – tra le quali spiccano le ragioni dell’ampia eco della propaganda del Cremlino in Europa occidentale e centrale – in grado di “sostituire una riduttiva storicizzazione con una responsabile contestualizzazione”.


Bibliografia

  • Korostelina V. Karina, Ukraine twenty years after independence, in Communist and Post-Communist Studies, University of California Press, 2013.
  • Fournier Anna, Russian Resistance to Linguistic Ukrainisation in Central and Eastern Ukraine, in Europe-Asia Studies, Taylor & Francis Ltd, 2002.
  • Ponarin Eduard, The Prospects of Assimilation of the Russophone Populations in Estonia and Ukraine: a Reaction to David Laitin’s Research, in Europe-Asia Studies, Taylor % Francis Ltd, 2000.
  • Poppe Edwin, Louk Hagendoorn, Types of Identification among Russians in the ‘Near Abroad’, in Europe-Asia Studies, Taylor & Francis Ltd, 2001.
  • Portnov Andrii, Post-Maidan Europe and the New Ukrainian Studies, in Slavic Review, Cambridge University Press, 2015.
  • Stebelsky Igor, Ethnic Self-Identification in Ukraine, 1989-2001: Why More Ukrainians and Fewer Russians?, in Canadian Slavonic Papers, Taylor & Francis Ltd, 2009.

RC

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