brexit

Domenica 18 settembre Carlo Sibilia ha pubblicato sui social network questo messaggio:

  • Tasse al 17%, Pil e investimenti in crescita. La Gran Bretagna post #Brexit vola
    Vorrei sapere cosa aspettiamo ad uscire dall’euro e riprenderci la sovranità monetaria
  • gli investimenti esteri sono aumentati dell’11% nell’ultimo anno.
  • le vendite al dettaglio sono cresciute dell’1,4% a luglio (che vuol dire + 5,9% su base annua, numeri da boom economico).
  • richieste di sussidio di disoccupazione sono scese di 8.600 unità.
  • la fiducia dei consumatori è aumentata del 5% nei mesi estivi.
  • la Borsa di Londra è cresciuta del 10% dopo lo scivolone di giugno e che anche la sterlina è in forte recupero. 
  • Lo scorso 17 agosto, inoltre, l’agenzia di rating Moody’s (che prima del referendum aveva vaticinato revisioni al ribasso in caso di Brexit) ha scritto di non attendersi alcuna recessione, prevedendo anzi una crescita dell’1,5% quest’anno e dell’1,2% il prossimo anno, in entrambi i casi più di qualunque altro partner europeo.Renzi invece continua ad ospitare la Merkel a Maranello come fosse la regina d’Europa.

Credo sia importante un piccolo Reality Check su quanto riportato, credo sia importante fare un po’ di chiarezza. Intanto andrebbe specificato che il Regno Unito AD OGGI non è fuori dagli accordi dell’Unione Europea, non c’è ancora una data decisa, si è solo votato ad un referendum senza che questo comporti alcun vero obbligo per il governo. Usciranno? Probabilmente sì, visto il parere espresso dalla nazione, ma ad oggi i dati del paese non possono venire dall’aver lasciato l’Unione visto che ne sono ancora membri ufficiali.

Le tasse

Primo punto dell’elenco di Sibilia, le tasse, si parla di un 17% di tasse, peccato che sul sito del governo inglese i dati non concordino:

tasseuk

Gli scaglioni partono dal 20% per chi ha entrate dai 5.000 ai 32.000 pound, un 40% per chi è tra i 32 e i 150mila e un 45% per quelli che superano le entrate di 150mila pound. Numeri forse diversi da quelli italiani, ma non così tanto. Da dove viene il 17% citato da Sibilia? Viene dalle previsioni (quindi non certezze) sulla Corporate Tax. In Italia si chiama IRES ed è attualmente al 27,5% dal 2017 dovrebbe ridursi al 24%, in UK al momento è al 20% ed è previsto di portarla al 17% nel 2020, ma non è detto succeda, quindi citare quel 17% come se fosse già in opera oggi è raccontare una bugia. Sia chiaro, che le tasse in Italia siano spropositate è una cosa su cui mi si trova concorde, ma non è colpa dell’Unione Europea o dell’euro, ma di politici incapaci, amministrazioni con le mani bucate e altre magagne tutte dipendenti da noi stessi.

Gli investimenti esteri

Sibilia ha ragione, nel 2016 i dati parlano di un +11%, peccato che siano quelli riferiti agli investimenti fino ad aprile 2016, pre referendum, usciti a fine agosto e citati dalla BBC, bisognerà attendere l’inizio dell’anno prossimo per sapere con certezza se il trend si è mantenuto positivo o meno.

A record number of investments were made by foreign firms in the UK in the year to April 2016, according to government figures. The Department for International Trade recorded 2,213 inward investment projects, up 11% on the previous year. The data shows the UK is the most popular destination in the European Union for overseas firms.

E anche restasse positivo, almeno per un altro anno (forse due) il Regno Unito è parte dell’Unione Europea, quindi dobbiamo chiederci: sono investimenti a breve o a lungo termine? Perché finora erano assolutamente normali investimenti esteri importanti diretti in UK, erano il quarto paese al mondo a riceverne da fuori come spiegano su Santander:

the United Kingdom is the world’s fourth largest recipient of direct foreign investment (FDI). FDI flux, which markedly decreased following the international financial crisis of 2009, again resumed an upward trend in 2012. In 2015, FDI reached USD 68 billion, a 29% increase on 2014. The UK economy has key strengths: London remains the financial capital of Europe, while Great Britain has a strong currency and is one of the most important European markets.

The largest share of FDI inflow into the UK goes to the financial services industry, and half of the UK’s current investment stock of GBP 1 trillion comes from other EU member States. However, the ‘Brexit’ vote raises concerns among certain investors about higher trade costs with Europe.

Usare quel numero collegandolo a Brexit è sciocco. Oltretutto esistono svariati studi che spiegano i rischi post Brexit, studi commissionati proprio in UK.
The UK has an FDI stock of over £1 trillion, about half of which is from other members of the European Union (EU). Part of the UK’s attractiveness for foreign investors is that it brings easy access to the EU’s Single Market. After Brexit, higher trade costs with the EU would be likely to depress FDI.
Ma sono previsioni, quindi evitiamo di metterle sul piatto della bilancia, ce ne saranno sicuramente che dicono anche l’opposto, qui vogliamo analizzare solo il post del buon Sibilia con dati verificabili da tutti.

Le vendite al dettaglio

Verissimo, il dato di luglio è incoraggiante (ad agosto però c’è stato un calo e lo stesso era successo in giugno). Il Guardian spiega le cose abbastanza bene:

The first official insight into consumer behaviour following the 23 June poll indicated that sales rose by 1.4% in July after a 0.9% drop in June, according to the Office for National Statistics (ONS). It was much stronger than the 0.2% increase predicted by economists in a Reuters poll but echoed industry reports of solid growth in consumer spending last month.

It is the latest evidence that Britain’s decision to leave the EU has had a limited impact on the UK economy in the immediate aftermath of the vote and will soothe fears of a recession later this year. But economists were quick to warn that the prospect of job cuts and of rising prices on the high street could see retailers’ fortunes change.

Il Telegraph parla invece di agosto e ci spiega che è stato il mese peggiore per le vendite al dettaglio da due anni a questa parte. Colpa di Brexit? No, piuttosto del bel tempo e del Bank Holiday del 29 agosto.

British retail’s weakest monthly performance for almost two years has been variously attributed to the warm weather, the Olympics and the bank holiday of Monday 29.

UK retail sales decreased 0.9pc in August compared to the same month last year on a like-for-like basis, a report by the British Retail Consortium (BRC) and KPMG found.

Da qui comprendere che esultare per quell’1,4% di luglio è fare populismo, non raccontare fatti.

La disoccupazione

Anche qui giochiamo coi dati, perché mentre il numero citato da Sibilia può anche esser corretto è rimasto lo stesso da marzo, e il referendum è di giugno. Cosa può avere a che fare il calo con Brexit? Direi poco o niente.

disoccupazione

Non vedo nei dati del Governo britannico picchi che facciano pensare ci sia stata un evoluzione post referendum, vedo solo una linea piatta che da marzo 2016 arriva ad oggi, con un tasso di disoccupazione fisso sul 4,9%. Questo dato sarà molto più importante una volta che il Regno Unito lascerà per davvero l’Unione Europea, perché è in quel momento che si vedrà se ci sarà recessione o meno. Sfruttare anche questo numero per insistere sul volere lasciare l’Europa non è fare informazione ma prendere in giro i propri elettori.

La fiducia dei consumatori

Niente, il raccontare mezze verità (o il fidarsi di articoli trovati in rete senza fare alcuna verifica dei fatti) porta il nostro Sibilia a fare un altro passo falso. Sia chiaro, non metto in dubbio il +5% di fiducia riguadagnata, ma bastava farsi un giretto sulle testate britanniche di quest’estate per accorgersi che il danno era grande circa il doppio. Il crollo della fiducia dei consumatori è stato post referendum del 9%, quindi aver riguadagnato un 5% (ad agosto, vediamo come andrà su tutto il 2016) non è un segnale di crescita, solo di livellamento. Come spiegava il Guardian:

British consumers have recovered some of their swagger after a run of better than expected economic figures calmed nerves following the Brexit vote.

A leading poll of consumers found that a panic in the aftermath of the EU referendum, causing the biggest fall in confidence for 21 years, was partially reversed in August.

La perdita di fiducia dei consumatori era la peggiore mai registrata negli ultimi vent’anni, non proprio una cosa da niente.

The market researcher GfK recorded the biggest slide in consumer confidence for 21 years in its one-off poll following the referendum on 23 June. The group, which has been monitoring UK consumer confidence since the 1970s, said measures of confidence about the economic outlook, people’s personal finances and big purchases, had all fallen, according to the post-referendum poll of 2,002 people run between 30 June and 5 July.

The headline confidence index fell to -9 after the poll from -1 in the regular June survey carried out before the referendum. The compilers said that by splitting the results as to how people said they had voted, they had found that those who had opted for remaining in the European Union were at -13, while leavers appeared more optimistic, at -5.

E sempre sul Guardian:

However, consumers remain nervous about the future, according to Bank data released on Tuesday, which showed a slowdown after previously strong growth in borrowing on credit cards and bank loans.

Net consumer credit went up by £1.2bn in July, according to the Bank, the smallest increase since August 2015 and well below analysts’ expectations of a rise of £1.7bn.

The rate of consumer credit growth also slowed for the first time since December 2014, rising by 10.1% year on year in July, compared with year-on-year growth of 10.3% in June.

L’indice della borsa di Londra

Non sono un economista, ma non vedo nemmeno stavolta dei picchi da farmi gridare al miracolo, oltre al fatto che, ripeto per l’ennesima volta, per ora il Regno Unito è in Unione Europea nella stessa maniera in cui erano membri pre referendum, quindi di veri cambiamenti causati dal voto non si può parlare affatto. Vediamo il grafico dell’indice di borsa da settembre 2014 ad oggi:

storicoborsalondra

Vero, oggi si può registrare un +10% rispetto a giugno 2016, se andiamo a vedere a marzo era andato ancora più in basso, ma nel 2015 l’indice era più in alto di oggi da gennaio fino a luglio, quindi? Merito del referendum, la crescita? O stiamo osservando un andamento ciclico solo in parte legato al voto del referendum? Ripeto, non sono un economista, non sono capace di dare un parere certificato su questi numeri, ma mi sembra che anche in questo caso si stia facendo un po’ di sano populismo.

Il rating di Moody

Anche qui Sibilia fa un’affermazione su cui non posso trovarmi d’accordo. Moody’s il 17 agosto non ha cambiato nulla nelle sue previsioni, ha solo pubblicato i dati con relative tabelle, insistendo nel affermare che vede un futuro in negativo per il Regno Unito. Sì, certo, i numeri sono quelli che cita Sibilia, ma se non li si estrapola dai grafici mostrano situazione diversa da quella raccontata:

moodys-economy

Per riassumere (anche per chi non vede la tabella), nel 2014 secondo Moody’s il Regno Unito ha avuto una crescita del 3,1%, nel 2015 siamo passati al 2,2, nel 2016 le previsioni di Moody’s parlano di un 1,5% e nel 2017 di un 1,2%. Quindi un calo netto rispetto a due anni fa, cosa succederà una volta che il Regno Unito uscirà per davvero dall’Unione Europea? Non posso saperlo io, non potete prevederlo voi, e nemmeno il nostro Carlo Sibilia. Moody’s oltretutto prevede che l’eurozona si allinei coi numeri del Regno Unito, a differenza di quanto sostiene Sibilia.

moodys-eurozona

Non credo sia necessario aggiungere altro. Come andrà al Regno Unito se deciderà di lasciare veramente l’Unione Europea non lo so, ma mi sa che lo scopriremo presto. Fidarsi di post su Facebook fatti da politici che non fanno alcuna verifica dei numeri che forniscono però mi preoccupa davvero tanto.

Michelangelo Coltelli

maicolengel at butac punto it

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